Living With Yourself è una commedia sul doppio che inquieta più che divertire

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Cosa saremmo disposti a fare per diventare una versione migliore di noi stessi? Corsi motivazionali a parte, Netflix prova a rispondere a questo annoso quesito con Living With Yourself, una serie tv disponibile dal 18 ottobre. Otto episodi da mezz’ora (sempre sia lode alle serie brevi e autoconclusive) tutti incentrati sulla recitazione di Paul Rudd, l’attore dalla faccia divertente e rassicurante in continua ascesa negli ultimi anni a Hollywood, anche grazie al suo ruolo di Ant-Man. Anzi, sulla sua doppia recitazione, visto che il principio essenziale della storia è che lui interpreti un personaggio e il suo doppio.

Rudd si cala infatti nei panni stanchi e usurati di Miles Elliott, un uomo di mezz’età frustrato da un lavoro insoddisfacente in un’agenzia pubblicitaria ma anche ormai congelato nel matrimonio infelice e pieno di rancore con la moglie Kate (la comica irlandese Aisling Bea). Deciso a dare una svolta alla sua vita si rivolge a una clinica, già dall’aspetto poco raccomandabile, che promette di renderlo “la versione migliore di sé“. Risultato: si risveglia in una fossa e a casa trova ad attenderlo un clone perfettamente uguale a lui, solo più affascinante, brillante, di successo. L’interazione fra i due darà vita a numerose disavventure, sempre sospese fra la commedia dell’assurdo e la tragedia esistenziale, soprattutto quando i due capiranno di non poter fare a meno l’uno dell’altro ma al contempo di essere la reciproca rovina (“Mi hai rovinato la vita!“, “No, tu mi hai rovinato la vita!“, si accusano).

A colpire è soprattutto la perizia a livello tecnico con cui sono realizzate le scene: Rudd interagisce col suo doppio come se si trovasse effettivamente di fronte al suo gemello, con una naturalità conferita dalle possibilità del digitale ben lontane dai tempi in cui gli attori duplicati dovevano occupare una metà dello schermo a testa (qui i due si distinguono invece solo per l’aspetto e soprattutto i capelli più o e meno curati). Nell’esplorare la complessità di dover vivere con un proprio clone, la serie cerca ogni espediente per regalare qualche sorriso amaro allo spettatore, giocando soprattutto sull’esasperazione della goffaggine (i protagonisti sbattono continuamente su credenze e colonne) ma anche su svolte quasi da thriller che si concludono però in modo ancora più assurdo.

La verità è che, pur aspirando con tutte le sue forze ad essere una commedia, Living With Yourself si avviluppa in modo troppo intrinseco sui suoi risvolti esistenziali per lasciarsi guardare a cuor leggero. Nell’animo di chi guarda non fanno che succedersi grandi quesiti che riguardano la soddisfazione della vita quotidiana, la ripetitività della vita, le occasioni che si perdono e non tornano, la felicità che si merita o ci si deve guadagnare. L’impressione è che la risposta a tutto si trovi fra l’altro in noi stessi che, come è chiaro in questo caso, siamo spesso i nostri peggiori nemici.

Sebbene poi la struttura degli episodi sia congegnata apposta per concludersi con numerosi cliffhanger, agganciando quindi lo spettatore all’attesa di ciò che verrà dopo, sembra che il ritmo generale sia un po’ stiracchiato. In una modalità a specchio spesso le stesse vicende sono raccontate due volte, una dal punto di vista del Vecchio Miles e una da quello del Nuovo Miles (e a loro a volte si aggiunge la ricostruzione di Kate): il loop, che ricorda Russian Doll o certe trovate di Charlie Kaufman, è una trovata affascinante ma in qualche modo non fa che aggiungere stanchezza a una storia di per sé molto esile.

Living With Yourself riesce in ogni caso ad essere un’esperienza rinfrancante, in particolare se si considera che sono poche le serie che ci vogliono divertire mettendoci però di fronte a quesiti esistenziali e morali piuttosto complessi (e in questo caso The Good Place è un buon antesignano, ma molto più solare). D’altro canto questa produzione è anche una dimostrazione di un fatto che dovremmo tenere a mente molto spesso in casi di sconforto: la maggior parte delle frustrazioni che viviamo nella nostra vita quotidiana ce le creiamo da soli, e a volte sarebbe meglio saltarle via di pari passo piuttosto che incistarvici inutilmente.

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