Intervista a Don Rosa: “No, non sono l’erede di Carl Barks”

0
240
Questo post è stato pubblicato qui

Don Rosa

“L’erede di Carl Barks? Io? Non sono d’accordo. Certo, la gente può avere questa percezione, e si può immaginare quanto ciò mi lusinghi. Ma non ho mai cercato di imitare lo stile artistico o narrativo di Barks. Mi sono limitato a usare i suoi personaggi, e i miei disegni non sono all’altezza del paragone”. Nonostante le sue proteste, per tutti Don Rosa è e sarà sempre l’ultimo grande uomo dei paperi dopo la triste scomparsa di Carl Barks nel 2000.

Se Barks ha popolato la città di Paperopoli e dintorni con i personaggi memorabili che ormai sono patrimonio dell’arte del fumetto (Paperone, Qui Quo e Qua, Gastone, Nonna Papera e tanti, tanti altri), Don Rosa ne ha fissato per sempre l’albero genealogico e le origini, narrando le avventure di un giovane Paperon De Paperoni in Klondike, il racconto dei suoi primi milioni di dollari, l’amore indimenticato per la cantante Doretta Doremì, il ritrovamento del piccolo uovo da cui nascerà Paperino.

Abbiamo parlato con Don Rosa a Lucca Comics & Games 2019, dove l’autore è stato ospite di Panini Comics, che ha riproposto per l’occasione i suoi lavori nella serie di volumi in edizione deluxe Uncle Scrooge & Donald Duck, lo speciale Portfolio Don Rosa con 8 litografie da collezione e un Calendario 2020 con 12 delle sue illustrazioni più belle.

Lei ha definito la storia dei paperi. Perché la sorprende essere ritenuto l’erede di Carl Barks?

“Ci sono fan che adorano le mie storie, ma tanti altri che le detestano con passione. Se io non fossi me, probabilmente mi detesterei anche io. In tanti mi accusano di aver voluto rendere i fumetti dei paperi simili a quelli dei supereroi Marvel, introducendo una continuity tra le storie.

“In realtà, l’idea di una continuità cronologica tra storie autoconclusive risale a molti anni prima, ai fumetti di Superman degli anni ’40 – ’60 firmati da Mort Weisinger. Lui ha raccontato la storia di Superman su Krypton, che prima non era mai stata accennata: Clark Kent c’era e basta, neanche il personaggio conosceva le proprie origini. Quelli erano i miei fumetti preferiti dopo i paperi di Barks. Io ho voluto fare qualcosa di simile, niente di complicato: semplicemente, se qualcosa succede, lo si può citare in una storia successiva, è sufficiente menzionarlo. Era un’idea che piaceva a me, piaceva ai fan, e non sorprende che sia poi diventata popolare con la Marvel 10 o 20 anni più tardi”.

Disney in Italia vanta una tradizione molto importante e una scuderia di grandi maestri del fumetto. Cosa pensa dei suoi colleghi italiani?

“I fumetti di paperi e topi in Italia hanno uno stile molto più cartoon rispetto al mio o a quello di Carl Barks, che invece è più vicino alle storie prodotte e pubblicate in Nord Europa. Ovviamente non leggo l’italiano, ma guardando le storie di Topolino mi sembrano rivolte  a un pubblico più giovane, di bambini piccoli, anche se so che non è così. Il mio autore italiano preferito è Marco Rota, quello con lo stile più americano. Tra l’altro, forse siamo imparentati alla lontana: lui è di Venezia, la mia famiglia viene effettivamente dal Veneto. Pare anche che avesse un Rosa in famiglia, o almeno così mi dice lui, sempre che non voglia farmi uno scherzo, e comunque Rosa e Rota sono cognomi molto simili e forse a un certo punto qualcuno ha trascritto male qualche documento. Chissà. Giorgio Cavazzano è un grande autore, ma lo definirei un cartoonist. Però se si tagliasse la barba, e se la incollasse sulla nuca, beh, sarebbe praticamente il mio sosia”.

Ha spesso affermato di aver sempre lavorato in modo isolato dal resto del settore. Ma legge ancora fumetti?

