Perché è importante non rinnovare gli accordi con la Libia

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Foto LaPresse

Sabato 2 novembre scatterà il tacito rinnovo del cosiddetto “Memorandum di intesa tra Italia e Libia”, un documento siglato congiuntamente nel febbraio 2017 dall’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal primo ministro del governo di unità nazionale di Tripoli, Fayez al Serraj. L’accordo, che prevede una stretta cooperazione tra i due paesi in tema di “contrasto all’immigrazione illegale” e di “rafforzamento della sicurezza delle frontiere”, si prolungherà a quel punto di ulteriori tre anni, ma ognuna delle due parti ha ancora qualche giorno di tempo per inviare una semplice notifica scritta e interrompere così unilateralmente la discussa collaborazione.

Negli ultimi giorni si sono susseguite numerose prese di posizione pubbliche contrarie al prolungamento, giunte da esponenti della società civile e da organizzazioni umanitarie, ma anche da rappresentanti di partiti politici attualmente nella maggioranza di governo, come Matteo Orfini, Graziano Del Rio e Gennaro Migliore. Al centro del dibattito c’è ancora una volta la ripetuta violazione dei diritti umani messa in atto dalla Libia, una debole entità statale che l’Onu ha a più riprese descritto come dilaniata da una vera e propria guerra tra bande e che l’Italia ha di fatto finanziato con oltre 150 milioni di euro in tre anni.

Cosa prevede il memorandum

Il suo nome completo è “Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana”, ma le maggiori criticità emergono proprio in tema di gestione dei flussi migratori.

A volerlo fortemente nel febbraio del 2017 fu Marco Minniti, da pochi giorni subentrato ad Angelino Alfano nel ruolo di ministro dell’Interno e già impegnato nella stesura di quello che di lì a poco sarebbe diventato il decreto Minniti-Orlando. Obiettivo dichiarato del combinato disposto era di ridurre la pressione migratoria proveniente dalle coste libiche – il principale punto di partenza dei migranti diretti in Italia – ed effettivamente nell’estate del 2017 il numero di arrivi calò di un terzo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Sulla scia di una decennale tradizione di patti tra Italia e Libia, inaugurata dal Trattato di amicizia sottoscritto nel 2008 da Roberto Maroni e Muammar Gheddafi, il governo di Serraj – legittimato dalla comunità internazionale – si impegnava così ad “arginare i flussi di migranti illegali e affrontare le conseguenze da essi derivanti”. Da parte sua, l’Italia avrebbe fornito “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina”, in altre parole addestramento, mezzi e attrezzature alla forza di sicurezza comunemente definita Guardia costiera libica, un ambiguo coacervo di milizie dismesse e trafficanti.

L’accordo, firmato il 2 febbraio 2017, non è mai stato ratificato dal parlamento italiano, come invece prevederebbe l’articolo 80 della Costituzione in materia di trattati internazionali, e usufruisce dei fondi stanziati per il Fondo Africa, tecnicamente destinati a “interventi straordinari volti a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie”.

Le critiche all’accordo

La critica principale mossa da più parti al piano di Minniti è quella di aver finanziato attivamente le violazioni dei diritti umani in Libia. In un rapporto del 26 agosto scorso, l’Onu ha sottolineato come i salvataggi operati dai guardacoste di Tripoli (utilizzando motovedette e telefoni satellitari forniti dall’Italia) siano in realtà delle vere e proprie “intercettazioni in mare”, effettuate con il fine ultimo di porre in schiavitù, torturare e infine rivendere ai trafficanti di uomini i migranti intercettati.

La natura delle forze a disposizione di Serraj era ben nota al tempo degli accordi, tanto che già nel 2017 l’Onu aveva puntato il dito contro la Guardia costiera libica, denunciandone il coinvolgimento in “gravi violazioni dei diritti umani”. Altrettanto note erano le condizioni dei centri di detenzione presenti nel paese africano, carceri di stato dove i migranti senza documenti vengono sottoposti a reclusione arbitraria e indefinita e che sempre nel 2017 l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti Umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, aveva definitoun oltraggio alla coscienza dell’umanità”. 

Per assicurare totale trasparenza al processo con cui l’Italia da tre anni tiene lontani i flussi migratori dalle proprie coste, nel novembre del 2017 il ministero dell’Interno ha attivato un bando di 2 milioni di euro, per consentire alle ong di operare in alcuni di questi centri e garantire il rispetto dei diritti umani. Attualmente i centri di detenzione accessibili da Onu, Oim e organizzazioni umanitarie sono in tutto tre, a fronte dei 19 gestiti direttamente dal governo libico, mentre non possediamo dati certi sul numero di prigioni ufficiose.

Era nota, infine, anche la storia di Abd al Rahman Milad, un criminale libico meglio noto come al Bija, considerato molto vicino ai trafficanti di uomini e immortalato in un video pubblicato dal Times nell’atto di frustare persone appena salvate dal mare. Come racconta il giornalista Nello Scavo nell’inchiesta pubblicata su Avvenire, nel maggio del 2017 Bija partecipò a una riunione con delegati inviati dal governo italiano, organizzata a Catania. In una recente intervista rilasciata a Francesca Mannocchi, l’uomo, oggi reintegrato dalla Guardia costiera libica, ha svelato di essere stato ricevuto al ministero dell’Interno, ma di non ricordare se agli incontri fosse presente anche Marco Minniti.

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