Le violenze della rotta balcanica dei migranti, sotto gli occhi dell’Europa

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Un rifugiato in Bosnia tenta di raggiungere il confine croato (foto: Maciej Luczniewski/NurPhoto via Getty Images)

Lo chiamano The Game, ma è tutt’altro che divertente. E non è un gioco. Una ventina di persone sono stipate in un furgone senza finestre, molti si sentono male, soprattutto le donne. Poi, fatti scendere in Bosnia i migranti vengono tutti spogliati, derubati e i cellulari distrutti. Alle minacce seguono i pestaggi, gli uomini che li circondano usano anche dei bastoni elettrici. Quegli uomini sono poliziotti e sono croati

Tutto ciò infatti avviene nel cuore dell’Europa, le persone nel furgone sono state detenute prima in Slovenia e poi in Croazia. Quindi rispedite in Bosnia, da dove sono arrivate in cerca di una vita migliore in altri paesi europei. Paesi che nonostante il trattamento a loro riservato cercheranno comunque di raggiungere. Alcuni saranno riacciuffati, e The Game ricomincerà.

Questo è il racconto, in estrema sintesi, che costituisce da tempo una testimonianza ormai assodata data da chi riesce a scappare da quell’inferno. Conosciuta informalmente come la rotta balcanica, è il viaggio intrapreso da chi, arrivando soprattutto dall’Afghanistan, Pakistan e Iraq, cerca una via d’accesso all’Europa per scampare da conflitti e miserie.

Sono accuse che pesano sulla Croazia ma anche sulla Comunità europea, che di fatto sta avallando comportamenti istituzionali molto gravi. Secondo il governo croatoAngela Merkel avrebbe difeso la Croazia dalle accuse di violazione dei diritti dei migranti”. La cancelliera tedesca, in visita ufficiale a Zagabria, ha in effetti glissato sulle accuse rivolte alla Croazia, che da gennaio avrà la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea.

Migranti al confine tra Croazia e Bosnia Herzegovina, ottobre 2018 (foto: Samir Yordamovic/Anadolu Agency/Getty Images)
Migranti al confine tra Croazia e Bosnia Herzegovina, ottobre 2018 (foto: Samir Yordamovic/Anadolu Agency/Getty Images)

Pallottole comunitarie

Sabato 16 novembre, nel tardo pomeriggio, un ragazzo è stato colpito da due pallottole mentre si stava dirigendo in Slovenia. A sparare è stato un poliziotto croato e al momento il migrante è in condizioni critiche ma stabili. Tutto ciò è avvenuto nella zona del monte Tuhobić, a meno di due ore di macchina dal confine italiano. C’è un’indagine in corso e le dinamiche devono ancora essere chiarite, ma la responsabilità della polizia è stata confermata dalle autorità croate.

La Croazia, ricordiamo, è membro dell’Unione europea dal 2013, la Slovenia dal 2004. L’Italia quindi non è più da tempo la porta per la Ue. Eppure questi crimini continuano a essere perpetrati da forze di polizia di paesi comunitari. Non che se fossero altri a commetterli sarebbero meno gravi, ovviamente: tuttavia in questo modo violano non solo la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, ma anche le leggi di politica europea sull’immigrazione.

Una documentazione solida

Sono fatti talmente acclarati che sull’argomento l’organizzazione Border Violence Monitoring ha una collezione di 625 report dal 2016. Tutti riguardanti atti illegali e/o di violenza commessi da forze dell’ordine europee nell’ambito della rotta balcanica. Molte altre organizzazioni denunciano da tempo le violenze della polizia croata, da Human Right Watch ad Amnesty International. Quest’ultima ha pubblicato recentemente un dettagliato report, non solo sulle violenze, ma anche sul fatto che migliaia di richiedenti asilo sono espulsi in maniera illegale. 

A essere illegale infatti non è soltanto la violenza sistematica, ma i respingimenti stessi. Si dovrebbe sempre esaminare la richiesta d’asilo, nel rispetto dell’ordinamento internazionale. La Slovenia – ma a volte anche l’Italia come riportato da Amnesty – attua respingimenti a catena con procedure sommarie. Questa gente viene poi consegnata alla polizia croata. Le conseguenze non sono solo violenze, umiliazioni e furti. Si contano circa 5.500 uomini, donne e bambini sostanzialmente intrappolati in fabbriche dismesse in due piccole città bosniache. Manca tutto, dal cibo alle più elementari condizioni igieniche. Intervenire e documentare è difficile. Chi ha provato a farlo, come molti operatori di ong, hanno ricevuto intimidazioni culminate in alcuni casi con arresti

È difficile anche documentare i morti per cause naturali tra chi cerca di percorrere la rotta balcanica. I dati ufficiali parlano di decine di morti solo nel 2018. L’ultimo caso registrato, in ordine di tempo, è dell’8 novembre: un ragazzo di vent’anni morto probabilmente a causa del freddo in Slovenia. In quella stessa zona è stata appena annunciata l’istituzione di un’unità paramilitare di estrema destra per pattugliare l’area. Tutto questo a circa 45 chilometri dal confine italiano.

I numeri in Italia

Dall’inizio del 2019 sono stati identificati in Italia poco più di 3.500 migranti provenienti dalla Slovenia. Questi i numeri ufficiali diramati dal ministero dell’Interno. È un numero ovviamente che non tiene conto di chi è rimasto in Italia senza essere identificato. Ma soprattutto di coloro che sono solo transitati in Italia. “Il nostro paese è spesso considerato di transito dagli stessi migranti, che qui non percepiscono un futuro. Lo sono ancor di più la Slovenia e la Croazia, che non si sono ancora dotati di strutture di accoglienza e integrazione adeguate. Così precisa a Wired Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà – Ufficio rifugiati (Ics).

Solo nel 2018 la sua e le altre associazioni hanno accolto a Trieste circa 1.541 migranti. “Il sistema d’accoglienza triestino è particolare”, spiega Schiavone. “Qui applichiamo l’accoglienza diffusa, i richiedenti asilo sono ospitati in strutture integrate nel territorio cittadino. Cerchiamo di attuare l’inclusione sociale fin dal momento della presentazione della domanda d’asilo”. Un esempio virtuoso che però non trova tutti d’accordo. “Mi è capitato di essere insultato per strada per il lavoro che facciamo, peraltro in stretta collaborazione con le istituzioni”.   

Eppure avere un sistema di accoglienza decente significa anche avere meno tensioni sociali. L’Italia assieme agli altri paesi europei dovrebbero però insistere nel migliorare il sistema d’asilo europeo. Magari vigilando sui fondi e infrastrutture di sicurezza destinati alla Croazia, evitando di delegare un lavoro decisamente troppo sporco.

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