Quando la scienza era una “cosa da uomini”

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(illustrazione: GraphicaArtis/Getty Images)

di Annina Vallarino

Penso realmente che le donne, sebbene in linea generale superiori agli uomini per qualità morali, siano inferiori dal punto intellettivo”. A scrivere queste parole nel 1881 è Charles Darwin in risposta a Caroline Kennard, attivista per la parità dei diritti, che gli chiedeva precisazioni sulla concezione che le donne fossero, scientificamenteesseri inferiori. Darwin ne era convinto: il ruolo subordinato che le donne avevano nella società e la mancanza di nomi femminili fra le menti brillanti scientifiche e letterarie erano prove della loro inferiorità.

La giornalista Angela Saini in Inferiori. La nuova ricerca che sta riscrivendo la storia (in uscita il 24 ottobre per HarperCollins) riporta questo scambio epistolare, provando che anche una delle menti più acute di sempre e padre della moderna biologia potesse avere nel parlare di donne dei pregiudizi squisitamente vittoriani. E oggi, cosa è cambiato? Come Saini ci mostra nel saggio, alcuni fra gli ultimi studi evoluzionistici, antropologici e biologici stanno riscrivendo le vecchie teorie sui sessi e mostrando quanto le differenze fra uomo e donna siano minori di quanto la tradizione ci ha portati a pensare; soprattutto, di quanto la donna abbia avuto anch’essa un ruolo primario nell’evoluzione della specie. Ne abbiamo parlato con Saini stessa.

Abbiamo una visione della scienza come campo neutrale, ma in Inferiori dimostri quanto poi non sia così vero – soprattutto quando si parla di studi evolutivi e scientifici sui sessi. Pensi che la scienza sia stata storicamente contro le donne? 

“Premetto che considero la scienza come il miglior approccio possibile per comprendere il mondo, ma non possiamo dimenticare che sia comunque un campo gestito da esseri umani e sappiamo quanto ogni essere umano abbia il proprio sistema di valori, background e formazione. È innegabile che la scienza sia stata storicamente dominata dagli uomini. Ricordiamoci che le donne erano fino a poco tempo fa escluse dalle università e non ammesse alle accademie scientifiche. Tutto ciò era anche basato sull’idea che le donne dovessero avere un ruolo perlopiù domestico, e che innanzitutto non fossero in grado di dedicarsi agli studi per limitate capacità intellettuali. Partendo da questo presupposto, la scienza occidentale nata dall’Illuminismo ha visto e considerato la donna come un essere non intellettualmente alla pari, e questo ha indubbiamente inficiato anche gli studi scientifici evolutivi e biologici sul genere umano”.

Marie Curie nel 1911 non venne accettata dall’Accademia francese delle scienze, ma oggi che accadrebbe? Non credi che le cose stiano cambiando in meglio? Penso alla primatologia, dove le più eminenti voci sono femminili, o agli studi in medicina, in cui ormai le studentesse sono di più degli studenti.

“Sì, la situazione è indubbiamente migliorata e ora le donne hanno accesso a opportunità accademiche inimmaginabili solo 70 anni fa, ma credo che ancora in molti uomini là fuori credano che le donne siano inferiori soprattutto a livello di capacità o preparazione scientifica”.

E le donne?

“Sì, anche le donne. Quando ero giovane ero io stessa a pensare di essere diversa dalla tipica ragazza dato che m’interessavano la tecnologia e la scienza. In qualche maniera avevo internalizzato questa idea che le donne non potessero eccellere in alcune discipline per capacità differenti e vedevo una brava in matematica come un’eccezione. Sono idee sociali e culturali da cui la società si sta allontanando, ma c’è ancora strada da fare”.

Angela Saini
L’autrice Angela Saini

Tu stessa nel saggio, infatti, dici che intraprendendo questo percorso di ricerca hai visto anche il tuo sistema di credenze essere messo in discussione, cosa che ha portato a cambiare la concezione che avevi di te stessa e degli altri. Per esempio? 

