The Report, un film di denuncia che non trova il suo sbocco narrativo

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Vedere The Report è un po’ come rivalutare tutti gli altri film americani che raccontano a breve distanza le storie dietro i grandi fatti di cronaca e politica. Qui parliamo di Daniel J. Jones l’uomo che ha condotto la gigantesca indagine all’interno della Cia e ha scoperto in una montagna di documenti le pratiche di tortura che il governo aveva cominciato ad attuare metodicamente dopo l’11 settembre ad Abu Ghraib e nella guerra in Afghanistan in generale. È la storia di una persona realmente esistita e di un team che ha combattuto per la democrazia e il rispetto della costituzione, ma poi ci si può mettere dentro anche lo spirito americano e il suo senso di giustizia, fare la cosa giusta, correggere i propri torti ecc. ecc. Il campionario della retorica è potenzialmente infinito e The Report si assicura di non mancare nemmeno un passaggio. Il dramma è che non riesce a farne qualcosa di appassionante.

Il rischio di un film simile è di suonare come una lezione o come una storia di carte e uffici. Ed è esattamente quello che il film è purtroppo. Scott Z. Burns, solitamente sceneggiatore (spesso per Steven Soderbergh) e qui anche regista, ne fa un film accurato e preciso con i fatti, pieno di schiena dritta ma privo di dramma, cioè di quella componente narrativa che fa di un film un film e non un reportage. Ovviamente la storia c’è, ma è così blanda e poco interessante da suonare in ogni momento come un pretesto, un obbligo da sbrigare in fretta per poter tornare a mostrare le carte, i misfatti, i tentativi di corruzione e la slealtà del governo Bush/Cheney.

L’idea chiaramente sarebbe ben più alta. Sarebbe quella di prendere i film arrabbiati di Oliver Stone e fonderli con l’estetica di Tutti gli uomini del presidente, quell’uso di luci e attori, degli uffici e delle scrivanie, i garage in cui scambiarsi informazioni e il senso di pericolo nel cercare di condividere una verità. Ma il risultato è più un instant movie, cioè quel tipo di film realizzati troppo a ridosso dei fatti che mancano completamente di prospettiva, e si appoggiano alle convenzioni per lasciare spazio alla denuncia. Non ha una vera parabola il personaggio interpretato (anche bene) da Adam Driver, non ha un vero dramma se non il fatto che per indagare abbia rinunciato a farsi una vita.

La gran parte del suo team ad un certo punto molla, dopo anni passati a spulciare carte in un ufficio senza finestre decide di andare altrove, farsi una famiglia, cercare un lavoro più normale o anche solo di muoversi all’interno dell’agenzia mentre invece lui rimane vincolato a quel compito. Lentamente trasfigura i tratti umani e diventa un ideale, quell’ostinazione e maniacalità nel compiere il lavoro che garantisce il rispetto delle regole. Incapace di vedere altro se non la conquista dell’obiettivo che si era posto anni prima, il protagonista avanza nei sacrifici. Rimane incastrato nella ricerca prima e poi nella fatica per poter pubblicare la verità. Ma è tutta retorica montata a neve, una nuvola di commozione davanti ad una bandiera che sventola.

Senza contare che The Report, a fronte della serietà con cui denuncia la maniera in cui la Cia ha insabbiato, nascosto e negato pratiche come il waterboarding e altre forme nuove di tortura, poi non manca di sanare l’equilibrio e smorzare la condanna di un paese che non è nuovo a simili exploit con l’ottimismo della verità che emerge. L’idea che gli Stati Uniti nonostante tutto rimangano un grande paese sarebbe garantita proprio dalla storia di questo film, quella di qualcuno che trova sempre il marcio e lo smaschera, della continua lotta per essere un paese migliore. E quando Adam Driver alla fine cammina trionfante con Capitol Hill alle spalle, c’è il senso di un singolo che rimette in riga un paese intero. Che è forse la parte più risibile di tutte.

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