In Bolivia c’è stato un colpo di stato?

0
145
Questo post è stato pubblicato qui
Il presidente della Bolivia Evo Morales (foto: DIANA SANCHEZ/AFP via Getty Images)

Dopo tre settimane caratterizzate da violente proteste di piazza, Evo Morales non è più presidente della Bolivia. La decisione è stata comunicata ufficialmente nel pomeriggio di domenica e rappresenta la presa d’atto formale del mutato atteggiamento dell’esercito, nelle ultime ore descritto come intenzionato a deporre l’uomo da quasi 14 anni alla guida della repubblica latinoamericana.

Insieme a Morales, si sono dimessi il suo vice Álvaro García Linera e i presidenti dei due rami del parlamento boliviano, circostanza che lascia l’amministrazione temporanea del paese nelle mani di Jeanine Anez Chavez, vice-presidente del Senato e tra le principali esponenti dell’opposizione. Non è ben chiaro quale sarà il destino del presidente uscente, ma in un tweet (poi smentito dalla polizia) il leader dei comitati civici Luis Fernando Camacho ha annunciato l’emissione di un mandato d’arresto a suo nome.

Nonostante sia stata descritta a tutti gli effetti come il risultato di un’imposizione, la notizia dell’avvicendamento ai vertici del governo boliviano è però stata raramente definita un colpo di stato, con la maggior parte dei media – italiani e internazionali – più propensi a utilizzare la formula delle dimissioni.

Non si tratta di una disputa semantica o puramente formale, ma di una scelta consapevole, che entra direttamente nel vivo della complessa vicenda boliviana e del nostro modo di rapportarci alla politica estera, soprattutto quando questa avviene al di fuori dei confini di ciò che viene comunemente percepito come Occidente.

Cos’è successo in Bolivia

La vicenda boliviana ha origine da una disputa giuridica riguardante la validità di un articolo della costituzione emanata nel 2009 proprio da Morales, che impone il tetto di due ricandidature per il presidente e vicepresidente della repubblica (da contare a partire proprio dal 2009).

Evo Morales è entrato nella storia come il primo presidente indigeno a guidare la Bolivia, un paese a maggioranza indigena, grazie al successo elettorale ottenuto nel 2005. Nei suoi tre mandati presidenziali, Morales ha cambiato fortemente il volto del paese, sottoponendo l’economia boliviana a un ciclo di riforme e di nazionalizzazioni che hanno diminuito la percentuale di abitanti in povertà assoluta, aumentando al contempo l’alfabetizzazione. Di contro, la sua presidenza è stata fortemente criticata per l’intensa attività estrattiva, che oltre al costo in termini di sfruttamento ambientale ha sottratto terreno alle comunità rurali.

Per eludere la mannaia del vincolo costituzionale, nel 2016 Morales ha indetto un referendum, che in caso di esito positivo avrebbe abolito la regola dei due mandati. Non andò bene e il popolo boliviano bocciò la proposta (con il 51,3% e una differenza di 138mila voti), ma in suo soccorso arrivò il Tribunale Elettorale Supremo, che si pronunciò contro la legittimità della norma.

Per questo le elezioni dello scorso 20 ottobre erano considerate un crocevia molto importante per il futuro del paese, l’esercizio democratico che avrebbe stabilito una volta per tutte la reale entità del consenso nelle mani di El Indio.

Le accuse di brogli

Alla vigilia dell’ultima tornata elettorale, tutti i sondaggi davano in testa Evo Morales, ma con percentuali oscillanti tra il 32% e il 38%. Un dato non particolarmente rassicurante, in un sistema elettorale a doppio turno e con otto candidati a dividersi la restante fetta della torta, pronti a coalizzarsi in caso di ballottaggio.

Per scongiurare la sconfitta, Morales avrebbe dovuto chiudere la partita al primo turno, il che significava ottenere il 50% dei consensi o il 40%, ma con almeno 10 punti di distacco sul secondo arrivato. È in questa fase che entra in gioco la variabile impazzita delle elezioni boliviane: il conteggio dei risultati preliminari (Trep).

