The Irishman, l’addio di Scorsese a quei bravi ragazzi

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Martin Scorsese ha riunito la vecchia banda. In The Irishman (dal 4 al 6 Ottobre in esclusiva al cinema poi anche su Netflix) c’è tutta la Little Italy di Hollywood. C’è Robert De Niro, c’è Al Pacino (con cui non aveva mai lavorato), c’è Joe Pesci e ci sono anche nuove leve come Bobby Cannavale più un vecchio amico di Scorsese come Harvey Keitel. Ci sono tutti per quella che probabilmente sarà l’ultima grandissima epica del crimine organizzato raccontata da Scorsese. Così grande, ampia, sentimentale, completa da chiudere un capitolo aperto decenni fa con Mean Streets e proseguito in molte maniere diverse passando per Quei bravi ragazzi, Casino e molti altri film.

È Robert De Niro, quello che è sempre stato l’attore più vicino a Scorsese nonché colui che ha avuto l’idea di fare questo film, a iniziare il racconto, vecchissimo in una casa di riposo. La sua voce fuoricampo apre il film, poi lo vediamo e inizia a parlare con noi, in camera. Racconterà lungo 3 ore e mezza la storia di come lui, dagli anni ‘50 fino ai ‘90 si è diviso tra il lavoro sporco per un piccolo boss della malavita con cui aveva sviluppato un grandissimo legame e la militanza nel sindacato trasportatori assieme al re dei sindacalisti, Jimmy Hoffa, figura realmente esistita, come le altre, e come loro presto dimenticata (come il film ci tiene a sottolineare). Il film rimpiange quegli anni ma in realtà, noi lo sappiamo, quel che Scorsese rimpiange non è certo il crimine, quanto semmai quel cinema che lui e altri facevano e che qui, forse per l’ultima volta, troviamo.

Il piccolo boss è Joe Pesci, per la prima volta delicatissimo, parco ed efficace, Jimmy Hoffa è Al Pacino, che entra in gioco dopo 1 ora e 25 minuti ma è capace di arraffare ogni scena e farla sua, rubare il riflettore a tutti anche solo alzando le sopracciglia e imporsi in ogni interazione, tranne quando sta con Bob “ex nemico” De Niro. Con lui no, non si impone ma duetta. Finalmente questi due titani sono uniti in un film che li esalta (in Heat non erano mai contemporaneamente sul set, negli altri film non avevano un regia e una sceneggiatura all’altezza) e nel quale davvero si impegnano. In questa storia del crimine, dei sindacati e degli uomini che hanno attraversato la seconda metà del Novecento americano c’è un’umanità crepuscolare amara e commovente al tempo stesso. Di mezzo c’è il ringiovanimento digitale che ha di molto allungato la postproduzione non è allo stesso livello di allucinante perfezione della Marvel, inizialmente un po’ infastidisce ma che nel corso del film diventa invisibile.

Il problema è che il tutto è diluito in maniera impari nelle 3 ore e mezza, troppo simile alla versione estesa e dilungata di quei montaggi rapidi e musicali che comprimono diversi anni in un susseguirsi di azioni. Dopo un inizio folgorante in cui è Joe Pesci a svettare e sostenere le scene, viene una parte centrale più fiacca, rischiarata a tratti da Al Pacino che tuttavia non può certo essere in ogni singola scena, e infine si chiude con un finale che ricorderemo a lungo, che il cinema ricorderà a lungo, che diventa un piccolo termine di paragone per tutti gli altri film sul genere, nel quale Robert De Niro capitalizza un film intero passato a recitare con poca enfasi e molta misura. Da vero uomo di cinema (anche se spesso in questi anni ha dimenticato di esserlo) sa bene che non è necessario caricare la recitazione ma si può andare a fondo e scavare profondissimo nell’animo umano anche trovando il tono dimesso giusto, se si ha il tempo di farlo. E qui c’è. Si veda quanto ci vuole perché vada a compiere l’ultimo omicidio e che capolavoro che è quel viaggio.

I Quasi 40 anni di storia americana del film sono affrontati come una specie di controstoria. Dalla finestra di Jimmy Hoffa si vede bene Capitol Hill perché alla fine questo interessa a Scorsese sempre di più almeno da Quei bravi ragazzi in poi: i meccanismi, le dinamiche, gli accordi e le procedure attraverso le quali il crimine funziona come uno stato dentro lo stato, uno stato che non è regolato dalla burocrazia ma in cui si fondono famiglia, amicizia, rapporti umani e affari tramite leggi non basate sul diritto ma su un codice tutto loro che si impara crescendo in quel mondo. La tribù della mafia italiana raccontata dalla tribù degli italoamericani di New York (Scorsese, Pacino, De Niro, Keitel, Pesci e Cannavale sono tutti nati e cresciuti New York) nell’ultimo film di quel mondo, la Hollywood che non sta a Los Angeles ma si sviluppa cresce e fa film dall’altra parte dell’oceano.

E stavolta quelle dinamiche che nei precedenti film di Scorsese sono sempre state di puro calcolo e di business, capaci di calpestare sentimenti e ordinare anche l’omicidio di una persona vicina, diventano sentimentali. I bravi ragazzi li abbiamo visti litigare, provocarsi, urlare e lottare (“Ti faccio ridere come un clown?”), ora diventati anziani, si guardano indietro a una vita insieme, fatta di fedeltà, consigli, aiuto reciproco nei momenti di difficoltà. Non siamo nemmeno più nel territorio dell’esaltazione di figure criminali (questione per nulla facile da dirimere) ma proprio dell’emanazione della pura umanità che si esalta in un business che ha a che vedere con la morte e nel quale quindi ogni posta in gioco è più alta, in cui si può diventare i nemici dei propri figli, si può cambiare moglie, si possono tradire i soci ma il proprio boss no, quello è un legame ancestrale, umano, profondissimo e silenzioso che si estende oltre la morte.

Quello che riguarda la possibilità di parlare, finalmente, da parte dell’ultimo sopravvissuto (per ragioni di anzianità) è uno dei momenti più commoventi del film.

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