The Quake è un film catastrofico di serie B

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Tutto sembra tornato alla normalità in Norvegia dopo gli eventi di The Wave. Se non lo avete visto il riassunto è presto fatto: uno tsunami ha distrutto tutta la zona di Geiranger, ovest della Norvegia, nominata patrimonio dell’UNESCO nel 2005 e considerata il luogo più bello della Scandinavia, un geologo aveva capito tutto ed è riuscito a salvare alcune persone incluse i suoi cari. Ora siete a posto. Alla fine di quel film il geologo aveva avvertito che eventi simili sarebbero potuti capitare nuovamente, così siamo di nuovo in Norvegia, stavolta a Oslo ma le cose non vanno meglio.

Il titolo del film dice “terremoto”, ma il geologo (sempre lui, Kristoffer Joner, che noi conosciamo più che altro per una parte in The Revenant) ci metterà tantissimo a capirlo, intanto vediamo i suoi cari, cioè moglie, figlia e figlio cresciuti e sempre più distanti, la sua ossessione con il disastro che hanno vissuto lo ha alienato dalla società. Vive rintanato e non vuole ascoltare nessuno, nemmeno quell’amico che forse ha trovato qualcosa di preoccupante. Proprio come in un film americano.

Il catastrofico alla norvegese è una specie di rimasticazione senza personalità di quello hollywoodiano. The Wave incassò 8 milioni di dollari in patria (migliori incasso del 2015), mentre questo sequel che cambia regista, si è fermato ai comunque ragguardevoli 5 milioni e rotti, proponendo un misto del familismo in stile The Rock (per il quale la catastrofe è sempre necessariamente una questione privata, familiare, intima) e della noncuranza governativa del re del catastrofico moderno, Roland Emmerich. E proprio dal suo 2012, apoteosi della distruzione terrestre, che viene l’ispirazione per le scene di terremoto che squassano Oslo, mentre da San Andreas viene la passione per gli ambienti distrutti come luogo per la minaccia.

Tuttavia The Quake – Il terremoto del secolo non ha la precisione quasi matematica nella scienza del blockbuster del cinema americano (quell’equilibrio difficilissimo tra l’esagerazione implausibile, il coinvolgimento e una strana forma di godimento dato dalla ripetizione del noto) e rifiuta di avere la capacità del cinema europeo e scandinavo di creare personaggi originali. Di fatto è un blockbuster di serie B, in cui tutto è come in quelli di serie A ma un po’ peggio, un po’ più facile, un po’ meno sofisticato, un po’ più alla buona. Anche le scene di tensione che arrivano (e finalmente!) nel finale sono ben pensate ma stirano così tanto il principio per il quale uno dei personaggi deve mettersi nei guai da sfociare subito nel fastidio. Così buona e dolce dev’essere la figlia, e così male è scritta che risulta una specie di piccolo mostro in cerca di morte. Alla stessa maniera l’alienata sofferenza del padre lo fa solo somigliare ad una maschera senza espressioni.

Il buon padre geologo infatti non è un uomo d’azione, più un introverso norvegese che si taglia la barba quando viene il momento di entrare in azione lasciandosi dei baffoni anni ‘70, farà di tutto per recuperare moglie e figlia nel grattacielo Radisson Blu (placement commerciale forte, deciso, tutto d’un pezzo) mezzo distrutto, tra vetri, abissi in cui cadere e lamiere. Questo dopo che per tutto il film ha pregato il suo collega nella stanza dei bottoni di collegare diversi eventi e capire anche lui che c’è qualcosa che non va. Curiosamente infatti anche The Quake, come molto altro cinema d’incasso è una grandissima critica dell’onnipotenza tecnologica. I rilevatori vengono tratti infatti in inganno ma non l’intuito del geologo, e la questione sembra tanto più pretestuosa quanto nel campo della rilevazione geologica la tecnologia (nel mondo reale) ha consentito di prevenire tragedie. Ma tant’è, qui c’è un padre e la sua esperienza contro il gelido apporto di una stanza piena di computer e segretarie con le cuffie a cui i soliti burocrati danno ascolto.

L’obiettivo sarebbe celebrare la voglia di vivere e l’istinto di un padre verso moglie e figli, durante lo spettacolo della distruzione naturale (non ci sono però accenni ai cambiamenti climatici), un film per tutta la famiglia che dia qualcosa ad ognuno, ma sebbene la parte di computer grafica sia sorprendentemente a livello statunitense, di fatto l’incapacità di gonfiarla con una parabola umana anche solo vagamente decente, innocua e non ridicola impedisce a The Quake di giungere agli standard minimi accettabili. Una copia della copia della copia in cui ormai i tratti originali sono sbiaditi.

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