Accanto al classico sistema di conteggio dei voti, infatti, da qualche tempo alcuni stati americani hanno implementato un meccanismo in grado di trasmettere i risultati preliminari delle elezioni. Si tratta di uno strumento raccomandato dall’Oas (l’Organizzazione degli Stati Americani) e molto utile ai media impegnati sul territorio, ma pensato soprattutto per fornire un’idea trasparente e rassicurante delle dinamiche elettorali nell’area.

La notte del 20 ottobre, sfortunatamente, la trasmissione dei risultati preliminari si interrompe all’84% dei voti scrutinati, con il presidente uscente avanti di appena 8 punti sul principale avversario Carlos Mesa, storico e giornalista televisivo, presidente della Bolivia fino al 2005. Nella lunga notte boliviana si accendono i sogni dell’opposizione, già convinta di aver archiviato lo storico risultato, ma dopo 24 ore di buio il conteggio rapido riparte, consegnando a Morales la vittoria con un margine di poco superiore al 10%.

Non è del tutto chiaro come si sia arrivati a fermare il conteggio del Trep (il Tribunale Supremo Elettorale e il governo boliviano hanno fornito quattro diverse versioni dei fatti), anche se non è un mistero che gli ultimi seggi scrutinati avrebbero potuto aumentare il distacco di Morales, in grado di macinare consenso soprattutto nelle aree rurali (le ultime a fornire i risultati).

Ma è ormai troppo tardi per qualsiasi considerazione, il partito di Morales è accusato di aver falsato l’esito delle elezioni e tre settimane di violente proteste lasceranno sul terreno tre morti e cento feriti, oltre che una nazione ferita e spaccata in due. Evo Morales, dimissionario dopo l’estremo tentativo di indire nuove elezioni per placare la piazza, si trova al momento nell’area del Cochabamba, dove ha dichiarato di voler rimanere anche dopo l’offerta di asilo da parte del Messico.

Si può parlare di colpo di stato?

Col tempo, il termine colpo di stato ha modificato sensibilmente l’estensione del suo significato, assumendo una connotazione esclusivamente negativa, finalizzata al rovesciamento di un governo legittimo. Per questo motivo i media internazionali fanno fatica ad associare la parola alla situazione boliviana, preferendo utilizzare un approccio neutro a una dinamica politica molto complessa, in cui la questione della legittimità a candidarsi si fonde e si confonde con quella della legittimità del risultato elettorale.

Sull’opportunità di difendere un colpo di stato si espresse nel 2014 l’ex primo ministro della Thailandia Surakiart Sathirathai, che esortò il mondo occidentale a non giudicare frettolosamente le delicate dinamiche di politica internazionale, perché “democrazia e diritti umani” non sempre sono “una naturale evoluzione della storia“. Negli ultimi 80 anni, infatti, circa un colpo di stato su quattro ha portato all’instaurazione di un governo democratico e le costituzioni di 37 paesi nel mondo prevedono per i propri cittadini il diritto di ribellarsi.

Nel caso boliviano, alla difficoltà interpretativa dell’azione teorica si aggiunge la complessa variabile della dinamica politica, con il rapporto dell’Oas che sottolinea manipolazioni evidenti” nel voto del 20 ottobre e la comunità internazionale che tarda a prendere una posizione ufficiale. È al momento molto difficile districarsi tra le opposte posizioni, in uno scenario non del tutto definito, e tracciare una linea netta tra colpo di stato e deposizione di un regime. 

Secondo il politologo boliviano Marcelo Arequipa, gli accadimenti degli ultimi 18 giorni avrebbero tutte le caratteristiche formali del golpe (“chi controlla l’uso della repressione e della violenza si sta ribellando contro il potere costituito“, ha spiegato a Euronews), posizione sposata dai governi di Messico, Cuba e Venezuela, ma anche da esponenti della sinistra internazionale come Jeremy Corbyn e Pablo Iglesias.

La storia della Bolivia è ancora in corso di svolgimento ed è presto per sperare di vedere il vero volto dell’opposizione a Morales, intenzionata a diventare presto maggioranza nel paese e impegnata nel frattempo a mantenere le apparenze di una transizione pacifica. Perché il futuro del popolo boliviano, oggi più che mai, passa anche dalle parole utilizzate per raccontarlo.

The post In Bolivia c’è stato un colpo di stato? appeared first on Wired.