Davvero una ragazza in Kazakistan è morta per l’esplosione del suo smartphone?

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(foto: Sorbetto/Getty Images)

A giudicare dal numero di testate giornalistiche italiane che hanno ripreso la notizia, si potrebbe ritenere tutta la storia come sicura e verificata. Il Corriere, Il Messaggero, Il Fatto quotidiano, Notizie.itAdnKronos, Il Giornale e moltissime altre redazioni hanno riportato tra 30 settembre e primo ottobre la storia di una ragazza 14enne del Kazakistan che sarebbe rimasta uccisa in seguito all’esplosione del proprio smartphone, tenuto accanto a sé acceso e in carica durante le ore notturne.

La vicenda raccontata dai giornali, in sintesi

Anche se, come vedremo, tutte queste informazioni sono da prendere con le molle, la stragrande maggioranza dei giornali riporta esattamente gli stessi dettagli. La vittima sarebbe una ragazza di nome Alua Asetkyzy Abzalbek e l’incidente sarebbe avvenuto a Bastobe, in Kazakistan, durante le ore notturne. La giovane si sarebbe addormentata ascoltando la musica dal proprio smartphone, e proprio durante il sonno si sarebbe verificata la tragica esplosione, successiva a un riscaldamento anomalo della batteria durante la fase di ricarica. Il corpo già senza vita sarebbe stato trovato la mattina successiva dai genitori, e la causa della morte sarebbero le lesioni al volto e alla testa causate proprio dall’esplosione.

Sempre secondo la versione più gettonata online, la marca dello smartphone sarebbe al momento ignota, e sarebbe in corso un indagine da parte delle forze dell’ordine locali, che comunque avrebbero già descritto l’accaduto come “un tragico incidente”. Una sorta di elogio funebre della vittima sarebbe poi stato pubblicato sui social dalla migliore amica Ayazhan Dolasheva.

L’enorme problema delle fonti

Con una dinamica giornalistica che ricorda la vecchia leggenda dei gatti sterminati dall’Isis, ripercorrendo a ritroso la catena delle fonti si trovano degli enormi buchi. La maggior parte dei giornali italiani, infatti, ha pubblicato la notizia citando come fonte un giornale britannico, che di volta in volta poteva essere il Daily Mail, il Daily MirrorThe Sun, tutti usciti con la notizia a pochi minuti di distanza nella mattina del 30 settembre. Al di là del fatto che si tratta di tre siti d’informazione non esattamente autorevoli, negli articoli non compare alcun riferimento a fonti, né sotto forma di nomi né di link.

Tuttavia, le pubblicazioni del Regno Unito sono state anticipate di qualche ora da una serie di altri articoli usciti su testate del Kazakistan, e le analogie in diversi dettagli (i 14 anni della vittima, il luogo dell’incidente,…) lasciano pensare che si tratti delle news da cui Daily Mail, Daily Mirror e The Sun hanno attinto. Ma da dove arriva allora la storia? A pubblicare per primo è stato il sito Tengri News, seguito qualche ora dopo dalle versioni locali di Sputnik News e di Time. E Tengri News a sua volta dichiara come fonte primaria un proprio “corrispondente locale”, che avrebbe parlato con gli agenti sopraggiunti sul luogo e avrebbe raccolto “una versione dei fatti”. Dunque: la storia deriva da una testimonianza orale ottenuta sul campo da un ignoto corrispondente locale di un giornale non proprio di prim’ordine; l’autore delle dichiarazioni è sconosciuto, così come non si sa in quale veste stesse raccontando la propria ricostruzione; poi il tutto è stato trasformato in un trafiletto di una manciata di righe di testo, scritto in kazako e poi tradotto e ripreso in mezzo mondo.

La lontananza e la difficoltà di verifica

I luoghi citati nelle notizie esistono davvero, ma è quantomeno singolare che (con miliardi di smartphone in circolazione) l’incidente meritevole di tanta copertura mediatica sia avvenuto in un luogo decisamente sperduto. Bastobe infatti è una minuscola frazione (qualcuno lo ha definito “un villaggio”) nella periferia della cittadina di Ushtobe, un distretto della regione di Almaty nel Kazakistan sudorientale che complessivamente conta circa 20mila abitanti. Si tratta di un’area rurale con una bassissima densità abitativa, che sfrutta le acque del fiume Karatal e non spicca certo per sviluppo urbano o innovazione tecnologica.

