Tutti pazzi per “Giuseppi”: cosa c’è dietro il tweet pro-Conte di Trump

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il tweet di Donald Trump che saluta “Giuseppi” Conte (poi corretto)

Il nuovo governo italiano (forse) c’è; l’alleanza internazionale sovranista certamente no. Con un tweet Donald Trump si è appena augurato che il premier uscente Giuseppe Conte rimanga il presidente del Consiglio italiano ancora a lungo, e scarica di fatto uno dei suoi simpatizzanti più celebri, Matteo Salvini.

È solo l’ultimo degli endorsement internazionali ricevuti da colui che è ormai il leader del patto tra centrosinistra e Movimento 5 stelle.
L’appoggio dei vertici europei, della presidente di Commissione Ursula von der Leyen, del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, come di Angela Merkel e Emmanuel Macron al G7 di Biarritz, era già stato felicemente incassato. Ma che a esporsi a favore di un Conte-bis – e contro la richiesta della Lega di tornare alle urne – fosse il più importante esponente della destra sovranista nel mondo è stata una vera e propria doccia fredda per i salviniani. Che solo pochi giorni fa, con i suoi parlamentari, si diceva sicuro che gli Stati Uniti non avrebbero capito un governo “comunisti – 5 stelle”, e che questo avrebbe avuto un peso anche agli occhi del presidente della Repubblica: “Vedremo le reazioni di Washington. Saranno contenti a Pechino. I cellulari Huawei usciranno dai rubinetti. L’asse dell’Italia si sposterebbe troppo a sinistra!”, ha detto secondo quanto riportato dai media.

Trump ha scaricato il suo omologo italiano? O un’alleanza internazionale tra i due non è mai stata realmente un’opzione? Secondo Francesco Clementi, professore di Diritto pubblico comparato all’università di Perugia, Salvini ha capito troppo tardi quale fosse il contesto geopolitico all’interno del quale stava aprendo una crisi di governo, commettendo un errore strategico: “Mi sembrano molto evidenti due elementi. Innanzitutto la crisi, e la soluzione della crisi che stiamo vedendo, si legano al voto per eleggere Ursula von der Leyen come presidente della Commissione europea”. Quando i 5 stelle hanno votato a favore, con Pd e Forza Italia, al contrario della Lega di Salvini.

Quel voto esprimeva qualcosa in più, da parte dei 5 stelle era una scelta di campo, il primo passo per costruirsi una nuova identità e una via d’uscita dal traballante governo con la Lega?  “Sì, e ha funzionato. E poi c’è il secondo elemento, il modello di democrazia liberale, di cui gli Stati Uniti sono massimo esponente, è un modello di cui fa storicamente parte anche l’Italia. Serviva una conferma che il nostro paese è dentro questa tradizione, che per noi ha le radici nel 1948, e prima nella conferenza di Yalta. Il nostro ordinamento è costituzionalmente democratico, liberale, europeista e atlantista. Salvini non ha capito che questa cosa avrebbe prevalso.

Conte invece sì. “Con l’elezione di Ursula von der Leyen, e poi con il vertice di Biarritz, Conte ha già segnato una discontinuità. Adesso non c’è più nessuna ambiguità su dove inserirsi tra i due schieramenti della nuova guerra fredda: che oggi si gioca tra chi difende un modello tradizionale di democrazia liberale e chi applica o guarda con favore i modelli illiberali”.

Conte e Trump al G7 (foto: Leon Neal/Getty Images)

Eppure è stato Salvini ad aprire la crisi, non Conte. Mettendo a rischio tutto il patrimonio elettorale accumulato, nonostante avesse solo il 17% del parlamento e, soprattutto, non avesse un piano B. “La differenza è proprio che i 5 stelle hanno dimostrato di avere un piano B, nonostante fino all’8 agosto fossero soprattutto loro a subire le decisioni del leader leghista. Dev’esserci stata un’azione di pressing anche internazionale – dopo il voto che ha eletto Ursula von der Leyen. Una doppia mossa. La prima è una scelta di campo culturale e politica, esplicitata con il voto per la presidente della Commissione, da parte del presidente Conte, del ministro Trenta, dei 5 stelle in generale. La volontà di non perdere l’occasione, dopo che si era aperto quello spiraglio, di riportare l’Italia nell’orbita degli altri grandi paesi europei. A fare il secondo passo, invece, ci ha pensato direttamente Salvini: lo ha anticipato. È stato un vero e proprio assist. Salvini, convinto di poter vincere una battaglia, ha perso la guerra. Gli altri ne hanno approfittato. Perché prima o poi il nostro paese sarebbe stato chiamato a rispondere di certe scelte, in termini geopolitici. Allora si è verificata una tendenza a rientrare nei ranghi, anche il movimento, tramite Conte, ha capito che stare in mezzo non ha senso; o di qua o di là.”

