Un giorno di pioggia a New York aggiunge qualcosa di nuovo al mito di Manhattan

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Da quando Woody Allen ha cominciato a collaborare con Vittorio Storaro come direttore della fotografia sembra aver proprio cambiato linguaggio per immagini, una festa di idee completamente nuove che continua a sfornare a più di 80 anni (età a cui Storaro arriverà invece l’anno prossimo). Un giorno di pioggia a New York lo conferma e riesce nell’impresa che pareva impossibile di aggiungere un tassello fondamentale nello sforzo di raccontare e celebrare Manhattan che Allen porta avanti da anni e sulla quale sembrava davvero non ci potesse essere più altro da dire.

Si parte con i toni autunnali di un mondo ideale, colori forti del campus di un’università fuori New York in autunno, lì inizia la storia con un personaggio che è la progenie di Woody Allen, non l’ennesima incarnazione del suo archetipo ma un nuovo modello sulla stessa scia di quelli passati. Un ragazzo di spiccato spirito intellettuale, che sogna un mondo di consumi culturali demodé ma guadagna con il poker online, disprezza la cultura che gli viene imposta e adora trovarla da sé, un ribelle in tweed, innamorato di una ragazza di provincia che sta all’università con lui ma forse ancora più cotto di Manhattan, dei suoi luoghi e delle sue possibilità.

Da quel posto ci spostiamo quasi subito a nell’isola di New York dove per contrasto invece trionfano i grigi. Quello era un luogo ideale, questo è uno reale. Lì la coppia dovrebbe passare un weekend ma sarà separata dagli eventi che li impegnano in due trame parallele e forse opposte. Lui è Timothée Chalamet, lei è Elle Fanning, sono nuove incarnazioni di modelli narrativi che Allen ha sperimentato, toccato e usato lungo tutta la sua carriera e li recitano con un misto di grande modernità e rispetto di una tradizione di cui il regista vuole fortemente essere interprete (quella delle commedie sofisticate in bianco e nero) che impressiona. Ancora una volta sembra che gli attori con Woody Allen diano il meglio.

Il film come noto è rimasto a lungo bloccato dalla causa tra Woody Allen e Amazon Studios (che l’avevano prodotto e dovevano distribuirlo) e ha subito l’onta delle scuse pubbliche di Chalamet per aver lavorato con Woody Allen, in seguito alle accuse di molestie sessuali. Poteva essere facilmente schiacciato da questi eventi extra-filmici e invece li schiaccia a sua volta con la solita sceneggiatura vivace e una potenza visiva che il cinema di Allen propone solo nei film in cui serve. Basti vedere la scena in cui, coinvolto nelle riprese di un film, il protagonista bacia la sorella di una vecchia fiamma senza impeto fino a che non viene a piovere. E come sempre nel cinema di Woody Allen tutto ciò che di sentimentalmente probante e potente avviene, lo fa sotto la pioggia. La scena riuscirà e tutto avrà senso solo con un cambio di condizioni.

Funziona forse un po’ meno il segmento di Elle Fanning, ragazza svampita con grandi sogni che finisce in un turbine di attori e registi dopo aver tentato di intervistarne uno, il suo mito, un regista intellettuale tormentatissimo. Il suo è il lato più grottesco di New York e della maniera in cui lì viene vissuto lo spettacolo. Funziona meno perché pare aggiunto, meno a fuoco e meno determinante dell’avventura di Chalamet, un ragazzo la cui vita è sconvolta da rivelazioni, nuovi amori e delusioni sempre in accordo con i posti di Manhattan in cui si trova. Un appuntamento finale (sotto la pioggia ovviamente) a Central Park sembra dire tutto della comunione tra posti e vita personale.

A molti il cinema di Woody Allen sembra sempre uguale e ripetitivo, perché ha una mano e uno stile di scrittura molto marcati e riconoscibili che forniscono l’impressione che i film si somiglino. Non è così e Un giorno di pioggia a New York ne è l’ennesima dimostrazione. La maniera in cui qui va a fondo con l’uso di attori giovani, con le variazioni di luce all’interno delle stesse scene per cambiare il tono e modificare il senso della singola scena (una cosa che non fa nessun altro come lui) ma anche l’utilizzo moderno che fa di figure da cinema anni ‘40 sono pazzeschi. Noi che siamo tra il pubblico abbiamo l’impressione di un film liscio e leggero, dietro invece c’è una macchina complicatissima che si assicura che sia così.

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