Spegnere le escavatrici via Gps: l’idea per fermare il disboscamento in Amazzonia

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Rio delle Amazzoni (credits: Alexander Gerst, Flickr.com - CC)
Rio delle Amazzoni (credits: Alexander Gerst, Flickr.com – CC)

L’annus horribilis per l’Amazzonia ha reso di drammatica attualità le immagini già viste negli anni Ottanta, quando carovane di veicoli meccanici avanzavano per costruire l’autostrada che tagliava in due la foresta. Il tutto con il benestare del governo, che ha fatto spallucce di fronte alle critiche dei leader globali.

La deforestazione è aumentata del 278% nel giugno 2019 secondo le statistiche dell’Inpe , l’Istituto brasiliano per la ricerca spaziale. “Ma l’avidità di legname fa sì che ci siano sempre meno alberi”, accusa Raoni Metuktire, leader dei Kayapò, popolazione nativa originaria del Brasile Centrale. Una comunità balzata agli onori delle cronache per la strenua resistenza opposta anni fa, quando nel territorio che occupano da millenni è stato scoperto l’oro.

Il popolo guerriero che non disdegna Sting

Estremamente aggressivi nei confronti dei novelli conquistadores, i Kayapò sono riusciti a preservare la terra natia dalla corsa all’oro selvaggia, prendendo strategicamente il controllo dell’unica pista di atterraggio che consente di accedere all’area, altrimenti impossibile da raggiungere.

I pochi minatori ammessi sono stati costretti a versare una sorta di decima sulla polvere di metallo trovata. Il ricavato della vendita è confluito in un conto corrente arrivato a contenere decine di milioni di dollari. Denaro investito, tra l’altro, in un aereo a elica, che consente di dare la caccia dall’alto a nuovi, indesiderati insediamenti bianchi nel territorio.

Non hanno dimestichezza con il ferro, ma da anni inviano i giovani più svegli in terra “nemica” – vale a dire a scuola – per studiare gli avversari, la loro economia, le loro leggi. E hanno imparato a usare i media per attirare l’attenzione sulla propria causa. Come negli anni Ottanta, quando il Fondo monetario internazionale ha bloccato un prestito necessario alla costruzione di una serie di dighe di fronte alla pressione dell’opinione pubblica. Alla grande mobilitazione ha preso parte anche Sting, artista mainstream che di certo non appartiene al repertorio tradizionale indio. Per la verità, qualche anno dopo, l’ex leader dei Police ha scoperto che gli indigeni avevano organizzato un traffico di mogano con l’Europa da 15 miliardi di lire dell’epoca, come rivelato da una rivista brasiliana, e si è dichiarato deluso e tradito. Ma si sa, così va il mondo.

A cavallo tra coding e ambientalismo

Oggi Raoni torna sotto i riflettori, e si presta a fare da testimonial a un insolito progetto a cavallo tra coding e ambientalismo. L’idea nasce dalle sedi di San Paolo e di Melbourne di Akqa, multinazionale attiva negli ambiti comunicazione e digital transformation. Code of Conscience, questo il nome, è un software open source in grado di bloccare le macchine escavatrici utilizzate per disboscare l’Amazzonia sfruttando i sistemi Gps installati di serie su ognuna.

L’idea è semplice: la posizione dei bestioni viene incrociata con la mappa delle aree protette fornite da United nations database for protected areas, governi e ong: se i conducenti provano a farle entrare nella “zona rossa”, quella in cui è vietato abbattere alberi, i motori si spengono all’istante, e automaticamente. Un metodo innovativo per evitare il contrabbando di legname, che spesso avviene con la complicità di funzionari corrotti pagati per chiudere un occhio.

Come i sistemi anti-drone degli aeroporti

È un po’ come i sistemi di geofence che impediscono ai droni di volare in prossimità degli aeroporti” racconta a Wired Pedro Araujo, direttore creativo associato di Akqa San Paolo: “Le mappe sono costantemente aggiornate grazie alla connessione mobile, e quando si è fuori dalla portata del segnale, si fa ricorso a quelle scaricate e conservate in memoria. Così, ogni volta che un veicolo entra in un’area protetta, può venire istantaneamente disattivato”.

L’investimento richiesto è basso. “I costruttori possono installare Code of conscience senza costi aggiuntivi perché i moderni macchinari dispongono già di tutto l’hardware necessario a far girare il software. Sui mezzi di vecchia generazione, invece, Code of conscience funziona tramite un piccolo device a basso costo che abbiamo già prodotto”, aggiunge Araujo. Come viene un’idea del genere a un’agenzia che si occupa di comunicazione e trasformazione digitale, e qual è il modello di business? “Si tratta di un progetto no profit – prosegue il manager della multinazionale, che ha un ufficio operativo anche in Italia -. Semplicemente, siamo abituati a destreggiarci tra grandi moli di dati e il comportamento umano. Questo spiega la genesi”.

Code for conscience è aperto ai contributi di tutti gli stakeholder, precisa Araujo: dai fabbricanti, che possono installarlo come feature sui veicoli di nuova costruzione, ai governi. “Ci piacerebbe che venisse trasformato in obbligo di legge. Abbiamo avuto conversazioni con alcuni specifici apparati dello stato brasiliano, anche se non specificamente con l’esecutivo. Ma parliamo con i governi di tutto il mondo, e ci sono già due paesi potenzialmente interessati a trasformare la nostra idea in una norma. Del resto, il software può funzionare ovunque”.

Secondo Araujo, ci sarebbe margine perché anche i costruttori accolgano di buon grado il progetto, nonostante spinga il dito nella piaga delle zone grigie tra industria e politica. Installare il software che spegne i motori a chi disbosca, questo il ragionamento, sarebbe una sorta di patente green. “Siamo in contatto con due operatori, uno globale e uno locale. Crediamo davvero nella percorribilità economica di questa strada – spiega -. Un produttore può perdere clienti animati da intenzioni illegali, certo. Ma può anche toccare il cuore di altri che non solo credono in un mondo migliore, ma riconoscono il valore in termini di business di questo tipo di azioni controcorrente, in un mondo che sta diventando sempre più consapevole”. Vedremo quali ragioni prevarranno.

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