È in questo senso che dobbiamo leggere il tweet di Donald Trump, allora? “Rispetto al suo primo governo, il Conte-bis sarà perfettamente europeista. Per gli Stati Uniti, l’ipotesi di uno slittamento verso modelli illiberali, alla Putin, alla Orbán, non è mai stati una buona notizia, proprio perché rendono precaria la nostra appartenenza atlantista. In quest’ottica, il tweet di Trump non è più tanto sorprendente”.

Ma questa non è l’unica lettura possibile. Un ricercatore Nato ascoltato da Wired, che ha preferito non veder specificato il suo nome, sostiene che il tweet di Trump non abbia altri significati se non quello di un gesto di buona educazione tra governi di paesi alleati: una semplice prassi, insomam. “Considerando gli endorsement precedenti, quelli di altri capi di stato e di governo partecipanti al G7, Trump aveva solo da guadagnarci seguendo il loro esempio. Il 27 agosto era ormai evidente che c’era un accordo per il Conte-bis. Quindi, come da consuetudine, ci si congratula e si fanno gli auguri di buon lavoro. Sarebbe stato così anche se al posto di ‘Giuseppi’ ci fosse stato Di Maio o Salvini.”

Però ha suggellato il patto, di fatto: dopo le parole di Trump non si sarebbe più potuto mettere in discussione il nome di Conte. “Sicuramente dopo un tweet del genere non si può tornare indietro su chi sarà a guidare la nuova alleanza”.

Al ricercatore abbiamo chiesto anche come sono i rapporti personali tra l’ex premier – e contemporaneamente futuro premier, a questo punto – italiano, e il presidente Trump. “Credo che sia il rapporto di Conte con Trump che quello di Salvini con Trump da queste parti siano ingigantiti e sopravvalutati. Un esempio: al G7 Trump insisteva per la riammissione di Vladimir Putin al vertice dei grandi della terra. Su questo punto si sono schierati tutti contro di lui: Merkel, Macron, ma anche il cosiddetto “Trump inglese”, Boris Johnson. A dare man forte a Trump c’era solo il nostro Conte. Nonostante questo, Conte è stato l’unico tra i leader presenti a non avere un vero e proprio meeting a due con Trump a Biarritz”. L’intesa transatlantica, quindi, andrebbe presa con le pinze: è vero che Trump ha scelto di esporsi – una scelta precisa, nonostante il carattere fumantino del personaggio – ma è anche vero che i giochi non sono ancora fatti.

Non sarà che in Italia abbiamo sovrastimato le capacità diplomatiche di Conte? “Qualche merito ce l’ha: è arrivato lì come cavallo zoppo, da premier sfiduciato. Ora è di nuovo in sella, è logico che si rafforzino i rapporti con lui”, spiega il nostro interlocutore.

Ma torniamo a Salvini, e soprattutto al Salvini che – prospettata l’ipotesi di un’alleanza tra il Movimento e il Pd – minacciava una qualche reazione da parte di Washington. Dobbiamo pensare che stesse bluffando? “Mi sembra ovvio che Salvini provasse a utilizzare quella carta a livello interno. Tutti sanno che i rapporti tra gli Stati Uniti e il presidente della Repubblica italiano sono sempre molto forti. Ma non saprei dire se Salvini ci credesse veramente. Per gli Usa il leader leghista ha pur sempre fatto parte di un governo che ha approvato la Belt and Road Initiative, il memorandum con la Cina. Nell’esecutivo la Lega ha espresso un sottosegretario che ha vissuto dieci anni a Pechino”.

Sì, ma era proprio l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte, non dimentichiamocelo. Così torniamo all’inizio, e chiudiamo con le parole della nostra fonte: “Esatto. Però, ad esempio, nel  2005 Carlo Azeglio Ciampi diceva che bisognava togliere l’embargo alla Cina per poter vendere armi: ed era Ciampi. Non fece scandalo perché, è sempre accaduto, la politica estera italiana cambia poco tra un governo e l’altro. Al di là delle sfumature, la politica internazionale dell’Italia è sostanzialmente stabile. Dopotutto non dimentichiamoci che anche nel governo del “cambiamento” agli Esteri c’era Enzo Moavero Milanesi”. Tutto cambia perché nulla cambi, insomma: tutto molto italiano.

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