“Ero così convinta – senza mai averlo messo razionalmente in discussione – che esistessero grandi differenze psicologiche tra i sessi. Pensavo veramente ciò che mi era stato detto dagli altri – compresi gli scienziati – che gli uomini per natura fossero più bravi in ​​matematica, con un migliore ragionamento spaziale, mentre le donne spiccassero per le capacità verbali e fossero più empatiche anche in accordo al loro ruolo riproduttivo. Pensavo che gli ultimi studi avrebbero confermato questo mio – e direi comune – sistema di credenze.

“Invece mi ha scioccato scoprire quanto queste idee non siano poi così vere, quanto siano spesso preconcetti. Molte fra le ultime ricerche mostrano quanto le differenze psicologiche fra i sessi siano davvero minime, e soprattutto non abbastanza per spiegare gli stereotipi e i ruoli che abbiamo nella società. Ci sono ovviamente le differenze legate alla nostra biologia – pensiamo al sistema riproduttivo femminile – ma esiste un’enorme quantità di sovrapposizioni su molte caratteristiche. C’è la tendenza a considerare gli uomini e le donne o esattamente uguali o completamente diversi, ma bisognerebbe pensare maggiormente senza contrapposizioni. Non è così bianco e nero”.

Alcuni degli ultimi studi che presenti in Inferiori smentiscono gli stereotipi di genere maschio e femmina, altri invece, anche con tua sorpresa, li confermano. A che conclusione sei arrivata? 

“Sì, vi sono ricerche che mostrano le preferenze di genere stereotipate fin dalla giovane età. Come alcune ricerche sulle scelte ludiche nei bambini, in cui si dimostra quanto le femmine preferiscano le bambole, e i maschi le macchinine. Ma non si è notata una grande differenza, non è che tutte le bambine o tutti i bambini abbiano quelle preferenze. Ma c’è una diversità e dobbiamo ancora capire su cosa sia basata. Può essere un’esposizione a quel tipo di giocattoli fin dalla giovane età, quindi una questione più che altro culturale o potrebbe essere qualcosa di naturale – ma non si sa ancora di preciso. Nature e nurture non sono due aspetti così separati ed è questa la sfida della scienza di oggi, comprendere quanto siano legati e quanto si influenzino a vicenda. Insomma: diamo ai bambini una varietà di giochi e il loro cervello si eserciterà in una maniera più varia”.

In Inferiori parli anche di Angus Bateman, il genetista che nel 1948 studiò le abitudini di accoppiamento delle mosche della frutta e divenne l’ispirazione per il principio di Bateman, riusato lungamente anche dal biologo evoluzionista Robert Trivers, che, quando applicato agli umani, suggerisce che gli uomini con i loro milioni di spermatozoi siano per natura più promiscui e pronti ad accoppiarsi ampiamente per riprodursi, mentre le donne con il loro limitato rifornimento di uova siano per questo più selettive. Questo principio ha avuto un’enorme influenza sugli studi successivi. 

“Sì, è incredibile che da uno studio fatto negli anni Quaranta sui moscerini si sia arrivati alla conclusione che le donne fossero per natura più caste. Penso che a volte si siano fatti, specialmente in passato, degli errori di giudizio, così tanto si era spinti a spiegare il mondo umano attraverso la natura. Era comunque una teoria affascinante, bisogna darne atto. La biologa evoluzionista Patricia Gowaty ha rifatto l’esperimento dei moscerini con un risultato diverso: le femmine andavano verso i maschi per l’accoppiamento tanto quanto i maschi andavano dalle femmine. Altri recenti studi mettono in discussione la vecchia convinzione che le donne siano più selettive e gli uomini siano più promiscui per motivi prettamente naturali e biologici”.

E gli scimpanzé, dove i maschi dominano e le femmine si prendono cura della prole, non provano in fondo il patriarcato?

“Bisogna stare attenti a queste associazioni. È vero, il patriarcato viene spesso in qualche modo biologicamente spiegato con la struttura sociale degli scimpanzé. Ma vediamo la società dei bonobo che, come si è scoperto negli ultimi decenni, ha una struttura prettamente matriarcale: e bonobo e scimpanzé sono vicini a noi geneticamente in ugual misura. Gli umani sono una specie a parte dagli altri primati e esiterei prima di trarre paralleli da una qualsiasi specie alla nostra. È vero che ci sono ruoli specifici legati al sesso in molte specie animali, ma gli ultimi studi mostrano quanto questi varino notevolmente anche tra i primati”.

