Aruba raddoppia i suoi data center in Italia

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L'ingresso del primo data center di Aruba a Bergamo (foto: Luca Zorloni per Wired)
L’ingresso del primo data center di Aruba a Bergamo (foto: Luca Zorloni per Wired)

CapriAruba espande la sua rete di data center in Italia. Entro il 2021 la società di servizi web raddoppierà i suoi centri di elaborazione delle informazioni. Dai tre attuali (due ad Arezzo e uno a Ponte San Pietro, nella Bergamasca), si aggiungeranno la prima infrastruttura di Roma e altre due a Bergamo. E la tabella di marcia è serrata perché, come spiega a Wired Stefano Sordi, direttore commerciale di Aruba, a margine dell’Ey digital summit, il forum sull’innovazione organizzato dalla società di revisione contabile Ernst & Young, “sta esplodendo la domanda e alcuni pezzi sono già stati venduti”.

Il cronoprogramma, quindi: entro il 2020 la consegna del secondo data center a Ponte San Pietro e il primo a Roma, nei primi mesi del 2021 il terzo tassello del campus bergamasco, aperto nel 2017. Il gruppo toscano possiede anche un impianto in Repubblica Ceca e, in partnership, ha infrastrutture a Londra, Parigi, Francoforte e Varsavia. “Ci stiamo guardando intorno nella parte ovest del paese. A Torino stiamo creando una software factory per le competenze digitali”, aggiunge il manager. All’inaugurazione del Global cloud data center di Bergamo, il cui primo centro ha 90 megawatt di potenza coperti per interno da fotovoltaico e idroelettrico, l’amministratore delegato Stefano Cecconi aveva dichiarato si era data “un tempo per completare l’investimento di 5-10 anni”. Ma le richieste fioccano.

A guidare la trasformazione sono il cloud computing, il gaming e il disaster recovery”, spiega Sordi. E, aggiunge, “con il 5G aumenteranno i servizi sui dati center”. I centri dati rappresentano quasi circa il 50% del fatturato del gruppo, che nel 2018 ha mosso un giro d’affari di 160 milioni di euro. L’offerta è rivolta al mondo business. A bordo sono salite, tra le altre, aziende come Ducati, Decathlon, Nexive, Nexi, Air Italy, Sisal, ma anche ministeri, Banca d’Italia e Infocamere.

La strategia dell’offerta, spiega Sordi, è quella “locale”. “Sapere esattamente dove sono archiviate le informazioni”, dice il direttore commerciale. Una proposta in controtendenza, in un mercato in cui risalire al rack dove sono archiviati i dati è tutt’altro che semplice e associazioni non governative come Access now, che protegge i diritti digitali, lamentano lo spionaggio degli Stati Uniti attraverso il cloud offerto dalle sue multinazionali.

La rete di data center che Aruba sta costruendo è la più grande in Italia. Solo su Roma l’investimento per l’Hyper cloud data center è di 300 milioni di euro. E risponde alle richieste del mercato, visto che la spesa sul cloud sta crescendo. Per la società di consulenza Idc raggiungerà 1,2 miliardi entro quest’anno nel Belpaese. E con più fornitori: nel 2020 il 40% delle imprese europee, sempre secondo Idc, lavorerà in multicloud. Ernst & Young ha osservato che le aziende stanno registrando margini maggiori dal cloud, causati da un flussi di lavoro più ampi, un focus se servizi a maggiore valore e sulle sinergie di ricavi.

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