Come la letteratura ha raccontato (e infranto) confini e muri

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(foto: MANDEL NGAN/AFP via Getty Images)

Questo è l’anno dell’anniversario della caduta del muro di Berlino del 1989: libri, saggi, iniziative pubbliche, ci ricordano dell’evento che sconvolse gli assetti geopolitici, inaugurando una nuova era della politica e della cultura mondiale. Qualcuno fa notare però quanto al muro che cade si contrappongano oggi i muri ancora presenti, e quelli che si stanno erigendo o ampliando, come nel caso nel muro di Donald Trump, o anche delle prigioni di Santiago del Cile o La Paz in Bolivia. Il muro come metafora di un confine imposto nazionalmente a culture che naturalmente comunicano e si ibridano nel linguaggio e nelle categorie anche letterarie; il muro anche come tradizione storica millenaria che segna il passaggio di guerre e persone (si pensi alla Muraglia cinese, raccontata da Kafka in un celebre racconto). Il muro che delimita anche le libertà personali, di una prigione non sempre giusta. Anche la fiera dell’editoria media e piccola di Roma di dicembre, Più libri più liberi, dedicherà ai “confini dell’Europa” il tema di questa edizione. Viaggiando tra i libri, cosa possiamo imparare delle logiche di questi limiti?

Sarà naturale prima di tutto oggi guardare agli autori dell’ex Germania dell’Est, liberatisi un tempo e oggi riscoperti. Arriva finalmente anche per il lettore italiano, dove aver riscosso grande attenzione per recenti traduzioni americane, l’autore nato proprio nella Ddr e da essa fuggito: Wolfgang Hilbig. L’editore Keller presenta in questi giorni in libreria il dittico Le femmine e Vecchio scorticatoio, due ottime introduzioni all’autore, brevi ma intense. Per la produzione di Hilbig, l’esperienza degli orrori della Ddr è certamente il nucleo centrale di un riscatto poetico dello squallore compiuto attraverso un uso della prima persona singolare che si fa vittima e carnefice delle condizioni spesso anguste, oscene e confinate della propria esperienza.

C’è chi parla di un autore che potrebbe essere definito un Edgar Allan Poe passato dagli orrori dell’epoca della cortina di ferro (e viene certo in mente uno dei racconti più terrificanti di Poe, Il pozzo e il pendolo). Il linguaggio di Hilbig è complesso, tende al barocco, solo perché ossessiva e complessa è la realtà della fabbrica infernale dove lavorò per anni, poi scrivendo clandestinamente. “Era caldissimo, un inferno umido e bollente, il sudore mi colava da tutti i pori. Cominciai a secernere odori, era davvero strano, come se in me stesse ammuffendo qualcosa”, così ad esempio inizia Le femmine, dove il narratore racconta l’abiezione e la perdita d’identità prodotta dal lavoro in fabbrica, che si traduce anche in un’abiezione sessuale, una vera e propria mania nei confronti delle donne presenti. Lo spazio angusto dei muri di una fabbrica, metafora del più grande muro che comprime la libertà e genera mostruosità, è però anche il luogo di una lenta riabilitazione attraverso il potere salvifico della letteratura: “Se mi riuscì di sentire che possedevo un’identità, se mai fui in grado di attribuire un qualche nebuloso valore al mio io, fu sempre e soltanto grazie al fatto che nello scrivere mi percepivo come soggetto, come un soggetto, certo, che in pubblico non osavo mai rivelare…” e continua anche nel seguente poeticissimo romanzo Vecchio scorticatoio, battente monologo pieno di allucinazioni e ignominia, dove la fa da padrone l’immagine, appunto, di un vecchio scorticatoio per le bestie macellate chiamato però significativamente “Germania II”.