Come dici, il pregiudizio ha spesso strumentalizzato gli studi sulle differenze fra i sessi: non credi che anche un’ottica prevalentemente femminista potrebbe fare altrettanto?

“Potrebbe, ma dobbiamo essere sinceri: nessuno è oggettivo. Ognuno di noi ha delle idee, che siano politiche o sociali. Essere consapevoli di non partire da una neutralità può solo che aiutare la ricerca scientifica. Per esempio la primatologa e antropologa Sarah Hrdy mi ha detto che è stato il  femminismo che le ha permesso di porre nuove domande e questo l’ha anche resa cosciente di quanto la sua potesse essere una prospettiva anche politica, e quindi con possibili errori di giudizio. Penso che sia importante che anche gli scienziati siano aperti su ciò che sono le loro opinioni personali e politiche. Non puoi fingere che il resto del mondo non ti influenzi o credere di essere completamente libero e distaccato. È impossibile. Se siamo aperti sulle nostre idee penso sia anche più facile analizzare e capire cosa stia succedendo e cercare di non cadere, il più possibile, in errori di valutazione ideologici”.

Gli studi sulle differenze relative al sesso sono oggi uno degli argomenti più conflittuali della ricerca scientifica. Rischiamo una guerra fra i sessi? 

“Sì, e dobbiamo evitarla. Penso ci sia una tendenza, anche in certi filoni femministi e progressisti, che basi troppo le proprie battaglie sul riconoscersi prima di tutto in quanto donna. Sarebbe meglio iniziare a pensare in termini più universali di genere umano. Le donne non son tutte uguali, ho amiche e conoscenti con un’altissima pluralità di gusti, scelte di vita e talenti proprio come negli uomini. Dobbiamo condurre le nostre battaglie di uguaglianza e diritti ma per tutti, per esempio meglio non considerare le donne come un grande gruppo conforme. Considerarle tali può essere pericoloso. Per esempio vi sono discorsi progressisti che promuovono un’assistenza sanitaria specifica per le donne, farmaci esclusivi per le donne: questi discorsi mi fanno un po’ paura, è come se per andare avanti si tornasse invece indietro.

“Non bisogna cadere nella trappola di dividere i sessi in due categorie. Quello che bisogna esigere è che le donne nella scienza siano incluse e non escluse e in questo credo ci sia ancora molta strada da fare. In passato proprio una certa biologia sensazionalista basata sulle differenze fra uomini e donne, anche se malamente provate, è stato il principale strumento per limitare il sesso femminile. Personalmente mi sento più a mio agio con la vecchia idea di universalismo che con quella di razza o di genere. Prima di tutto siamo individui, con delle precise caratteristiche e necessità. Bisogna combattere i sistemi e le strutture che privilegiano il tipico studioso di sesso maschile e bianco nella scienza per esempio, ma non le sua categoria in sé. Non ho un problema con il tipico privilegiato uomo bianco, ma con alcune strutture che sembrano avvantaggiarlo”.

Finiamo con una nota positiva: sarebbe bello sperare in un presente e in un futuro in cui scienziati, anche uomini, vadano alla ricerca della verità sul genere femminile con meno pregiudizi possibili?  

“Certo. Ci sono già, come mostro anche in Inferiori. E si badi, non credo assolutamente che le donne siano più oggettive. È sbagliato pensare che le donne non abbiano idee sessiste: ce le hanno. O che le donne siano più brave in qualsiasi cosa facciano. Ma credo che se vogliamo più giustizia nella scienza dobbiamo avere più donne coinvolte nella ricerca. Noi tutti, uomini o donne, portiamo i nostri preconcetti e idee con noi. Ma una scienza rappresentativa credo possa aiutare ad avere varietà e contro opinioni che credo possano solo beneficiare la ricerca. Ora che sappiamo quanto il sessismo sia ingiusto anche la ricerca sta migliorando. E molta della buona ricerca sui sessi è fatta da donne, ma anche da uomini”.

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