5 bufale in cui cascano (a volte) anche gli scienziati

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fake errore
(foto: Getty Images)

In tutta l’ossessione degli ultimi anni sulle fake news, spesso ci aggrappiamo come naufraghi a una zattera su cui possiamo contare: la comunità scientifica. E in generale facciamo bene, visto che la ricerca scientifica è il miglior modo che abbiamo per descrivere come funziona il mondo. Ma bisogna stare attenti che la nostra fiducia nella scienza non diventi fede cieca perché nulla è immune dalle leggende. Neanche la scienza.

È uscito infatti di recente uno studio che analizza come anche nella letteratura accademica si diffondano facilmente miti: false credenze che però vengono sistematicamente riportate come vere, anche se confutate. La cosa curiosa, e sconfortante, che risulta dalla studio è che spesso gli studi che confutano questi miti scientifici vengono sì diffusi, ma considerati come se supportassero il mito invece di distruggerlo.

Probabilmente per una combinazione di fretta e pregiudizio: queste bufale infatti sono storie/spiegazioni troppo buone per non essere vere, o che si prestano a giustificazioni politiche o sociali. Un esempio è la famosa teoria delle finestre rotte, di cui su Wired abbiamo visto come sia ampiamente contestata ma che continua a essere citata come vera in politica. O l’idea del paziente zero che avrebbe da solo portato l’epidemia di hiv negli Stati Uniti, e che invece si è rivelata una fandonia. La soluzione ovviamente non è affidarsi a guru pseudoscientifici: è chiedere ancora più rigore alla pratica della scienza stessa. Di seguito vediamo alcune altre credenze che potreste incontrare facilmente come esempi di nozioni scientificamente solide, e citate anche da esperti. Ma che in realtà non reggono all’analisi dei fatti.

Gli oppioidi e le citazioni comode danno dipendenza

oppioidi
(foto: Pixabay)

Se persino tra i medici si diffondono idee sbagliate rischiano di creare danni seri – eppure esistono ancora molti miti in medicina. Un esempio? In America dilaga una epidemia degli oppioidi: farmaci antidolorifici molto potenti ma che, presi indiscriminatamente, rischiano di causare dipendenza e overdose. L’industria farmaceutica non è innocente, in questo caso. Ma ad alimentare la leggerezza di molti medici è stata anche la convinzione che questi farmaci non dessero dipendenza significativa. Convinzione nata da una letterina di poche righe: non un trial clinico, né sottoposta a revisione, ma una mera osservazione scritta da due medici di Boston e pubblicata sul sia pur prestigioso New England Journal of Medicine nel 1980. Letterina che è stata citata in seguito centinaia di volte, probabilmente perché rassicurava sul fatto che si potessero prescrivere questi farmaci senza pensieri, ignorando gli studi e le evidenze reali sul rischio dipendenza.

Stupido come una vespa?

Una vespa del genere Sphex ispeziona il nido (foto: Nasa/Lauren Harnett)

Le vespe del genere Sphex paralizzano i grilli che poi trascinano nel nido per foraggiare le proprie larve – un po’ come Alien. Quando la vespa giunge in prossimità del nido lascia per un attimo il grillo sulla soglia, controlla che dentro la tana sia tutto a posto, poi riemerge e la trascina giù. Un comportamento che sembra intelligente, ma c’è un trucco. Se – come ha fatto l’entomologo Henri Fabre nel 1879 – il grillo viene spostato un poco più in là mentre la vespa è a controllare, la vespa rimette a posto il grillo sulla soglia e poi rientra a controllare, anche se aveva già guardato pochi secondi fa. Se lo si sposta ancora, ricomincia daccapo. Fabre lo fa fino a 40 volte: alla vespa non viene mai in mente che ha già guardato e di trascinare giù direttamente la preda.

Questo esperimento dimostrerebbe che gli insetti non hanno una intelligenza flessibile, ma seguono un programma fisso come dei semplici robot. In filosofia cognitiva l’aneddoto – cementato da autori di prestigio come Douglas Hofstadter e Daniel Dennett – è diventato un esempio di come si possa simulare un comportamento intelligente senza che dietro vi sia altro che ripetizione meccanica. Ma è vero? Proprio Fabre stesso, dopo aver raccontato questo esperimento su una singola vespa, fa notare come in realtà altri individui si rendano conto dello scherzo e dopo un paio di tentativi portino direttamente il grillo nella tana. Esperimenti successivi hanno confermato che le vespe possono adattare il loro comportamento alle circostanze. Ciò nonostante i filosofi e gli scienziati cognitivi hanno riportato per decenni un aneddoto su una vespa un po’ sciocca senza controllare se sia vero in generale: forse siamo noi quelli un po’ ottusi e ripetitivi?

