L’addio di Eniola Aluko alla Juve apre gli occhi sul nostro razzismo quotidiano

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Fa meno notizia perché prima ancora che razzista, l’Italia è maschilista. Ma l’annuncio proveniente da Torino, a proposito dell’addio al club Juventus della calciatrice nigeriana naturalizzata britannica Eniola Aluko, è di quelle grosse, anche da un punto di vista sportivo. Un po’ il corrispettivo di un congedo dalla serie A maschile di Cristiano Ronaldo, per il semplice fatto che la Aluko è tra le calciatrici di punta del campionato femminile italiano – è stata capocannoniere la passata stagione, per dirne una.
A volte Torino sembra un paio di decenni indietro sul tema integrazione. Sono stanca di entrare nei negozi e avere la sensazione che il titolare si aspetti che io rubi qualcosa“, ha motivato la calciatrice. “Tante volte arrivi all’aeroporto e i cani antidroga ti fiutano come se fossi Pablo Escobar”.

(Photo by Giuseppe Cottini/NurPhoto via Getty Images)

La calciatrice racconta al Guardian cosa significa vivere con la pelle nera nell’Italia del 2019, quanto sia difficile e frustrante. Quello che più fa effetto nella sua lettera d’addio è che ci tiene a sottolineare che non ha mai subito episodi diretti di razzismo. Non è dunque una reazione ai tanti casi violenti che riempiono settimanalmente le pagine dei giornali italiani. Quella della Aluko è piuttosto un’accusa più profonda, verso un atteggiamento diffuso a livello sociale, un razzismo sottile che riguarda i vari momenti della quotidianità.
C’è stato un boom di attacchi razzisti negli ultimi tempi in Italia, è indubbio. Ma la calciatrice della Juventus vuole aprirci gli occhi su un altro aspetto, sul fatto cioè che il problema razzismo in Italia vada ben oltre questi atti più eclatanti, che sono solo la punta dell’iceberg. E in effetti di questo ce ne possiamo rendere conto di frequente, accendendo la tv, passeggiando per strada, aprendo Instagram.

Nel 2019 alla Rai ancora si fanno sketch con il blackface, quel macchiettismo offensivo che era in voga un tempo e che si sperava fosse superato. Lo stesso ha fatto Alitalia in un suo spot recente, colorando la faccia a un attore perché rappresentasse Barack Obama, una versione restaurata del “giovane, bello e abbronzato” con cui il cavaliere Silvio Berlusconi aveva descritto l’ex presidente americano. Ma il razzismo implicito lo vediamo anche sotto altre vesti. Guardando al mondo del calcio, non bisogna spingersi fino ai casi estremi dei cori xenofobi della curva del Verona, basta leggere le uscite apparentemente più innocue delle società. Come la battuta del presidente del Brescia, Massimo Cellino, che a proposito di Mario Balotelli ha detto che “è nero ma sta cercando di schiarirsi”.

Il razzismo soft made in Italy non lo viviamo però solo nella sfera pubblica, ma anche nella vita di tutti i giorni. Dedichiamo scarsa attenzione alle parole e alle azioni e, spesso senza nemmeno rendercene conto, finiamo per sottrarre dignità alle persone sulla base di stereotipi. Dal nomignolo derisorio vucumprà, alla definizione evergreenfilippina” di chi fa le pulizie, qualunque sia la sua reale nazionalità o sesso. Ma anche quell’insopportabile moda delle foto di viaggio acchiappa like con i bambini africani, in quella che viene definita la sindrome del salvatore e che non è altro che uno strascico dell’atteggiamento di superiorità colonialista, come ha sottolineato l’attivista Chidera Ihejirika.

Sono solo alcune tessere dell’enorme mosaico di pratiche inconsciamente razziste che permeano la nostra società. Non sono nate oggi, né ieri. Ma quel che è certo è che mentre la lancetta dell’orologio va avanti, sotto questo punto di vista in Italia si finisce per tornare indietro, soprattutto a causa di una normalizzazione implicita di queste pratiche a livello politico che poi si riflette nella società civile. Piuttosto che resi tabù, il linguaggio e il pensiero razzista sono stati ri-sdoganati e questo non fa altro che alimentare quella spirale di xenofobia apparentemente più innocua dalla prospettiva del maschio bianco italiano, ma che per chi la vive sulla propria pelle si trasforma in una diffidenza e in una sfiducia di fondo che certamente appesantisce la vita quotidiana.

È quello che ha provato a spiegarci Eniola Aluko nella sua lunga lettera di addio alla Juventus. Ha ringraziato la società e le compagne per la sua esperienza, ha onorato i tifosi, ma ha detto che no, lei non ci sta più a essere vista con sospetto per il solo colore della sua pelle. È uno stimolo, seppur doloroso, alla società italiana affinché evolva e si stabilizzi sull’epoca corrente. Che non è il medioevo, ma il ventunesimo secolo.

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