Di possibili liberazioni dai confini parla anche il bel libro di Luigi Nacci, Trieste selvatica (Laterza), racconto dell’indefinibile città italiana di confine, laboratorio di intellettuali tra i più noti ma anche meno noti e da recuperare: certo ci sono Joyce, Saba e Svevo, ma chi si ricordava di Slataper e Stuparich e dei loro resoconti bellissimi sulla Prima guerra? Personaggi che si muovono come spettri in quella che, in piccolo o piccolissimo, era ed è una cittadina dallo spirito scisso tra il salotto e una ruspante proletariètà di porti e personaggi outsider, di bettole, bar e bordelli dove ubriacarsi e trasgredire… e poi il libro, di slancio, va verso una direzione nuova, aprendo un nuovo capitolo: il Carso, l’altipiano roccioso e selvatico, che delimita, ma fa anche accedere i triestini alla Slovenia e alla Croazia. Il libro di Nacci, seppur partendo dal ritratto di una città come Trieste e quindi da uno spazio confinato da piazze e vie nelle quali accade di tutto (di bello e di criminoso), è un nuovo capitolo della sua poetica della viandanza che irride fili spinati e muri vecchi e nuovi, per inoltrarsi camminando e meditando nei boschi assieme alle presenze animali: “Non ci sono barbari al di là del confine, non c’è confine, noi siamo il confine, noi siamo i barbari”, dice sapientemente nel libro con un piglio libertario.

Dicevamo che i muri non sono solo prerogativa europea: in America, i muri e le prigioni segnano e stimolano le vite degli stessi scrittori, divenendo luoghi di sperimentazione narrativa. Da un altro abbiamo il caso di Rachel Kushner, il cui ultimo romanzo è basato su di un’attenta esplorazione dell’universo dei luoghi penitenziari come luogo di potere: Mars Room, uscito da poco per Einaudi. È un romanzo scomodo, perché parla della stessa “scomodità” del sistema carcerario della California, spesso considerato luogo all’avanguardia e qui raccontato come luogo d’esclusione e allo stesso tempo come un vero e proprio teatro di vite e di ruoli. È un romanzo che parte dalla storia di Romy Hall, una ergastolana ed ex spogliarellista (il Mars Room è il locale dove si esibiva, la sua prima prigione che le ha consegnato l’accesso alla seconda) ma esplora anche le vite di altri personaggi che la Kushner ha incontrato nella sua esperienza di volontaria delle carceri californiane: detective, docenti, e soprattutto le altre donne escluse dalla vita attraverso le loro celle. Il carcere è confinato, ma a volte si estende per tutta la città di San Francisco del libro, travalicando i muri, andando a esplorare sovente la giovinezza di Romy. Quello che emerge dal polifonico romanzo della Kushner è una rappresentazione dei confini aperti della violenza della società americana che spesso non si rende conto della propria barbaricità fuori dalle mura, e che paradossalmente fa affermare che “in prigione”, proprio lì, “puoi essere qualcuno”, puoi recuperare la tua identità – proprio come facevano, nel degrado più profondo, i personaggi di Hilbig.

Altri scrittori americani decidono di vivere esperienze simili, mettendo in questione la propria stessa presenza e vivendo la vicinanza come la Kushner: uno di questi è Francisco Cantú, scrittore americano ma di origine messicane, che racconta la sua esperienza particolare di guardia di frontiera in Solo un fiume a separarci, uscito ad inizio anno per minimum fax. La necessità di Cantú era quella di approssimarsi alle vite di chi batte la frontiera ogni giorno, abbandonando i libri e gli studi fatti all’università, cioè entrando nell’accademia di polizia e andando a lavorare proprio in quel lembo di terra che separa terribilmente Stati Uniti e Messico. Perché questa scelta? Rispondendo alle perplessità della madre riportate nel testo stesso, l’autore nel libro spiega che vuole andare lì anche per aiutare quasi in forma clandestina, condividendo cultura e lingua con i cosiddetti mojados (così chiamati perché arrivano bagnati dal fiume che devono attraversare in condizioni impervie): “Perlomeno, se sarò io ad arrestarli, potrò offrire un po’ di conforto, parlando la loro lingua e dimostrando di conoscere il loro paese… entrare in un sistema non vuole dire diventare il sistema”.

