Caro Pd, che fine ha fatto la “discontinuità” sui decreti sicurezza di Salvini?

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L’opera di Tvboy Le Tre Grazie (foto: LaPresse/Andrea Panegrossi)

Ce le ricordiamo, le priorità elencate dal segretario del Pd Nicola Zingaretti appena un paio di mesi fa, alla nascita del governo Conte-bis. C’erano, fra quelle, i decreti sicurezza di Matteo Salvini: la necessità di rivederli – quantomeno – alla luce delle osservazioni del presidente della Repubblica che aveva trovato “rilevanti criticità” in norme inutili o direttamente crudeli. Poco, anzi pochissimo, ma almeno qualcosa. La scelta più giusta sarebbe abolirli, ma la strana alleanza Dem-5 stelle ha infilato nel suo programma un punto comunque chiaro, il punto 15, che così recita: “La disciplina in materia di sicurezza dovrà essere aggiornata seguendo le recenti osservazioni formulate dal presidente della Repubblica”. Bene. Una timorata domanda: che fine ha fatto il punto 15 dell’alleanza? Perché non ne parla più nessuno?

Non sembra infatti che la revisione di quei decreti – che si sono trasformati in una macchina di clandestinità (per quanto siano stati ammorbiditi almeno nella gestione degli sbarchi delle navi, evitando drammi in stile Diciotti e aprendo una nuova stagione di dialogo con i vicini europei legata agli accordi di Malta) – sia all’ordine del giorno. Nel corso dell’ultima parte dell’anno le Camere sono quasi interamente assorbite dai lavori sulla legge di bilancio e decreti collegati, come quello fiscale. Nell’usuale corsa contro il tempo di modifiche, emendamenti e controemendamenti la calendarizzazione dei lavori ne risente e, con l’attenzione completamente spostata sui provvedimenti economici, la probabilità che i decreti sicurezza riescano a bucare l’agenda dell’esecutivo giallorosso, e della sua maggioranza in parlamento, è ridotta al minimo. Nessuno li toccherà, entro il 2019.

Sul 2020 non ci sono invece certezze: visto il certosino lavoro di logoramento messo in campo da Matteo Renzi e dallo stesso Luigi Di Maio nei confronto di palazzo Chigi – senza considerare la bomba a orologeria del Russiagate, che ticchettando può coinvolgere in profondità il presidente del Consiglio e i servizi segreti tricolori – è onestamente difficile fare previsioni sulla tenuta del governo attuale. Per il 9 novembre è in programma a Roma una manifestazione contro quelle disposizioni inumane e degradanti: qual è la risposta di Conte e dei suoi ministri?

I democratici alleati dei 5 stelle non sembrano particolarmente sensibili al tema, che fino a poche settimane fa, sempre sulle loro bocche, pareva di vita o di morte: nelle ultime settimane, si diceva, non si registrano interventi significativi sull’auspicabile dietrofront sui decreti salviniani. Sarà la scivolosa strategia del “mimetismo”, come l’ha giustamente definita qualcuno, nella quale la strombazzata “discontinuità” d’inizio settembre appare definitivamente inabissata, o sacrificata alla ricerca di alleanze strategiche con 5 stelle anche per le elezioni locali. Ma fa specie pensare che per settimane e poi mesi, durante le delicate fasi di trattativa coi grillini e nascita del governo, quella stessa discontinuità doveva passare anzitutto dalle modifiche costituzionali a questi dispositivi di legge.

Per provare l’oblio a cui la fu priorità è stata destinata, ho fatto un semplice esperimento: ho osservato con attenzione il flusso di tweet del segretario del Pd Nicola Zingaretti. Dell’argomento non parla dall’11 ottobre scorso: sono passate due settimane. Nel corso di un programma televisivo, in quel caso, aveva detto: “Penso che i decreti sicurezza debbano cambiare, il punto di partenza sono i rilievi del Presidente della Repubblica #ottoemezzo”. “Pensava” che dovessero cambiare, a un mese e mezzo dal varo dell’esecutivo della discontinuità: non una traccia su un provvedimento in campo, su una legge che li sostituisca o modifichi, non un dibattito serio aperto. Pensieri (e per giunta è l’unico intervento in merito che si nota dalla fine di settembre).

Eppure quei provvedimenti dell’ex ministro dell’Interno Salvini continuano a produrre danni: secondo l’ultimo dossier del Centro studi e ricerche Idos – realizzato con la rivista Confronti e cofinanziato dall’Otto per mille della Chiesa Valdese – i nuovi invisibili sono 140mila e porteranno i 530mila stranieri irregolari in Italia del 2018 a quota 670mila entro il 2020. Persone legalmente lasciate ai margini perché prive di diritto, vulnerabili, bersaglio della criminalità organizzata e che in molti casi avrebbero potuto fruire del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie ed essere inserite in percorsi di integrazione, accedere alla virtuosa rete Sprar (smantellata) e immaginare una vita in Italia. Non solo: “Il crollo degli arrivi via mare” – si legge nel dossier – “è stato ottenuto al prezzo di un elevato numero di migranti, o fermati lungo la traversata dalla Guardia costiera libica (appositamente finanziata, addestrata e rifornita di mezzi dall’Italia e dall’Unione europea) e riportati nei campi di detenzione del Paese nordafricano (dove sono tornati a subire sevizie, stupri e torture), oppure annegati lungo la rotta del Mediterraneo centrale, ancora la più letale al mondo con più di 25mila morti o dispersi accertati dal Duemila ad oggi: oltre la metà di tutti quelli calcolati nelle rotte marittime a livello mondiale”. Bella discontinuità, non c’è che dire.

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