Parasite, un capolavoro sui nostri tempi ancora segnati dal divario tra ricchi e poveri

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La prima parte di Parasite è la cavalcata più eccitante che vedrete quest’anno nel mondo della truffa, del raggiro e della furbizia proletaria ai danni dei ricchi. La famiglia di indigenti senza lavoro ma con molta furbizia che si insinua nella villa della classe dirigente millantando di essere prima un tutore, poi un autista, poi una donna di servizio fino a che non sono tutti lì, al servizio dei ricchi e potenti ma anche nella loro magione, al caldo, pieni di cibo e lusso, è una specie di A-Team, una squadra coordinata, implacabile, efficace che vede una possibilità e si pone un obiettivo. La maniera in cui Bong Joon-ho li racconta, in cui mette insieme il loro piano e il suo svolgersi è vera e autentica maestria sconosciuta al cinema americano di oggi. È eccitante e divertente, esilarante e pieno d’orgoglio, è ben rispecchiata da Kang-ho Song (il capofamiglia dei poveri), il più grande attore coreano del momento, un vero maestro che sembra sempre stare di lato e invece fa tutto il lavoro, comunica le sensazioni di tutta la sua famiglia anche senza parlare. Un mostro di economia e risultato.

Quest’impeto incredibile che porta la famiglia Kim da un appartamento minuscolo, così orrendo che in ogni inquadratura che viene fatta lì dentro non possono che esserci tutti i personaggi, così squallido da  avere un bagno con la tazza su un gradone vicino ad una finestrella minuscola, è un brivido in sé. Gli eroi di Parasite hanno fregato i ricchi che non si accorgono di niente, che nemmeno li considerano, che vivono in un altro mondo e non sono furbi. Li hanno fregati e ora se la godono. Almeno fino a quando non arriva qualcuno, in una notte di pioggia in cui i padroni sono via, e non svela una stanza segreta, che ribalta il film. Fino a quel momento Parasite è stato un  magistrale, tecnicamente impeccabile, divertentissimo. Da quel momento diventa un capolavoro.

Vincitore della Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes con lodi unanimi di tutto il sud della Francia, questo film coreano dall’autore più commerciale e al tempo stesso sofisticato del paese (lo Steven Spielberg coreano, solo più polemico, ironico, cinico) è una vera chicca in cui c’è tutto e tutto viene dalle case. Un film in cui le abitazioni parlano, in cui il sottoscala ignobile dei Kim è in diretto dialogo con quella casa stupenda fatta di design dei Park, la famiglia ricca. La prima casa è caratterizzata dall’orrenda finestrella abbaino, rettangolare come un piccolo schermo casalingo da cui vedere i piedi e il fango della città, la seconda è caratterizzata da un’immensa vetrata come lo schermo di un cinema, che dà su un bellissimo giardino privato. La prima ha la tazza su un gradone e un soffitto troppo basso, la seconda è piena di scale che portano a diversi piani.

Ma la svolta impossibile da rivelare e che a metà il film ribalta tutto e rimette in corsa entrambe le famiglie (anzi una in particolare), è anche quella che amplia lo spettro della casa dei ricchi Park, aggiunge un ambiente che non pensavamo che esistesse e quindi una dimensione che non pensavamo potesse esistere in questo scontro tra classi che sembrava semplice e invece si fa complesso. Sotto ai ricchi c’è qualcosa, c’è qualcuno. Come sotto al tavolo si dovranno nascondere i Kim in una delle scene più belle e clamorose, inattese e imprevedibili del film (forse la seconda migliore, la prima non la si può rivelare ma coinvolge delle capocciate a un interruttore ed è un’immagine incredibile che dice tutto sulle classi sociali).

A rendere Parasite il film paradigma degli anni che viviamo probabilmente è la trama, l’invenzione di questi parassiti dei parassiti che svelano altri parassiti. Ma è la mano di Bong Joon-ho, la maniera in cui lavora (come sempre nei suoi film) tra primo piano e sfondo a fare la differenza. Il suo stile prevede che le informazioni non le prendiamo solo da ciò che accade in primo piano, ma che quel che il film ci dice o che una scena ci dice venga sempre dall’interazione tra il primo piano e il secondo piano, tra le due persone che parlano e le altre due che nello sfondo stanno facendo qualcos’altro, qualcosa di fondamentale. Proprio da quella relazione, dal fatto magari che le prime due non vedano, non sentano o scelgano di trascurare le seconde, viene tutto il senso.

È un modo di fare cinema complicato molto appoggiato alle immagini, impossibile da copiare se non si ha quella testa e terribilmente coinvolgente, perché mette sempre lo spettatore nella condizione di operare delle piccole e facili decodifiche delle immagini. Interpretando, capendo e facendosi una propria idea non sì è solo destinatari dei dialoghi, ma si interagisce con le immagini, le si capisce e capendole si viene a sapere qualcosa di più sulla storia. Un esercizio di attività che consente a Parasite di dire molto più di quel che svelano i suoi eventi.

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