Gli scontri a Hong Kong si sono spostati nelle università

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(foto: Getty Images/Laurel Chor)

Gli strascichi del weekend appena trascorso continuano ancora oggi, ad Hong Kong, dove da ormai diversi mesi le continue tensioni fra attivisti pro-democrazia e polizia locale sono all’ordine del giorno. In particolare, nelle ultime 48 ore, c’è stato uno scontro violento intorno al PolyU, ovvero il politecnico di Hong Kong da giorni occupato dai manifestanti. La polizia, dopo vari ultimatum, ha tentato l’ingresso, ma i manifestanti hanno risposto col lancio di bombe incendiarie. Poi, dopo aver circoscritto il perimetro dell’edificio e aver raggiunto una tregua temporanea, le forze dell’ordine hanno impedito a un gruppo di ragazzi di lasciare l’edificio, sparando gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Altri che hanno tentato la fuga sono invece stati arrestati. Un primo bilancio parla di almeno 38 feriti, di cui 5 in gravi condizioni.

Fino l’inizio della scorsa settimana i campus universitari erano rimasti fuori dalle violenze delle proteste. Poi, secondo la polizia, i manifestanti avrebbero lanciato delle bombe incendiare su una delle strade principali della città, proprio vicino all’università di Hong Kong. L’obiettivo era quello di fermare e bloccare il traffico. In via preventiva però le scuole e le università hanno però sospeso le lezioni per tutto il semestre, lasciando di fatto spazio alla possibilità di venire occupate. Infatti, anche nel caso del politecnico PolyU è stata la vicinanza geografica ad avere un ruolo fondamentale: molti manifestanti hanno cercato di bloccare l’accesso a un tunnel principale della città, che si trova proprio vicino all’università. All’interno ci sarebbero ancora centinaia di persone, compresi studenti adolescenti. Intanto fuori i manifestanti stanno cominciando a riorganizzarsi a Nathan Road, aprendo così più fronti di scontro.

L’escalation della violenza sembra quindi non regredire nell’ex colonia britannica, e anzi assumere i contorni di una vera e propria guerra. La polizia nelle ultime ore non ha esitato a minacciare di sparare proiettili veri e propri – e non quelli di gomma – nel caso l’ordine non venga ripristinato. Anche le proteste, nate a giugno per protestare contro una legge che consentiva l’estradizione nella Cina continentale, si sono evolute in una più ampia rivolta contro la polizia e contro l’interferenza di Pechino nella città-stato. In effetti, anche dopo che la governatrice Carrie Lam ha ritirato la proposta di legge, gli scontri nell’ex colonia britannica non hanno accennato ad alcun stallo: anzi, si sono aggravati.

Elezioni a rischio

In questo clima il prossimo 24 novembre dovrebbero tenersi le elezioni per i membri dei 18 consigli distrettuali di Hong Kong. Il voto interessa molto ai leader cinesi perché i consiglieri distrettuali svolgono un ruolo cruciale nella scelta del governatore della città, che resta semi autonoma nel quadro giuridico un paese, due sistemi. Non solo: secondo molti analisti il voto sarebbe un’opportunità per i cittadini di esprimere il dissenso verso l’attuale governo, dove Carrie Lam, l’attuale governatrice, sarebbe altamente impopolare.

Un record di 4,13 milioni di persone si sono registrate per votare quest’anno, rispetto a 3,12 milioni nel 2015, quando l’affluenza alle urne fu del 47 per cento. Si capisce quindi come le proteste giochino un ruolo cruciale nella consultazione. Seppur sia stata respinta la candidatura del noto attivista Joshua Wong, proprio per la sua idea di autodeterminare Hong Kong, i manifestanti potrebbero però trarre beneficio da un eventuale slittamento del voto. Infatti, molti analisti temono che il governo possa annullare la consultazione nei collegi più violenti o rimandarli. Queste speculazioni tuttavia, secondo i commentatori porterebbero proprio a un intensificarsi degli scontri.

A volto coperto

Intanto l’Alta corte di Hong Kong ha dichiarato l’incostituzionalità del divieto dell’uso delle maschere introdotto lo scorso mese dalla governatrice Carrie Lam facendo leva sulla legislazione di emergenza, una norma che aveva suscitato violentissime polemiche. La sentenza sancisce “l’incompatibilità con la Basic Law”, ovvero la Costituzione locale, ed è arrivata dopo un ricorso promosso da 24 parlamentari democratici.

Il provvedimento aveva fatto discutere non solo perché l’ultima volta che un governatore si avvaleva di questa possibilità – ovvero emettere una legge in circostanze eccezionali di emergenza – risaliva al 1967, ma anche perché i manifestanti si coprono il volto per proteggersi dai gas lacrimogeni e dai proiettili lanciati dalla polizia. Le forze dell’ordine, dopo l’introduzione del divieto, potevano così imporre ai manifestanti di togliersi la maschera.

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