Perché all’uomo che ha “acceso” internet 50 anni fa non piace com’è andata a finire

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Leonard Kleinrock, uno dei padri di internet, nel suo nuovo laboratorio all'Ucla (crediti foto: Robyn Beck / AFP - Photo by ROBYN BECK/AFP via Getty Images)
Leonard Kleinrock, uno dei padri di internet, nel suo nuovo laboratorio all’Ucla (crediti foto: Robyn Beck / AFP – Photo by ROBYN BECK/AFP via Getty Images)

Internet ha cambiato il mondo. Ormai è banale dirlo, ma è una rivoluzione iniziata cinquant’anni fa, esatti. Tra i tanti fenomeni epocali della storia umana, di questo conosciamo persino il minuto preciso in cui è iniziato: alle 22.30 del 29 ottobre 1969. In quell’istante è stato inviato il primo messaggio tra un computer e un altro, utilizzando la rete Arpanet. A sovrintendere quel momento storico è stato Leonard Kleinrock. È grazie alla sua teoria matematica della commutazione a pacchetti che è stato possibile connettere in modo remoto due macchine. Prima un calcolatore all’University of California (Ucla) e uno allo Stanford Research Institute, poi a collegarsi è stato il mondo intero. Kleinrock è tutt’ora attivo, la sua ricerca in questo momento riguarda la blockchain e ha decisamente molte cose da dire. Sul passato, presente e futuro di una delle sue creature.

Molti la definiscono il padre di internet. Cosa ne pensa di ciò?

“Sono uno dei padri. C’è stato il contributo di molte persone, non sarebbe corretto affibbiare un unico padre a internet”.

Lei e i suoi colleghi eravate consapevoli di fare la storia quella mattina del 29 ottobre 1969 o era semplicemente uno dei tanti test?

“Era uno dei tanti test. Eravamo ingegneri che avevano accettato la sfida di creare una nuova tecnologia. Volevamo semplicemente portare a termine il lavoro. Charley Kline ha effettuato un login alla macchina, io ero lì per supervisionarlo. Non avevamo nessuno a riprendere o a registrare quel momento. Certo, sapevamo che poteva essere una tecnologia interessante e innovativa, ma non abbiamo mai pensato che potesse cambiare il mondo”.

Neppure un sospetto?

“In realtà ebbi un’illuminazione quattro mesi prima. La scrissi, che non si dica che me la sono immaginata. In sostanza ipotizzai un network sempre attivo, sempre disponibile, accessibile ovunque e da qualunque dispositivo, nonché invisibile. In realtà non riuscì assolutamente a immaginare i social network. Non me ne sono reso conto fino all’arrivo della posta elettronica. Oltre a ciò la parte sull’invisibilità non è ancora avvenuta, ma tutto il resto è accaduto”. 

Mappa dei collegamenti internet (Cern)
Mappa dei collegamenti internet (Cern)

Perché dice che internet non è invisibile?

“Non è invisibile allo stesso modo in cui l’elettricità è invisibile. È collegata al muro, è sempre lì. Non la vedi ma sai che c’è ed è sempre disponibile. Abbiamo delle interfacce-utente sempre migliori, ma sono ancora troppo goffe, abbiamo ancora i tasti… Internet dovrebbe sparire nell’infrastruttura”.

L’internet delle cose come lo vede? È un po’ un ritorno delle macchine che si parlano tra loro?

“Ecco, l’internet delle cose sta consentendo la possibilità di far scomparire internet nell’infrastruttura. Ovviamente c’è l’enorme questione della privacy…”

Per interagire con la rete usiamo sempre di più la voce, scomparirà l’interfaccia?

“Per certi versi sì, ma guardi cos’è la voce. Il nostro cervello ha un potenziale enorme, e come lo interfacciamo con il mondo esterno? Un modo è sbattere la lingua, appunto. Ma anche gesticolare. In questo momento ci sono molti lavori riguardanti interfaccia cervello-computer. Significa interagire con lo schermo del computer direttamente pensando. Queste cose stanno accadendo ora. Darpa, sta investendo un’enorme quantità di risorse in questo campo. L’interfaccia sarà molto più comoda in futuro. Quello che prevedo però è che non possiamo prevedere le applicazioni future. Con internet abbiamo costruito un sistema in grado di sorprenderci costantemente. A proposito di profezie, ora le faccio una parafrasi di una citazione e lei mi dice di chi è”.

Proviamoci…

“Per un uomo d’affari di New York sarà possibile raggiungere immediatamente uno dei suoi colleghi a Londra, usando un dispositivo non più grande di un orologio. Sarà in grado di inviare immagini, disegni, testi o messaggi quasi senza costi. Allora, chi è?”

