Gli uomini d’oro è un quasi-poliziesco italiano

0
162
Questo post è stato pubblicato qui

Nella migliore delle ipotesi, proprio nello scenario più roseo immaginabile, Gli uomini d’oro è un film ponte, o meglio uno dei film ponte. Sono quei film che se tutto va bene traghetteranno il pubblico del cinema italiano da un universo di commedie scaricate nelle sale con la betoniera ogni weekend da distributori e produttori lieti di ripetere e ripetere e ripetere come in un eterno franchise dai titoli e dai cast sempre (lievemente) diversi, ad uno invece vario, in cui le commedie vivono accanto ai polizieschi, accanto ai film d’amore, quelli commoventi, quelli paurosi ecc. ecc. ecc. Lo chiamavano Jeeg Robot o Il primo re sono già il punto d’arrivo (o almeno l’inizio di una nuova fase), ma perché tutti ci arrivino servono dei passaggi intermedi.

Questo significa che come film criminale, che racconta la storia (vera) di una rapina con obiettivi di fuga nei paradisi esotici da parte di un gruppo di uomini che non sono criminali ma hanno l’occasione giusta in virtù del lavoro che fanno (i portavalori), Gli uomini d’oro non è certo perfetto né impeccabile, ma se lo si considera un ponte tra le nostre commedie e il vero cinema criminale, allora è un’altra cosa, allora fa bene il suo lavoro. A dimostrarlo c’è il cast, il fatto cioè che per un film serio, in cui non si scherza, ci siano tutti attori di commedia (del resto i nostri attori noti sono quasi tutti di commedia).

Fabio De Luigi è quello che fa il salto più grande: dal massimo delle commedie (con ben poca amarezza in esse) al massimo del serio. Ha un personaggio duro, pieno di rancore, pronto a tutto ma anche terribilmente medio. E non funziona. Considerato come è scritto e quale sia il suo arco a De Luigi è stato affidato di gran lunga il personaggio più complesso ed interessante ma è sottosviluppato e mai davvero reso a pieno. Questo leva profondità di lettura al film, rendendolo sbrigativo e superficiale perché con il personaggio cruciale manca di affrontare i veri interrogativi della storia, il marcio di quella persona, quella città e quel mondo. Che poi è il punto del genere

La buona notizia è che il resto del cast più o meno trasformato (Edoardo Leo è un attore di commedia ma non nasce necessariamente così e ha altri toni, Giampaolo Morelli qui ha un ruolo serio con toni guasconi) riesce invece bene. In certi casi ottimi. E proprio con questa divisione dei personaggi e dei toni il film gioca. La storia è spezzettata e la vediamo più di una volta, seguendo ad ogni iterazione il punto di vista di un personaggio diverso (più o meno come in Rapina a mano armata), partendo sempre dallo stesso punto. Il primo passaggio ha dei toni leggeri, il secondo già è più grave, fino a quello più duro di tutti che porta al finale.

Proprio questa escalation che parte quieta e un filo ordinaria e dovrebbe finire nel nero, nella violenza e nella mancanza di speranza rivela che questo è un film ponte e non un punto di arrivo. Perché nonostante la trama lo chiami e lo chieda a gran voce, Gli uomini d’oro non ha mai il coraggio di esagerare, non arriva mai al cinema duro, non vuole mai assestare davvero un colpo allo spettatore. Succederanno fatti violenti ma non saranno raccontati in maniera violenta. Alla fine i personaggi positivi rimangono delle brave persone, magari con cattive intenzioni, ma brave persone. A prescindere da come si conclude la storia il finale rimane conciliante, i peggiori finiscono male e chi si salva dimostra di avere un’anima. Del resto il film fa una grande fatica quando entra in gioca la violenza (un problema di raccordo con una pistola che prima non è in mano a qualcuno e poi nell’inquadratura dopo lo è, lo testimonia), sembra volerla evitare fino a che non è proprio strettamente necessario. Per fortuna lo stesso non si può dire della tensione, con la quale dimostra di essere più a suo agio, cosa che per l’appunto bilancia il film e lo rende, alla fine, godibile.

The post Gli uomini d’oro è un quasi-poliziesco italiano appeared first on Wired.