“No, ho smesso negli anni ’80, perché negli Usa c’erano solo supereroi e non mi piaceva più il genere già dagli anni ’70. Così sono diventato un collezionista, e non più un lettore. Avevo la più grande collezione di comics in America, sino a 10 anni fa, quando ho venduto tutto. Continuo a essere un collezionista, ma di altre cose: flipper, auto antiche, ma soprattutto libri, libri e ancora libri. Serie di libri più che volumi individuali. La mia preferita? I libri di The Flashman, una fiction storica ambientata nell’800 di George MacDonald Fraser”.

Lei è un autore americano che ha lavorato per anni con l’industria europea del fumetto. Come vede le differenze tra i due mondi? 

“L’industria del fumetto negli Usa è morta nel 1970. Non c’erano abbastanza acquirenti per tenere in piedi il complesso sistema di distribuzione che portava i fumetti nelle edicole di tutto un continente. Le grandi società che avevano comprato le licenze più grandi, inclusa quella dei fumetti Disney, tagliarono le perdite smettendo di pubblicare i comics e dedicandosi ad altro, come i giochi da tavolo. Gli editori di supereroi capirono di poter evitare gli sprechi, le rese delle edicole, vendendo esclusivamente nelle fumetterie e nei negozi specializzati; mentre i fumetti dei paperi, così come tanti altri, sparirono dalla circolazione”.

Per questo lei è più noto in Europa che negli Usa?

“Sì, perché i lettori americani sono convinti che esistano solo i supereroi, non vedono altro. E pochissimi li leggono: gli albi vendono forse 20mila copie rispetto ai milioni di copie venduti negli anni ’50 del secolo scorso. In America il mio stand è spesso confuso con quello di Duck Tales. Qui ci sono file di fan che aspettano sotto la pioggia per avere un autografo. Io sono qui per loro”.

Ha registrato il suo nome come copyright. Cosa l’ha spinta a farlo, dopo decenni di carriera? 

“In diversi Paesi europei c’erano editori che pubblicavano opere con il mio nome in copertina, senza curarsi minimamente della qualità della stampa, della carta utilizzata, del lettering, dei colori, della traduzione… I fan compravano questi libri e li associavano a me. Non era il caso di alcuni editori come Panini in Italia e Glénat in Francia, che hanno sempre voluto produrre volumi di buona qualità rispettando i lettori. Ma altri mandavano in stampa qualsiasi cosa contando poi di incassare soldi. Non potevo proteggere i personaggi o le storie, così quello che ho fatto, circa 12 anni fa, è stato registrare il mio nome e poi smettere di lavorare. Da allora chiunque voglia pubblicare qualcosa con il mio nome in copertina, deve trattare con me”.

Il tema dei diritti di proprietà intellettuale degli autori è molto importante. Pensa che altri potrebbero seguire la sua strada registrando un copyright sul proprio nome?

“In Europa, sì. Negli Stati Uniti non si può. Si potrebbe pensare che in America sia garantita la libertà di tutelare i diritti collegati al proprio nome, ma non è così. Io ci tengo sempre a chiarire che le storie dei paperi non sono storie di Walt Disney, sono storie di Carl Barks. Barks è il creatore e il padre di questi fumetti, non Walt Disney. E se sono stati pubblicati, è merito di freelancer e di editori indipendenti che hanno lavorato in modo autonomo, spesso senza supporto delle grandi aziende da cui hanno comprato le licenze”.

Cosa pensa quando viene in Italia, in Europa, per le fiere del fumetto come Lucca Comics & Games?

“In Europa ci sono molti più lettori, c’è ancora interesse per i fumetti. Facendo una proporzione, per avere un tasso di lettori di fumetti pro capite paragonabile a quello del mercato europeo, negli Stati Uniti si dovrebbero vendere 170 milioni di copie di fumetti, anziché 20mila. Mi dispiace vedere che le fiere europee stanno cercando di imitare quelle americane dando più visibilità ai film e ai videogiochi a discapito del fumetto. Negli Usa, anche le fiere più grandi come il San Diego Comic Con hanno solo il nome di richiamo, poi però ci si trovano memorabilia e giochi, e pochissimi stand che effettivamente vendano comics. Per fortuna in Italia e in Europa non siamo ancora a quei livelli, ma il calo delle vendite dei fumetti è iniziato anche nel Vecchio Continente, ed era inevitabile anche per via del passaggio al digitale”.

The post Intervista a Don Rosa: “No, non sono l’erede di Carl Barks” appeared first on Wired.