Studenti disabili: la battaglia per l’integrazione a scuola riguarda tutti noi

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Disabilità

Le scuole sono luoghi pieni di persone, pieni di vita, pieni di voci urlanti o di silenzi concentrati. Eppure, pensando alla scuola, una delle prime parole che vengono in mente è: solitudine. Salvo in casi particolari, non così rari ma comunque casuali, le scuole italiane sono oggi infatti luoghi dove le solitudini si incrociano: a partire dal gradino più alto della scala gerarchica, la scuola dell’autonomia ha creato la figura del dirigente manager ma lo ha abbandonato a se stesso, e chiamato a governare e a garantire la qualità di una decina di classi, centinaia di insegnanti, migliaia di studenti.

Poi ci sono gli insegnanti – spesso frammentati nella morsa del precariato, con un lavoro pensato sempre meno in una dimensione di équipe e sempre più a stretto contatto soltanto con il programma, con la burocrazia, con le decine e decine di bambini e ragazzi con cui interfacciarsi ogni anno; gli studenti – che frequentano classi sempre più orientate al risultato e sempre meno alla creazione di comunità, con un turn over continuo di insegnanti e di compagni; i collaboratori scolastici – in perenne sottodimensionamento; le famiglie – che spesso non sanno in che modo e attraverso quali strumenti interagire con la scuola.

In questa piramide della solitudine, i più soli e abbandonati sono i bambini disabili, e le loro famiglie.

Un’inchiesta de Il Fatto Quotidiano, racconta le storie emblematiche di quattro mamme di bambini disabili, e le loro lotte quotidiane per garantire ai figli quello che dovrebbe essere loro riconosciuto per legge: il sostegno, l’integrazione, il supporto all’acquisizione di forme di autonomia e indipendenza. C’è Alessandra – Presidentessa di Genitori tosti in tutti i posti onlus – che ha fatto ricorso al Tar per veder riconosciute le ore di sostegno al figlio. C’è Cinzia, che deve recarsi a scuola ogni volta che il figlio ha una crisi forte di epilessia, ma avrebbe diritto ad un infermiere a disposizione. C’è Marula, che ha tre figli disabili e si è sentita rinfacciare di essere fortunata, dal momento che qualche ora di sostegno era stata assegnata fin dall’inizio dell’anno.
E c’è Stefania, la cui figlia ha una grave disabilità sensoriale congenita, ma in prima media si è vista assegnare solo 9 ore di sostegno la settimana.

E nell’articolo si parla solo di scuola, perché a volere allargare lo sguardo, la solitudine delle famiglie con bambini disabili, si definisce ancora di più nei periodi di extrascuola, in particolare le lunghissime settimane estive, e il grande buco nero che avvolge i giovani con handicap grave o medio grave alla fine del periodo formativo.
I minori con disabilità sono la più emblematica cartina tornasole dello squalificante sistema di welfare all’italiana.
I diritti rappresentati sempre come fossero occasioni, eccezioni, botte di fortuna.

Il peso sulle spalle delle famiglie e in particolare quasi sempre delle madri: costrette a lavorare poco o niente, per essere disponibili ai bisogni dei figli e agli incastri continui e precari con le strutture pubbliche.

Le leggi sulla sicurezza e la gara alla delega della responsabilità che comportano ormai da anni un aggravarsi continuo delle relazioni tra istituzioni e famiglie, e una diminuzione costante non solo delle occasioni formative proposte agli studenti, ma soprattutto della possibilità, per le migliaia di insegnanti volenterosi – che sono il nostro patrimonio e la nostra ricchezza – di prendersi carico almeno informalmente di quella cura e di quella manutenzione dei rapporti di cui la burocrazia sembra sempre dimenticarsi: tutti questi elementi uniti nel grande calderone chiamato Italia sono una parte considerevole della ricetta della solitudine e della sensazione di abbandono che permea gli abitanti di questo paese.

Perché se circa il 2% dei bambini iscritti a scuola ha una certificazione di disabilità, uno Stato che non interviene in modo tempestivo, accurato e globale per prendersene cura, non sta abbandonando solo due studenti su cento, ma sta abbandonando anche gli altri 98, i loro insegnanti, le loro famiglie.

La parola integrazione è una parola preziosa e lungimirante, che andrebbe protetta e valorizzata. Ma senza fondi, senza attenzione, senza investimento, senza un sistema che permetta di costruire il sistema di assegnazione delle classi prima delle vacanze e non, in fretta e furia, tra il primo settembre e i mesi successivi, garantendo, tra le altre cose, la fondamentale continuità didattica e relazionale, l’integrazione non si fa, o si fa basandosi – senza riconoscerlo in nessun modo – sulla buona volontà e l’investimento di genitori, insegnanti e dirigenti disponibili e creativi.

La scuola ha tante priorità, come ha denunciato anche il Ministro Fioramonti. Tra queste, il benessere degli studenti – di tutti gli studenti – non può che essere la più importante.

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