Perché vuoi clonare un mammut se lasci che si estinguano gli elefanti?

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(foto: Ken Welsh/Education Images/Universal Images Group via Getty Images)

Il biologo Edward O. Wilson ha calcolato che, da quando siamo diventati agricoltori, circa undicimila anni fa, abbiamo fatto fuori una specie ogni venti minuti. Con la nostra voracità, siamo colpevoli di un’ecatombe con pochi precedenti nella storia della Terra. “È la follia che i nostri discendenti saranno meno disposti a perdonarci”, ha detto Wilson.

Sembra prendere spunto da questa amara consapevolezza La malinconia del mammut (il Saggiatore, 2019), opera prima del giornalista scientifico Massimo Sandal, che racconta in modo documentato e struggente il vuoto che lascia dietro di sé – e dentro di noi – la scomparsa delle specie. Una perdita irreversibile che chiama in causa, insieme alle nostre responsabilità, la cecità di fronte un evento che ormai ha assunto i tratti della catastrofe.

Il paradosso, dice Sandal, è che non notiamo nulla di strano, né di tragico, intorno a noi. Certo, le lucciole che da bambini inseguivamo nelle notti d’estate ormai si fanno vedere raramente sui prati irrorati di pesticidi. E gli anfibi, che pure sono scampati a due delle grandi estinzioni del passato, ora se la cavano talmente male da rischiare di soccombere. Persino gli animali più carismatici, quelli per cui è più facile provare empatia, come leoni, giraffe o elefanti, sopravvivono a stento in riserve protette. Oggi sulla Terra ci sono più giocattoli a forma di giraffa che giraffe in carne e ossa (e scommetto che quelle in plastica saranno ancora in giro quando le giraffe vere saranno già scomparse).

In effetti, siamo nel bel mezzo di un’estinzione di massa, la sesta nella storia del pianeta. Se non ci facciamo caso forse è perché, come fa notare Sandal, la sesta estinzione ci segue come un’ombra da quando nel Pleistocene abbiamo sterminato la megafauna, fino all’epoca attuale, “che non ci siamo scelti ma che abbiamo costruito con le nostre mani”,  in cui la natura vergine non esiste più, da nessuna parte. Il compimento di una spogliazione degli ecosistemi cominciata con l’aiuto di qualche rudimentale strumento di caccia e diventata un’industria globale, dove fiocine e canne da pesca sono state sostituite con arpioni esplosivi e reti a strascico, dove le foreste sono state abbattute per fare spazio all’agricoltura e gli allevamenti intensivi hanno rimpiazzato le grandi prede ormai scomparse.

Ci stiamo mangiando la Terra viva”, scrive Sandal. “Il cibo che coltiviamo, alleviamo e peschiamo è la causa principale della sesta estinzione”. Al punto che presto sulla terraferma potrebbe non restare niente di più grande di una mucca. E a dirla tutta, neppure gli animali da allevamento sono al sicuro: più di 150 varietà selezionate dall’uomo sono considerate a rischio, così come la varietà genetica delle piante coltivate.

Prima di arrivare al capitolo dedicato alle nostre malefatte, tuttavia, La malinconia del mammut si addentra nelle grandi morie che hanno segnato la storia geologica del pianeta. Perché, bisogna ammetterlo, non è la prima volta che la biosfera subisce duri colpi. Alla fine del Permiano, circa 250 milioni di anni fa, la vita si trovò pericolosamente sull’orlo del baratro. Abitare la Terra non è mai stata una passeggiata, neppure quando le zampe non erano ancora spuntate. “Ricordatevi dei cianobatteri”, ammonisce Sandal con una sorta di memento mori: già 2,3 miliardi di anni fa, questi esserini non esitarono a riempire l’atmosfera di ossigeno – un veleno letale per le creature dell’epoca – pur di godersela un giorno in più. E così facciamo noi oggi, sputando gas serra in atmosfera e sottraendo alle altre specie ogni lembo di terra per fare spazio a città, pascoli e coltivazioni. Con l’unica differenza che noi scimmie sapiens siamo consapevoli delle conseguenze, o almeno dovremmo esserlo.

Ma chiedere lungimiranza alla nostra cultura, cioè all’attributo che l’evoluzione ci ha offerto per cavarcela nel mondo – avverte Sandal – è come chiederla all’artiglio della tigre. In altre parole: siamo davvero sicuri di essere così diversi dalle altre creature che competono per sopravvivere un giorno in più? Non è che, in fondo, l’unico motivo per cui siamo qui è perché “abbiamo ucciso e macellato tutto ciò che sfidava il nostro primato”? Scrive Sandal: “Esistere, per noi che siamo potenti e numerosi, significa inevitabilmente distruggere. Non ho idea di quanto potremo vivere con questo peso prima che ci schiacci, nell’anima e nel corpo”.

E allora l’ultimo capitolo del libro non poteva che andare in cerca di una redenzione. Forse niente è perduto per sempre. Forse con l’aiuto della tecnologia possiamo riparare ai danni che abbiamo causato e riportare in vita le specie scomparse. Il dodo delle Mauritius. Il piccione migratore, che un tempo volava in stormi così grandi da oscure i cieli d’America. O il mammut, con tanto di zanne e pelo lanoso, resuscitato grazie al Dna conservato nei ghiacci artici. Ci sono genetisti che ci lavorano davvero. Ma perché mai, protestano gli esperti di conservazione, dovremmo sprecare ingegno e risorse per coltivare l’illusione di de-estinguere (si dice così) i mammut, quando non riusciamo neppure a salvare gli ultimi elefanti? E come ricreare l’ambiente in cui viveva il mammut, anch’esso ormai scomparso?

Nostalgia imperialista”, direbbe forse l’antropologo Renato Rosaldo, liquidando la folle idea di riavvolgere il nastro dell’estinzione: il sentimento che ci assale quando distruggiamo qualcosa e subito dopo lo rimpiangiamo e lo rivogliamo. Poco più che l’illusione di un controllo che non abbiamo mai avuto, concorda Sandal. E allora non restano molte opzioni. Possiamo continuare come se niente fosse, restando a guardare l’apocalisse delle specie che hanno avuto la sfortuna di condividere il pianeta con noi, come gli indolenti protagonisti del Melancholia di Lars von Trier. Oppure cercare di venire a patti con la nostra natura di scimmiette assassine, che per sopravvivere non potranno permettersi di perdere molto più di quanto hanno già perduto. Non resta che guardarci allo specchio e fare di tutto per sottrarre alla sesta estinzione ogni specie che si può ancora preservare, ammesso di esserne capaci. Per il mammut è tardi, ma gli elefanti sono ancora qui, con noi, un po’ in ansia.

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