Il Conte bis è in overbooking di sottosegretari

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (foto: Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse)

Riparte l’assalto alle poltrone di viceministri e sottosegretari. Il premier Giuseppe Conte, pressato dal Quirinale, vorrebbe chiudere la  complicata partita già al Consiglio dei ministri di oggi pomeriggio. Ma è complesso che possa riuscirci: il Movimento 5 stelle è in preda a una crisi da overbooking, diciamo così, mentre il Pd – stando alle cronache – avrebbe più o meno stabilito nomi e quote. Con la solita incognita dei renziani, per cui si fanno i nomi di Ascani, Marattin, Martina, Sereni, Fiano, Misiani e molti altri. Alla fine, il pallottoliere dovrebbe fermarsi intorno alle 40, forse 50 caselle. Considerando 21 ministeri cioè un viceministro e un paio di sottosegretari per ciascuno, magari si andrà anche sopra.

La lunga trattativa segnala l’ennesima mutazione di dna dei pentastellati, che come conferma il Corriere della Sera di oggi lasceranno al loro posto molti di quei “burocrati” contro i quali, in modo non troppo difforme dall’ex alleato Matteo Salvini, si sono scagliati per anni. Da Vito Cozzoli, al vertice del gabinetto del ministero dello Sviluppo economico, a Guido Carpani per la funzione pubblica fino a Luigi Fiorentino, con un lungo passato risalente addirittura all’esecutivo Ciampi, che dall’Agricoltura passerebbe al gabinetto dell’Istruzione. Sono solo alcuni esempi, a un livello ancora più profondo rispetto alle nomine politiche di viceministri e sottosegretari, che danno l’idea di come il M5s sia ormai al 100% un partito alla vecchia maniera. Per le nomine in arrivo, ad esempio, pare che il capo politico Luigi Di Maio avesse chiesto alle commissioni delle rose di cinque nomi per ogni ministero fra cui scegliere: altro che Cencelli, siamo ai Giochi senza frontiere delle poltrone, con buona pace della competenza.

Oltre 200 nomi, insomma, in queste ore sperano nel passo che li elevi da semplici deputati o senatori a membri della squadra di governo a tutti gli effetti. La questione non è puramente legata alla fabbrica dei posti nell’esecutivo, pure curiosa e a tratti un po’ antipatica perché davvero legata a pesi e contrappesi nella maggioranza.

Al contrario, finché il governo rimarrà impantanato in questa fase anche il Parlamento rischia di rimanere fermo, come d’altronde sta capitando: alla Camera i deputati si rivedranno solo il 17 settembre, al Senato manca ancora il calendario per il mese in corso. E i provvedimenti più urgenti, esclusi alcuni decreti ereditati dal primo governo Conte, sono stati di fatto rinviati a ottobre o rischiano un percorso tremendamente accidentato. Basti pensare al decreto legge sulle crisi aziendali, dove ballano migliaia di posti di lavoro in tutta Italia dall’Ilva alla Whirpool, che non potrà essere convertito finché non sarà sostituita la presidente della commissione Lavoro al Senato, Nunzia Catalfo, nel frattempo divenuta ministra. Anche in questo caso è solo un esempio ma molto chiaro.

Tuttavia la vera grana è un’altra. La situazione è ancora più complicata se si considera che la navigazione delle prossime settimane, in piena sessione di bilancio, non sarà affatto pacifica: deputati e senatori leghisti hanno infatti annunciato di non voler mollare le importanti presidenze delle Commissioni parlamentari che sono state loro assegnate nello scorso esecutivo. “Li faremo impazzire fino alla fine”, ha spiegato ieri il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo. Ed è altamente probabile che questo accada: il vero lavoro, il respiro ampio delle assemblee e la loro efficienza in termini di produzione, si sviluppa infatti nell’articolata rete delle commissioni di settore. E se le commissioni scontano una presidenza ostile, che tiene in canna non pochi poteri di calendarizzazione, l’azione legislativa rischia di impantanarsi fra sabotaggi, rinvii e trucchetti da regolamento. Il quadro potrebbe trascinarsi senza problemi fino alla metà della legislatura, cioè all’estate dell’anno prossimo.

Un esempio? Basti pensare al presidente della commissione Affari costituzionali al Senato, il leghista Stefano Borghesi, che diventerebbe niente meno che il vigile urbano dell’analisi della nuova legge elettorale su cui M5S e Pd stanno già discutendo. Sul lato economico, invece, c’è da ricordare la famigerata coppia anti-euro Alberto Bagnai alla Commissione Finanze e tesoro e Claudio Borghi al Bilancio della Camera.

Un incubo, per una maggioranza già fortemente instabile e destinata a dividersi su molti punti-chiave del programma, su tutti quelli economici, legati alle migrazioni e al welfare.

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