Dai topi ballerini ai lavoratori spremuti

Stress ufficio
(foto: Nicholas Peterson)

Nel 1908 due etologi di Harvard, Yerkes e Dodson, scoprono che i topi ballerini (una razza di topolini affetta da una sindrome genetica che causa movimenti particolari) imparano meglio un compito se sottoposti a un certo livello di stress. Non troppo, ma neanche troppo poco. Lo studio venne ripetuto, sempre a inizio Novecento, su gattini e pulcini con risultati vagamente simili. Per cinquant’anni viene citato pochissimo, ma ahinoi in un paio di casi l’esperimento viene surrettiziamente elevato al rango di legge psicologica. Apriti cielo. La convinzione che esista la cosiddetta legge di Yerkes-Dodson si fa strada, viene traslata dai topi agli esseri umani e un secolo dopo diventa luogo comune nei manuali e studi di management e psicologia del management: stressate i vostri dipendenti e produrranno di più! Questo nonostante in seguito gli studi più rigorosi che hanno provato a ripetere l’esperimento non dimostrino nulla del genere – anzi, di norma la performance peggiora e basta con l’aumentare dello stress.

L’apprendimento non è una piramide

Un esempio di ‘piramide dell’apprendimento’ (foto: Wikimedia Commons)

Ne avevamo già accennato qui: la convinzione che ognuno di noi abbia uno stile di apprendimento diverso, appartenente a una di quattro classi (visivo, uditivo, scrittura-lettura e cinestetico) è stata smentita più volte, ma è dura a morire. È intuitiva, perché è vero che ognuno di noi ha delle preferenze su come imparare, ma non è vero che questo corrisponda a una diversa efficacia. Simile e correlata è la piramide dell’apprendimento: diversi modi di apprendere corrisponderebbero a diversi gradi di memorizzazione. Ricorderemmo pochissimo di una lezione frontale, e quasi tutto se spieghiamo il soggetto a qualcun altro. Non solo tale ipotesi è stata confutata, ma non se ne conoscono neanche le origini: è una sorta di ‘mito accademico’ perso nel tempo, risalente a più di 70 anni fa. Eppure è stata presa per buona e citata migliaia di volte da articoli e libri accademici sulla didattica, e continua a essere insegnata. Non solo: nonostante vari psicologi abbiano avvertito che è solo una leggenda, sembra che si stia addirittura diffondendo di più negli ultimi anni.

Lamarck, torna al tuo posto

Lamarck e Darwin: entrambi due giganti del pensiero biologico, ma le teorie di Lamarck restano in gran parte false (foto: Wikimedia Commons)

L’epigenetica -il meccanismo attraverso il quale alcune modifiche al funzionamento del dna possono essere causate dall’ambiente e passate alle generazioni successive, un po’ come se i genitori potessero insegnare biochimicamente ai figli alcune delle loro esperienze–  si presta molto a bufale e cattive interpretazioni. Ci si è infilato pure Roberto Giacobbo di Voyager, con i risultati che potete immaginare. Ma una idea è particolarmente diffusa e insidiosa, anche tra gli scienziati: che l’epigenetica sia una specie di ‘rivincita di Lamarck’ rispetto alla teoria dell’evoluzione di Darwin.

Il barbuto biologo inglese deve cedere il passo al francese? Non così presto. Jean-Baptiste Lamarck fu uno dei padri del pensiero evolutivo, uno dei primi a ipotizzare che le specie non siano fisse ma che mutassero continuamente nel tempo. Lamarck pensava che la vita fosse dotata di una sorta di spinta interiore, che la evolveva verso una crescente complessità. Spinta plasmata anche dall’uso o disuso di un particolare organo: l’esempio classico è la giraffa che, sforzandosi di allungare il collo per raggiungere i rami degli alberi, passerebbe alla prole -secondo Lamarck- un collo leggermente più lungo.

Questa capacità di ereditare caratteri acquisiti durante la vita di un individuo è quello che viene chiamato spesso lamarckismo: ma non è né la parte più originale né più importante del pensiero di Lamarck. L’idea che caratteristiche acquisite fossero ereditabili era vecchia tanto quanto Ippocrate o Aristotele. Inoltre, Darwin stesso non la rifiutò del tutto, ipotizzando potessere essere un meccanismo supplementare.

Lamarck continua a essere citato a sproposito nella letteratura scientifica sull’epigenetica. Ma cosa c’entra? Ben poco. L’epigenetica non fornisce nessuna ‘spinta’ verso una maggiore complessità, né c’entra con l’uso o disuso diretto di un organo. Non inficia il meccanismo standard dell’evoluzione per selezione naturale. Vi aggiunge la capacità, per il genoma, di venire modulato in modo ereditabile per qualche generazione, ma senza toccare l’informazione genetica di per sé. Infilare il nome di Lamarck nel discorso serve solo a confondere le acque -sia sul naturalista francese, sia sull’epigenetica e il suo ruolo nell’evoluzione. Darwin può continuare a dormire tranquillo.

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