Oddio… così su due piedi non saprei. Guglielmo Marconi?

“Bravo, ha azzeccato l’era ma non è lui. È Nikola Tesla, un suo concorrente. Siamo nel 1908, più di centodieci anni fa. e stiamo parlando dell’internet di oggi. Nel tempo altri lo hanno immaginato: H. G. Wells con il Memex, Vannevar Bush con il suo database, Joseph Licklider con il network intergalattico… Era un concetto nell’aria”. 

Quindi pensa che internet sarebbe potuto nascere prima nella storia?

“Probabilmente no, la tecnologia non c’era ancora. Proprio nel 1969 accadde però qualcosa di interessante. Come osservò Larry Roberts, un mio caro amico e responsabile scientifico di Arpa, in quell’anno i costi di commutazione si abbassarono drasticamente. Questo ci permise di concentrarci sull’ottimizzazione delle comunicazioni. Vede, all’epoca la nostra conversazione sarebbe stata regolata da un collegamento trasmissivo dedicato a questa specifica comunicazione. Se per esempio avessi smesso di parlare per grattarmi un attimo il naso, in quel momento il collegamento sarebbe stato sprecato. Ma non si poteva fare altrimenti perché costava troppo cambiare commutazione. Non avendo più un problema di costo, nei momenti di pausa della comunicazione si poteva condividere la connettività e permettere agli altri di usare quel collegamento. Questo si chiama commutazione di pacchetto (packet switching). In sostanza è una manifestazione dell’approccio più generale detto condivisione dinamica delle risorse. È alla base anche di quella che oggi chiamiamo sharing economy, con Airbnb, Uber, ecc”.

E qui arriviamo ai fondamenti della sua teoria matematica, no?

“Fondamentalmente con la mia teoria matematica pubblicata nel 1962 non solo delineai un modello di ciò che un network di dati sarebbe stato, ma esplicitai anche i principi sul perché sia così efficace. Per poterlo fare matematicamente introdussi la teoria delle code (queuing theory). È stato un importante strumento utilizzato negli ultimi sessant’anni per l’analisi e la valutazione della performance dei network, dal wireless alla telefonia mobile”.  

Leonard Kleinrock davanti al primo Interface Message Processor (IMP) che ha consentito di inviare il messaggio tra due calcolatori nel 1969. (crediti: Robyn Beck / AFP - Photo by ROBYN BECK/AFP via Getty Images)
Leonard Kleinrock davanti al primo Interface Message Processor (IMP) che ha consentito di inviare il messaggio tra due calcolatori nel 1969. (crediti: Robyn Beck / AFP – Photo by ROBYN BECK/AFP via Getty Images)

Tornando a quel 29 ottobre 1969, ci sarà stato però un momento in cui si è reso conto della portata storica di quel momento?

“Vede, internet per venticinque anni non è stato chissà che. Però quando la cosa ha iniziato a raggiungere i consumatori, ad apparire sulle riviste degli aerei, a riguardare miliardi di persone… Allora mi resi conto di poter definire il momento esatto dell’inizio della rivoluzione di internet. Quando il neonato internet ha emesso le prime parole, quel 29 ottobre del 1969”.

Ecco, parlando delle prime parole… Tutti ricordano la frase storica di Neil Armstrong sulla Luna che pronunciò quello stesso anno. Diciamo che il primo messaggio della rete non è stato altrettanto epico, no?

“Sì, be’, me l’hanno fatto notare in tanti. Ha ricordato Armstrong, ma pensiamo pure alle prime parole pronunciate da Samuel Morse per il primo messaggio telegrafico: Quali cose ha creato Dio (What hath God wrought?). O ancora, Alexander Graham Bell: Vieni qui. Voglio vederti. Frasi potenti, bibliche. Era gente intelligente, che aveva capito il potere mediatico. Noi no”. 

Eravate piuttosto concentrati sull’obiettivo…

“Ma sì, niente videocamera o registratore. L’obiettivo era di poter disporre di un laboratorio informatico collocato per esempio a Venezia da qui, all’Ucla di Los Angeles, senza spostarci. Avere la possibilità di collegare in modo remoto le macchine era lo scopo del network. Quindi dovevamo fare il login da un calcolatore a un altro. Eravamo pronti. Ma come verificare l’esperimento? Charley Kline all’Ucla e Bill Duvall allo Stanford Research Institute erano in contatto telefonico. Pensi all’ironia: usavamo il telefono per testare una tecnologia che in teoria l’avrebbe ucciso. Comunque, si digita la l. Trasmessa. Si digita la o. Trasmessa. Si digita la gil computer va in crash. Quindi il primo messaggio di internet è stato lo. Col senno di poi ho riconosciuto essere l’inizio di Lo and behold (espressione di sorpresa in inglese, ndr). Stringato, potente e profetico, non potevamo chiedere di meglio”.

