Slam Dunk: il manga sportivo da leggere anche se non ti piace il basket

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Esce da metà settembre una nuova edizione edita da Panini Comics di Slam Dunk, uno degli spokon (i fumetti giapponesi incentrati sullo sport) più memorabili che abbiamo avuto l’opportunità di leggere anche in Italia. Firmato da Takehiko Inoue, “discepolo” di Tsukasa Hojo (il “papà” del seminale City Hunter) Slam Dunk si componeva originalmente di 31 tankobon (volumetti) e fu serializzato dal 1990 al 1996 sulla rivista per ragazzi Shonen Jump (quella su cui debuttarono Saint Seiya e Captain Tsubasa): tutto gira attorno ad Hanamichi Sakuraji – teppista manesco e perennemente rimbalzato dalle ragazze – e alla Shohoku, la squadra di basket di cui diventa membro per far colpo sulla sorella (Haruko) del mastodontico e serioso leader della Shohoku Akaji. Hanamichi è un bullo dalle provocante chioma rossa, è violento, ha una soglia reattiva pressoché inesistente, nessuna disciplina e non sa nulla di pallacanestro, ma decine di rifiuti sentimentali lo hanno trasformato in un teenager disposto a tutto per un po’ di attenzione femminile. Il manga segue gli sforzi di Sakuraji per diventare – da inetto e spazientito principiante – un campione, complice un’elevazione mostruosa e una forza di volontà sovrumana, percorso che va di pari passo con le partite giocate contro gli altri licei a livello locale e poi alle nazionali.

Accumulare decine, centinaia di letture di manga in tanti anni costringe inevitabilmente la memoria a cancellare i ricordi di quelle meno significative: non è il caso di Slam Dunk, e rileggere a distanza di decenni rende solo più vivida un’esperienza indimenticabile ed emozionante. Inoue ha creato un protagonista eccezionalmente accattivante: Hanamichi è comico, eccessivo, esagitato, entusiasta. Ammantato dall’autore di un carisma e di una resilienza sconfinati, di egocentrismo e spirito di squadra in impossibile equilibrio, di un talento e di emotività commoventi e di una personalità prorompente e trascinante, basterebbe da solo a valere la lettura del manga. In più, Hanamichi non è il classico eroe di questo filone in cerca di riscatto (come l’iconico pugile di Akita no Joe – Rocky Joe) o con limitazioni fisiche (l’irresistibile nanerottolo di Dash Kappei – Gigi la trottola): giovanotto aggressivo e neanche troppo sveglio, è stato al suo debutto una figura inedita del panorama di riferimento.

Tuttavia, Slam Dunk resta una storia corale: dal bellissimo, introverso e dotato Rukawa, nemesi di Hanamichi, allo “scimmiesco” Akaji passando per il resto della squadra e per la carrellata di avversari delle squadre di Shoyo, Ryonan, Sannoh e così via, tutti i personaggi sono delineati accuratamente. Di inverosimile c’è l’improbabile stazza degli adolescenti giapponesi secondo Inoue, ma ci si abitua in fretta alla ricorrente trasfigurazione e occidentalizzazione con cui i fumetti nipponici, specialmente gli spokon, trattano i loro protagonisti. Inoue è anche un artista tra i migliori nel mettere in scena l’azione: maestro nel restituire la dinamicità, emozionante nel riprodurre le partite di basket soffermandosi su una schiacciata o rallentando su un confronto tra due giocatori.

Uno dei pregi maggiori di Slam Dunk è di essere fruibile anche da chi non è appassionato di basket; a dire la verità, anche da chi non ha interesse per le storie sportive in generale… come chi scrive. Pochissimi spokon, come Rocky Joe e Holly & Benji, sono riusciti nel conquistare questa fascia di pubblico allo stesso modo in cui vi è riuscita Slam Dunk. Il merito va alla bravura con cui l’autore intreccia parabole personali, relazioni e passione agonistica in modo indissolubile, il tutto marinato in un umorismo da far soffocare dalle risate dispensato principalmente da Hanamichi, il “dio del basket” che dispensa nomignoli sagaci e battute maliziose.

La nuova edizione vanta le copertine inedite di Inoue e una nuova suddivisione in capitoli, che può lasciare perplessi solo i lettori storici: è un’occasione imperdibile per (ri)scoprire una vera e propria pietra miliare della fumettistica giapponese e della narrativa sportiva. Vale la pena ricordare che Slam Dunk ebbe in patria un successo tanto clamoroso da accrescere l’interesse per la disciplina sportiva della pallacanestro (che Inoue praticava); da noi, complice anche la versione animata e il relativo passaggio su Mtv, è stato un fenomeno televisivo graziato da un adattamento e un doppiaggio mirabili  (fu adattata da Yamato Video, e il motto delle fan di Rukawa “Ma che fico mi ci ficco!” resta un tormentone indelebile così come i commenti “Quello ha 17 anni per gamba” – sull’età di Maki di Hanamichi ). Considerando le significtive differenze narrative (finali compresi) tra manga e anime, noi raccomandiamo il recupero di entrambi.

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