Cetto c’è, senzadubbiamente è fermo alla politica di sette anni fa

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Con un abuso di riprese da droni che salgono e scendono, fanno panoramiche, volano e descrivono gli ambienti in cui si stanno per svolgere le scene, Cetto c’è, senzadubbiamente plana in sala. È il terzo film che Antonio Albanese dedica a Cetto La Qualunque, i primi due sono stati di successo ma sono passati sette anni dal secondo, Tutto tutto niente niente. Molto è cambiato in questi 7 anni, sia al cinema (cioè nei film che guardiamo, specie nelle commedie), sia nel paese e quindi nella politica. Questo conta non poco perché Antonio Albanese da sempre fa lavorare la sua ironia, e particolarmente quella al cinema, a stretto contatto con la politica. Quando è attore in film altrui sceglie spesso progetti con una chiara idea sociale dietro, quando invece è in controllo maggiore del film, come in questo caso, lavora su tematiche instant.

Così era Cetto La Qualunque prima e così cerca di essere anche adesso per quanto sia una maschera che racconta un potere che non è più tale. Certo la demagogia del “più pelo per tutti”, lo slogan che fa da sineddoche per un intero modo di pensare e di relazionarsi ai votanti, e del politico corrotto è eterna ma il modello umano che rappresenta (arraffone che entra in politica per curare i propri interessi che solitamente coinvolgono l’infedeltà coniugale) come metafora della classe politica era certamente più adatto agli anni passati (Albanese che rappa per sembrare più attuale non è che aiuti molto, anzi).

Così ora Cetto diventa sovranista, ma sovranista in senso stretto, vuole diventare re, monarca d’Italia, un presupposto scemo e folle che proprio per queste ragioni porta benefici al film. Vuole essere la parodia dell’uomo forte con pieni poteri, ma anche poi del monarca distante dai sudditi che fa una vita raffinata (l’espediente comico ovviamente è che lui raffinato non è), cosa non proprio vicina al sovranismo della nostra politica ma tant’è. La nota folle e senza senso almeno gli dà sprazzi di vitalità.

Ovviamente il resto della politica deve entrarci, quindi a margine delle vicende principali tra i molti elementi presi in giro vengono menzionati anche l’ecologismo del Pd, i referendum fatti online dei 5 stelle (e il loro antielitarismo) e poi, ovviamente, una spruzzata del caro, vecchio e mai dimenticato Silvio. Il faro della satira italiana per 20 anni, trova comunque il modo di essere tirato in ballo nonostante sia ormai fuori dai giochi, anche perché Cetto La Qualunque per molti versi rispecchiava una visione critica del berlusconismo e le disavventure machiste del suo leader. Quell’immagine di maschio però mal si adatta insomma a fare da metafora alla politica odierna. E quando ad un film del genere levi la possibile aderenza instant alle dinamiche che agitano la classe politica del paese gli levi tutto tutto e rimane niente niente.

Cetto c’è, senzadubbiamente è organizzato in maniera semplice e schematica, come tipico delle nostre commedie divide i personaggi in categorie per poterli contrapporre. Ci sono nobili contro non-nobili o italiani contro tedeschi, la battuta esce sempre fuori per l’inadeguatezza di qualcuno a qualcun altro o qualche altro contesto. In questo senso il film è povero come i suoi predecessori ma a differenza loro non gode nemmeno della possibilità di farsi specchio deformato del potere (nonostante ci provi) o figuriamoci del paese.

E se all’inizio l’intreccio che porta Cetto La Qualunque a prepararsi al ruolo di monarca offre un po’ di brio, quando questo si spegne arriva la classica suddivisione in piccoli quadretti quasi autoconclusivi che ammosciano ogni possibilità di divertimento e in breve saturano l’interesse. Detto in parole povere Cetto c’è, senzadubbiamente ha un’idea molto piccola di se stesso in quanto film, non ha un arco narrativo grosso e coinvolgente, non vuole avvincere con grandi trame ma si limita ad essere veicolo per il proprio protagonista. Assembla sketch più che raccontare una storia.

Antonio Albanese scrive (con Piero Guerrera) e interpreta garantendo la sua immutata energia ma anche la sua ironia sempre uguale. Poco sensibile ai cambiamenti sembra aver solo aggiustato il tiro per adeguarsi alla concorrenza, cioè ai comici del cinema più in voga, e non ha la minima intenzione di cedere un po’ del protagonismo a favore di un umorismo di situazione. Il film cioè non fa mai ridere a prescindere dal suo protagonista ma solo addosso ad esso, non fa ridere con la scrittura ma con l’interpretazione, lo inquadra sperando che dica o faccia qualcosa di divertente invece di includerlo in scene divertenti o situazioni dal cui ironico ribaltamento scatti una risata. È per l’appunto un’idea povera di commedia, una che ha sempre funzionato (sia chiaro) ma che più passa il tempo più suona datata.

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