Ma all’epoca non c’erano alternative per far comunicare i computer tra loro in modo simile?

“C’erano alcune reti di computer, per esempio il Sage, Semi-Automatic Ground Environment. Avevano connesso macchine identiche per raccogliere dati radar, utile in caso di interferenza sovietica al confine americano settentrionale. Era però un network molto specializzato e tra computer uguali. Non c’era il concetto della commutazione di pacchetto. L’idea si basava sulla mia tesi di dottorato intitolata Flusso di informazioni in grandi reti di comunicazione. Mi interessavano i grandi network”.

Come mai?

“Perché sapevo che una volta estesa la rete, sarebbero emerse alcune proprietà che non si vedevano nei network piccoli e specializzati. Non c’era alcuna nozione su come ingrandirne le dimensioni e gestirne la vulnerabilità. Per aumentare la scalabilità non puoi avere l’intero controllo del sistema in un unico nodo. è troppo vulnerabile, troppo traffico in entrata e uscita. Bisogna distribuire il controllo su tutti i nodi, una rete distribuita. Per il solo fatto di aumentare le dimensioni di un network le prestazioni migliorano notevolmente. È una cosa matematica. Il principio chiave è che più grande è meglio”.

Schema disegnato da Larry Roberts nel 1969 sul network che sarebbe diventato Arpanet (crediti: Apic/Getty Images)
Schema disegnato da Larry Roberts nel 1969 sul network che sarebbe diventato Arpanet (crediti: Apic/Getty Images)

È stato il progetto Arpanet a dare concretezza al suo lavoro. Un progetto però con finalità militari… questo non le dava da pensare?

“Attenzione, il fine non era militare. Arpa è stata creata come conseguenza dello Sputnik. In quel momento l’America sentiva di aver perso la leadership in campo scientifico e tecnologico. Per cui Arpa serviva a rinforzare la ricerca nazionale. Il progetto è stato creato all’interno del Dipartimento della difesa perché era più facile ottenere i fondi. Io ero principal investigator e mai nessuno dall’alto mi ha mai imposto cosa dovessi o non dovessi fare. Poi sicuramente agli altissimi vertici si sono resi conto dei vantaggi potenziali anche per fini militari. Ma mai al livello di noi ingegneri. è importante puntualizzarlo per sfatare la leggenda urbana che la rete sia stata creata per proteggere gli Stati Uniti da un attacco nucleare”.

Ah, solo una leggenda urbana?

“In realtà c’è qualcosa di vero. C’era un altro progetto di ricerca che non c’entrava nulla con quello che facevamo noi all’Mit o all’Ucla. Alla Rand corporation un signore che si chiamava Paul Barren stava elaborando un network dedicato specificamente alla protezione in caso di attacco nucleare. Penso che il mito arrivi da lì”.

Cos’ha pensato dello sviluppo del world wide web da parte di Tim Berners-Lee?

“Wow! Da quel momento tutti hanno potuto usufruire di internet. Era finalmente disponibile al mondo dei consumatori. Tim Berners-Lee ha realizzato ciò che mancava: una buona interfaccia grafica per gli utenti. È stato molto importante. Vorrei ricordare però altri passaggi fondamentali. Nei primi anni Ottanta la National Science Foundation ha voluto connettere i loro supercomputer nel mondo usando Arpanet. Introducendo la linea ad alta velocità hanno chiamato la rete Nsfnet, il National Science Foundation Network. A quel punto la potevano usare non solo gli informatici, ma tutta la comunità scientifica, che era legata anche alle aziende. Quindi hanno iniziato a scambiarsi email, un’applicazione che ha sedotto anche le persone al di fuori del mondo della ricerca.

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Tim Berners Lee (foto: Getty Images)

Un altro evento determinante è stato dovuto al senatore Al Gore, che è stata una delle persone che ha maggiormente sostenuto lo sviluppo di internet. Gli piacque tanto il report che avevamo scritto, intitolato Verso un network di ricerca nazionale, che mi invitò a parlare in Senato. Quel discorso aiutò gore a convincere il Presidente George Bush padre a firmare nel 1991 l’High Performance Computing Act. A quel punto grazie a quella legge avevamo l’industria, l’accademia e il governo uniti da un network fatto da gigabit, l’Information superhighway. Per raggiungere il pubblico però mancava un’interfaccia e a questo ci pensò Tim Berners-Lee. Gli anni Novanta però hanno rappresentato anche l’inizio di un problema”.

In che senso?

