Gli Stati Uniti hanno mentito sulla guerra in Afghanistan

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(foto: Justin Sullivan/Getty Images)

Secondo un’indagine interna degli Stati Uniti, in tutti questi anni il governo e l’esercito avrebbero mentito sull’andamento della guerra in Afghanistan, parlando di progressi, alimentando propaganda e manipolando statistiche. Il Washington Post ha pubblicato i punti cardine dell’inchiesta dopo una battaglia legale di ben tre anni. Il giornale aveva infatti chiesto al governo un’autorizzazione prevista dal Freedom of Information act, ovvero la possibilità di accedere agli atti amministrativi, e ha proceduto solo dopo il via libera del tribunale.

Diciotto anni di bugie

La ricerca avviata nel 2014, secondo quanto riporta la testata, voleva proprio analizzare la situazione in Afghanistan affinché errori simili non si ripetessero in casi analoghi, cioè in presenza dell’invasione di un altro paese o di un’operazione di pace. Il rapporto che ne scaturisce è molto dettagliato – oltre 2000 pagine, con più di 400 testimonianze – e raccoglie interviste mai rese pubbliche a generali, membri dell’esercito e diplomatici impegnati sul fronte. Tutte concordano sulla diffusione di informazioni false per infondere l’idea di una vittoria nonostante la campagna si sia rivelata estremamente fallimentare.

Dal 2001, dopo gli attentati dell’11 settembre, 775mila soldati americani sono stati impiegati in Afghanistan. Di quelli, 2300 sono morti al fronte e oltre 20.500 sono rimasti feriti. La guerra, costata secondo alcune stime 932 miliardi di dollari, è la più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti. Molte testimonianze concordano anche sul fatto che quando si decise di rispondere ad al Qaeda – mente dietro l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, che aveva appunto la sua base in Afghanistan sotto la protezione dei talebani – le conoscenze di quel territorio erano scarsissime. Una condizione che di certo non ha aiutato gli americani che oggi, a distanza di 18 anni, non hanno ancora ottenuto un accordo di pace con i talebani, ancora a capo di ampi territori.

Voci dal fronte

Non avevamo le conoscenze di base sull’Afghanistan” ammette nel 2015 il generale Douglas Lute, comandante sotto le amministrazioni Bush e Obama. “Non sapevamo cosa stavamo facendo, non ne avevamo la minima idea” prosegue. Un altro funzionario, come si legge nelle testimonianze, sostiene che l’intenzione degli Usa era “creare un forte governo centrale, cioè una stupidaggine, perché l’Afghanistan nella sua storia non ne aveva mai avuto uno”. “Ogni dato veniva migliorato” – confessa invece un colonnello dell’esercito, Bob Crowley – “ogni cosa doveva apparire giusta a tutela della nostra immagine”. James Dobbins, ex diplomatico, non ci gira troppo intorno: “Invadiamo i paesi non per renderli più ricchi ma per pacificarli. E in Afghanistan abbiamo chiaramente fallito”. Insomma i progressi tanto decantati non sarebbero altro che “bugie” – a danno di tutta l’opinione pubblica americana, e non solo – come chiosa John Sopko, il capo dell’agenzia federale che ha condotto i colloqui.

Gli ultimi sviluppi

Oggi, dopo il fallimento ormai svelato dell’operazione afghana, si vuole cercare di mettere un punto alla guerra con un negoziato. A tre mesi di distanza dalla brusca interruzione delle trattative di pace voluta dal presidente americano Donald Trump lo scorso 7 settembre, sono adesso ripresi a Doha i colloqui di pace con i talebani. Nel mentre a Kabul c’erano stati diversi incontri tra Zalmay Khalilzad, l’inviato americano per l’Afghanistan, e il presidente afghano Ashraf Ghani. Secondo Suhail Shaheen, portavoce della delegazione talebana a Doha, l’accordo potrebbe essere firmato entro qualche settimana.

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