Il greenwashing delle compagnie petrolifere “nuoce gravemente alla salute”

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(foto: Getty Images)

A voler credere agli spot delle compagnie petrolifere – sempre più colorati di verde e agghindati con pale eoliche e solenni impegni a investire nelle energie pulite – parrebbe che Big Oil voglia fare ammenda delle malefatte e sia pronta ad abbracciare la rivoluzione energetica. Ma i bilanci di aziende come Bp o ExxonMobil parlano chiaro: le compagnie petrolifere sono ancora intente a fare quel che sanno fare meglio, cioè scovare, produrre e vendere le vecchie, sporche fonti fossili. E le loro pubblicità non sono altro che fumo negli occhi.

Con questa convinzione l’associazione legale ClientEarth ha intentato una causa per greenwashing contro il colosso Bp, accusando la società di ingannare il pubblico con una campagna pubblicitaria fuorviante. Che cos’è il greenwashing? Una pratica di comunicazione con la quale si cerca di dare una mano di verde alla propria azienda, spingendo (in modo più o meno veritiero) quanto sia sostenibile e rispettosa dell’ambiente e sottostimando invece il suo reale impatto negativo. Tornando a Bp, secondo l’accusa (ovviamente respinta), l’azienda proclama di impegnarsi contro la crisi climatica, mantiene ben saldo il suo core business, fondato sulle fonti fossili. “Mentre gli spot di Bp parlano di energia pulita, in realtà oltre il 96% del capitale societario continua a essere investito sul gas e sul petrolio”, ha dichiarato l’avvocato Sophie Marjanac di ClientEarth.

L’azione legale ha preso di mira la campagna pubblicitaria che il colosso petrolifero ha lanciato a inizio anno, la più imponente dell’ultimo decennio, con annunci a pioggia su giornali, cartelloni pubblicitari, televisioni e social media, sia in Europa che negli Stati Uniti. Affidarsi al green marketing per rifarsi una verginità, in un momento in cui l’attenzione sulla crisi climatica è sempre più elevata, è in realtà una strategia adottata da tutte le compagnie petrolifere.

Già nei mesi scorsi un’inchiesta di InfluenceMap aveva svelato come, dalla firma dell’accordo di Parigi a oggi, ExxonMobil, Shell, Chevron, Bp e Total abbiano speso più di un miliardo di dollari in attività di branding e lobbying. Solo nel 2018 hanno investito quasi 200 milioni di dollari per darsi un’immagine di aziende responsabili e attente all’ambiente, e altrettanti per ostacolare le politiche climatiche. Mentre dei 115 miliardi di dollari che saranno spesi nel 2019, appena il 3% sarà destinato allo sviluppo di fonti energetiche a basse emissioni di carbonio.

Secondo Greenpeace, neppure l’Eni (che nel 2018 ha speso ben 80 milioni di euro in pubblicità, promozione e attività di comunicazione) resiste alla tentazione di esibire una presunta dedizione verso la tutela ambientale e la sostenibilità. Ecco perché finanzia campagne sui biocarburanti e si sforza per dipingere il gas come un amico dell’ambiente. Peccato che il gas sia pur sempre un combustibile fossile, e che pure i biocarburanti possano avere un elevato impatto ambientale, soprattutto se sono ricavati da olio di palma in piantagioni che causano deforestazione. Il mese scorso, su segnalazione di Legambiente, del Movimento difesa del cittadino e della delegazione italiana di Transport & Environment, l’Antitrust ha aperto una procedura per “pratica commerciale ingannevole” in merito alla campagna pubblicitaria sul biodiesel Eni Diesel+.

Per dare un taglio al greenwashing, ClientEarth propone di trattare le compagnie petrolifere alla stregua delle multinazionali del tabacco, mettendo al bando le loro pubblicità a meno che non siano accompagnate da avvertimenti simili a quelli presenti sui pacchetti di sigarette: “Gas e petrolio causano cambiamenti climatici”.

È evidente che il gioco si fa duro e livello dello scontro è destinato ad alzarsi. Più gli impatti della crisi climatica diventeranno tangibili, sconvolgendo gli ecosistemi e la vita di milioni di persone, più sarà difficile nascondersi dietro al greenwashing. A breve per le compagnie petrolifere potrebbe aprirsi la stagione dei processi. L’azione legale intentata contro Bp fa il paio con quella che ha coinvolto Exxon, accusata dalla procura di New York di aver ingannato gli azionisti, nascondendo loro i costi futuri che l’azienda si sarebbe trovata ad affrontare per colpa dei cambiamenti climatici. L’immagine delle compagnie petrolifere rischia di sporcarsi al punto da creare seri imbarazzi negli investitori. È un mutamento già in atto e il bluff di Big Oil appare come un colpo di coda di un gigante in agonia, ma purtroppo ancora capace di infliggere danni irreversibili al clima del pianeta.

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