“12 aprile 1994: il primo messaggio di spam. Due avvocati mandarono una email pubblicizzando i loro servizi. Eravamo molto arrabbiati, si era diffusa in tutto il network. Come osavano! Così gli abbiamo risposto, dicendo loro di vergognarsi. Solo che mandammo talmente tante email da tirar giù il server. Avevamo provocato involontariamente un denial of service attack (Ddos). Al di là dell’episodio, il mondo si era reso conto che internet poteva essere una straordinaria macchina per fare shopping, per i consumatori. È stato un cambio di paradigma importante”.

Un altro cambiamento importante per internet è derivato dall’undici settembre 2001, no? Ne parla anche Edward Snowden nel suo ultimo libro. Qual è stata la sua reazione alla luce delle sue rivelazioni?

“Devo dire che ho avuto una reazione molto patriottica, per così dire, preoccupato della divulgazione di informazioni segrete. D’altra parte però se qualcuno commette nefandezze bisogna rivelarlo, e in questo caso è stato il governo. Anche se ci dovrebbe essere una linea tra il rivelare cattivi comportamenti e informazioni riservate. Ma ha cambiato la vita di internet, perché ora la privacy è diventata un problema molto importante, che però dobbiamo ancora risolvere. Molti di noi hanno rinunciato ad essa volontariamente. Il mondo ci sta facendo i conti, il Gdpr è un esempio”.

GDPR
(Immagine: Getty Images)

Che di per sé non è una brutta cosa, no?

“Lo penso anch’io sì, dev’esserci un certo controllo. Ad ogni modo, è facile lamentarsi dei problemi, però bisogna trovare soluzioni. Per esempio in alcuni casi l’intervento dei governi è necessario, pur mantenendosi a un livello di non eccessiva ingerenza. E poi bisognerebbe coinvolgere veramente i cittadini. Qual è stata l’ultima volta che Facebook le ha chiesto quale politica della privacy vorrebbe? Loro non chiedono queste cose, danno semplicemente la possibilità di scegliere se accettare o meno. I consumatori dovrebbero invece avere la possibilità di dichiarare quale tipo di privacy vorrebbero si attuasse alle applicazioni che usano.

Il mondo commerciale dovrebbe inoltre adottare formati alternativi e più comprensibili per descrivere le loro politiche di privacy, anche visivamente. Così da consentire la scelta. Anche l’adozione della crittografia omomorfica sarebbe utile. Ci dovrebbe essere uno sforzo cooperativo. Mark Zuckerberg ha recentemente affermato di voler sostenere e proteggere l’interazione aperta. Al di là delle soluzioni che propone, solleva effettivamente problemi difficili. Ma non mi fido di tutto ciò che dice”.

Ma crede che Zuckerberg possa effettivamente affrontare i problemi di privacy o semplicemente non è in grado di controllare ciò che è diventato Facebook?

“Innanzitutto non mi fido di Zuckerberg e delle sue motivazioni. Non sono altruistiche ma orientate all’avidità del profitto. Bisogna dire però che la difficoltà dei problemi che deve affrontare è grande. Vedi l’hate speech, che implica il tema della libertà di parola. E poi non c’è solo il mondo occidentale ma anche la Russia o la Cina, per esempio. Oltre agli abusi sulla privacy, c’è anche rischio di un internet segmentato a specifici paesi. Le cose potrebbero degenerare prima di migliorare e questa mentalità riflette il nazionalismo e il populismo dilagante nel mondo. C’è quindi sempre un lato buono e cattivo nella tecnologia, solo che ci vorrebbe più sanità mentale tra i leader. E oggi scarseggia un po’”.

Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook (Getty Images)
Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook (Getty Images)

Tornando a Facebook, ha detto più volte di non usarlo. Non ha cambiato idea negli anni?

“No. Non ho mai usato Facebook. Però sono su Twitter. Ho spedito, credo, due tweet in vita mia. Ah, sono anche su Instagram perché l’ha voluto la mia nipotina. Penso di avere circa dieci foto”.

E i giochi online?

Non gioco online, ma gioco a Sudoku sul computer. Gioco anche a scacchi, ma non online”.

Neanche gli scacchi?

“No, non sono bravo abbastanza. Anche se uno dei miei cari amici è Garry Kasparov. Parlerà alle celebrazioni del cinquantesimo anniversario di internet all’Ucla e ha un punto di vista interessante. Come sa, è stato il primo essere umano a perdere a scacchi con una macchina. Dice che in casi come questo ci sono due possibilità. Ci si può mettere in un angolo a piangere, dicendo che le macchine hanno preso il controllo e l’umanità non ha più valore. Oppure si ammette che la combinazione tra intelligenza umana e artificiale è il vero potere”.

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