Opportunità e rischi dietro la rivoluzione criptovalute

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Satoshi NakamotoCon la risoluzione del 26 maggio 2016 il Parlamento europeo ha richiamato l’attenzione delle istituzioni sulle opportunità e i rischi legati alla diffusione delle monete virtuali e della distributed ledger technology (Dlt).

Tra i benefici sono segnalati la riduzione dei costi per le transazioni e i pagamenti, in particolare, per il trasferimento transfrontaliero di fondi; più in generale, la riduzione del costo di accesso ai finanziamenti anche in assenza di un conto bancario tradizionale; un altro aspetto positivo è legato al potenziamento della sicurezza e della velocità dei sistemi di pagamento e degli scambi di beni e servizi, grazie alla struttura decentrata tipica della Dlt, che può continuare a funzionare in modo affidabile anche se alcune parti della sua rete subissero guasti o violazioni.

I principali rischi sono:
* l’impiego di criptovalute per riciclare denaro di provenienza illecita e per finanziare il terrorismo;
* l’elevata volatilità delle valute virtuali e il rischio di bolle speculative;
* la mancanza di forme di vigilanza regolamentare, e di garanzia e tutela giuridica per i consumatori;
* la carenza di trasparenza riguardo al funzionamento di alcune valute virtuali e di altri sistemi basati sulla Dlt.

Questi rischi sono condivisi anche dalle principali istituzioni e autorità di vigilanza. Nel marzo 2018 la Banca d’Italia ha infatti diffuso il documento denominato Avvertenza per i consumatori sui rischi delle valute virtuali da parte delle Autorità europee, con il quale condivide le preoccupazioni segnalate da tre organismi di vigilanza europei (l’Autorità bancaria europea – Eba, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati – Esma, e l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni – Eippa), di fronte ad alcuni recenti episodi di attacchi informatici a piattaforme di scambio che hanno comportato la perdita parziale o totale dei soldi investiti in valute virtuali da parte di numerosi consumatori. Il documento della Banca d’Italia si chiude con la raccomandazione ai consumatori “a non convertire in valuta virtuale più denaro di quanto ci si possa permettere di perdere”.

La normativa europea e italiana

La crescente diffusione del mercato delle criptovalute ha indotto il legislatore europeo, e sulla scia di questo il legislatore nazionale, a introdurre una prima regolamentazione di tali strumenti, sia pure al momento solo nella prospettiva della lotta al riciclaggio e del finanziamento del terrorismo.

La direttiva Ue 2018/843 ha esteso infatti la normativa in tema di lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo anche ai servizi di cambio tra valute virtuali e valute aventi corso legale e ai prestatori di servizi di portafoglio digitale. Sul solco della direttiva europea anche la legge italiana, recentemente modificata dal decreto legislativo n. 125/2019, dà una definizione di questi nuovi strumenti.

In particolare, la valuta virtuale è definita come “la rappresentazione digitale di valore, non emessa né garantita da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi o per finalità di investimento e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente”.

Per prestatore di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale si intende “ogni persona fisica o giuridica che fornisce a terzi, a titolo professionale, anche online, servizi funzionali all’utilizzo, allo scambio, alla conservazione di valuta virtuale e alla loro conversione da ovvero in valute aventi corso legale o in rappresentazioni digitali di valore, ivi comprese quelle convertibili in altre valute virtuali nonché i servizi di emissione, offerta, trasferimento e compensazione e ogni altro servizio funzionale all’acquisizione, alla negoziazione o all’intermediazione nello scambio delle medesime valute”.

Il prestatore di servizi di portafoglio digitale (cosiddetto wallet provider) è “ogni persona fisica o giuridica che fornisce, a terzi, a titolo professionale, anche online, servizi di salvaguardia di chiavi crittografiche private per conto dei propri clienti, al fine di detenere, memorizzare e trasferire valute virtuali”. Nell’ambito della normativa antiriciclaggio i prestatori di servizi di valuta virtuale e portafoglio digitale rientrano nella categoria degli “altri operatori non finanziari”, ai quali si applicano le disposizioni sull’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette.

Criptovalute e fisco

La moneta, anche se solo virtuale, attira sempre le attenzioni del fisco. La diffusione degli investimenti in criptovalute fra il pubblico dei risparmiatori non poteva infatti lasciare indifferente l’amministrazione fiscale. Ai fini tributari come sono considerate le operazioni di compravendita di criptovalute da parte di risparmiatori? Alla domanda ha risposto l’Agenzia delle entrate con la risoluzione numero 72 del 2 settembre 2016: l’Agenzia, interpellata da un contribuente in merito al trattamento fiscale delle operazioni di acquisto/vendita di bitcoin, ha chiarito che lo scambio di moneta virtuale rappresenta un’operazione fiscale esente Iva, soggetta a tassazione ordinaria per Ires – Irap. Per un approfondimento sui profili fiscali delle criptovalute, e del Bitcoin in particolare, consigliamo la lettura dell’articolo su Altalex dal titolo Bitcoin: brevi spunti sulla fiscalità in capo agli investitori privati.

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