Cantù racconta così in un reportage calibratissimo e intenso dal punto di vista di chi potrebbe essere visto come un carnefice empatico: prima come guardia, poi come agente di intelligence, e per gradi ci mostra la vita degli immigrati, adulti e bambini, ma anche la vita degli agenti che soccorrono a volta con vicinanza. Cantù presenta due tristi conteggi: quello dei cadaveri di chi non ce la fa ad attraversare il fiume, e quella degli immani carichi di droga che i narcotrafficanti indisturbati fanno passare senza (quasi) problemi.

Appena esplorato il confine latino-americano, potremmo invocare invece una ristampa in Italia di un libro che proprio in America sta ritornando a venire passato di mano in mano tra gli scrittori (di recente l’ha rievocato Valeria Luiselli nel suo Archivio dei bambini perduti). Sto parlando del saggio liminale per la letteratura chicana e non solo: Borderlands di Gloria Anzaldúa, chicana e innovatrice attivista femminista Lgbt, teorica di un mestizaje sessuale e identitario sul finire degli anni Ottanta, e oggi faro per la nuova cultura cosiddetta Latinx, che all’interno della nuova cultura americana – stiamo parlando di autori e autrici spesso giovanissimi – sta affermandosi. Richiamando divinità meso-americane nella loro complessità di radici ambigue e politeiste, la Anzaldua scriveva un libro-archivio semi-autobiografico di prose e poesie, instabile come l’identità etnica e sessuale da essi descritta. “Vivere ai confini e ai margini, spostandosi tra identità multiple”, è sempre come “nuotare in un nuovo elemento, un elemento «alieno»”, si legge nel libro. Il muro è una ferita culturale, ma una herida abierta di possibilità future.

A queste esplorazioni differenti dei muri, potremmo associare quelle storiche compiute dal punto dall’ottimo saggio di Carlo Greppi, che prende proprio a pretesto l’anno del Muro di Berlino per ricordarci quanto già detto: che nuovi muri stanno costruendosi sopra i vecchi, tracciando confini e pericoli rinnovati, in modo ricorrente. Una vera e propria teoria dei confini quella del suo L’età dei muri. Breve storia del nostro tempo (2019) per Feltrinelli. Greppi da storico racconta date e vicende di differenti testimoni di muri, dimostrando il “vizio” della nostra civiltà: dalla foto scattata da Joe Heydecker del 1914 davanti al ghetto di Varsavia, fino al muro vissuto dall’altro lato dallo storico Rinberblum, passando ovviamente per il 1961, quando il Muro venne innalzato, e quindi abbattuto da un reduce della Seconda guerra Mondiale. Il libro ci insegna che il muro ritorna però può pur sempre infrangersi, proprio come accadde a Berlino quel giorno.

Per concludere, possiamo segnalare l’arrivo in libreria di un libro più volte riproposto, ma oggi completo. Tra i grandi maestri degli spazi confinati, delle prigioni vere o metaforiche e delle loro logiche perverse, c’è ovviamente il già citato Franz Kafka. Di recente è stato ripubblicato il suo carteggio intensissimo, Lettere a Milena (Giuntina), finalmente in versione integrale per la prima volta (con nuova traduzione.) La prigione di Kafka è sicuramente qui quella tubercolosi (la malattia polmonare è solo però un tracimare della malattia spirituale, le scrive), ma anche di un senso di colpevolezza e mostruosità confessata da Kafka più volte alla quale si contrappone la visione angelicata della sua traduttrice al ceco, Milena, unica speranza al di là di quel muro che le lettere d’amore di Kafka sono a volte capaci di valicare: sebbene Milena sia anche “angelo della morte, il più beato di tutti gli angeli”.

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