In un’area così remota, di fatto è molto complicato eseguire verifiche giornalistiche, tanto che molte testate si sono limitate a ripetere pedissequamente le informazioni già pubblicate. Con dettagli così scarsi e (ci torneremo tra poco) in parte certamente falsi, anche una lodevole volontà di verifica rischierebbe di infrangersi presto nel non sapere a chi chiedere cosa. Ammesso e non concesso che l’incidente sia reale, resterebbe comunque un grosso alone di mistero su che cosa abbia provocato l’esplosione, su quali fossero le condizioni di sicurezza dell’impianto elettrico domestico, sulla marca dello smartphone e della sua batteria, oltre che sul fatto che siano stati rispettati i più banali requisiti di sicurezza nel maneggiare un accessorio elettrico. Prima di urlare alla pericolosità degli smartphone, dunque, servirebbe una serie di informazioni di cui non disponiamo – né probabilmente disporremo mai.

I dettagli controversi e quelli falsi

Se tutto ciò non bastasse a far sorgere qualche perplessità sulla storia, ci sono altri elementi fattuali che rendono ancora più fumoso il quadro generale. Coma ha fatto notare Open, ad esempio, uno dei giornali kazaki riporta come causa del decesso uno shock elettrico anziché una detonazione. Questo di fatto già ridimensionerebbe di molto la notizia, perché scagionerebbe lo smarthone e suggerirebbe che l’incidente sia stato causato dall’impianto elettrico.

Ma, soprattutto, anche sull’identità della vittima ci sono molti dubbi. Mai citata dai giornali kazaki, Alua Asetkyzy Abzalbek ha fatto la sua comparsa solo sui giornali britannici (e poi su quelli italiani). E le foto in cui è ritratta, a volte insieme all’amica Ayazhan Dolasheva, provengono da un’agenzia di nome East2West News Agency, su cui una piccola indagine condotta da Butac ha fatto emergere diverse criticità. Per farla breve, le foto di quell’agenzia sono il filo conduttore di una serie di storie simili su strani incidenti mortali pubblicate su Daily Mirror e aventi come autore sempre lo stesso Will Stewart. Tutte storie che provengono da Paesi dell’Oriente, arricchite con foto esclusive delle vittime e raccontate da una persona che pare coincidere con l’unico dipendente dell’agenzia stampa che fornisce le immagini in esclusiva. Immagini di cui, tra l’altro, nel caso della ragazza dello smartphone non si trova traccia sui social nei profili delle persone che corrispondono al nome della vittima.

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La foto spacciata per lo smartphone esploso, ma in realtà online almeno dal 2016

Se per le foto della giovane protagonista esiste quindi più di un dubbio, su quelle dello smartphone esploso c’è la certezza che si tratti di un falso. Come è possibile verificare da una semplice ricerca online per immagini (qui i dettagli da parte di Butac e Open), la foto del telefono esplosa è online almeno dal 2016, dunque non ha nulla a che fare con quest’ultimo caso. Insomma, tolto il nome della vittima, tolte le foto della ragazza e dello smartphone esploso, tolto il post di elogio funebre (di cui molti parlano ma del quale non ci sono di fatto né screenshot né link) e tolta la possibilità di fare una verifica della fonte, di tutta la storia resta effettivamente ben poco.

Qualche domanda in conclusione

Sull’intera vicenda restano più dubbi che certezze, ma al di là dei dettagli di cronaca questa storia solleva alcuni altri quesiti. Ad esempio, perché questa storia dai contorni incerti e avvenuta in un luogo così lontano deve meritare tutta questa copertura mediatica in Italia, tra l’altro contribuendo ad alimentare un allarmismo poco fondato sulla sicurezza elettrica degli smartphone? Come mai in quasi tutti i casi ci si accontenta di citare come fonte il giornale da cui si è attinta la notizia, senza preoccuparsi di risalire all’origine della catena delle fonti? Perché sono state pubblicate da diversi giornali le foto di una minorenne che con tutta probabilità non è stata correttamente identificata e quindi potrebbe essere una persona ancora in vita? E poi, infine, come mai alcune testate giornalistiche italiane continuano a riprendere notizie di presunta cronaca nera pubblicate da tabloid britannici che già in molte occasioni hanno dato prova di ingigantire, distorcere o inventare del tutto gli accadimenti?

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