Come sarà il futuro del cibo?

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Probabilmente avrete visto anche voi la pubblicità, su Facebook o altrove: Huel, un beverone in polvere (pardon, “cibo polverizzato nutrizionalmente completo”) da mescolare con acqua, agitare e poi ingurgitare per ottenere un alimento con tutte le proprietà nutritive necessarie, incorporate in un’unica bevanda al gusto di vaniglia.

A dire la verità, chi ha sperimentato Huel (contrazione di Human Fuel, carburante umano) a volte ne paragona il gusto a quello delle medicine sotto forma di sciroppo: un sapore eccessivamente dolce, artificiale e alla lunga un po’ nauseante. Perché dovremmo mangiare una cosa del genere, invece degli alimenti tradizionali? Prima di tutto, per avere a disposizione un prodotto che fornisca al corpo solo ed esclusivamente le sostanze di cui ha bisogno, a partire da proteine e vitamine.

Stando a quanto si trova scritto sul sito, Huel contiene “una miscela accuratamente selezionata di avena, proteine del pisello, semi di lino, acidi grassi del cocco, lecitina di girasole, sale marino, una miscela su misura di vitamine e minerali, sapore di vaniglia e un dolcificante”. Messa così, effettivamente, sembra essere un bel mix di sostanze naturali in grado di fornire un’alimentazione completa (eccezion fatta per il “sapore di vaniglia” e il dolcificante).

L’esperta di alimentazione Joanna Blythman sembra pensarla diversamente. Parlando con il Guardian, spiega: “Qui dentro non c’è praticamente nulla nella sua forma naturale. Questi sono ingredienti tecnologicamente alterati. L’opposto di ciò che sono i cibi naturali e organici. Ci sono anche dolcificanti chimici molto forti. C’è il sucralosio, che è circa 200 volte più dolce dello zucchero. C’è la maltodestrina, un altro dolcificante. E lo xilitolo, un altro ancora. Poi ci sono le ‘proteine del pisello’, che suona anche bene, ma che cosa sarebbe? Di fatto, stai processando i piselli con una serie di complesse reazioni chimiche per estrarre qualche tipo di polvere beige”.

Sul fatto che Huel sia veramente un cibo salutare, quindi, si può avere qualche riserva. Ma in fondo è davvero questo l’obiettivo del beverone inventato dal britannico Julian Hearn? A dirla tutta, sul sito viene anche promosso lo scarsissimo impatto ambientale (e sugli animali) di questo alimento e anche come si sposi con la nostra vita frenetica. Ed ecco qui, probabilmente, il punto cruciale: Huel ben si presta a chi non ha tempo per una pausa pranzo con i colleghi, di cucinare qualcosa a casa o di mangiare con calma ciò che si è fatto consegnare da Deliveroo.

Huel è il cibo perfetto per la burnout generation, quella che non può nemmeno concedersi un pranzo in tranquillità perché deve lavorare in continuazione e correre costantemente da una parte all’altra della città. Visto così, Huel sembra più un alleato del turbocapitalismo che della nostra salute.

Ma ci sono ragioni più nobili per cui, negli ultimi anni, anche il cibo sta attraversando una rivoluzione tecnologica. Per esempio, l’allevamento delle mucche è responsabile di circa il 18% delle emissioni di gas serra globali, percentuale che sale notevolmente se si prendono in considerazione anche gli allevamenti di polli, maiali e pesci. Mangiare carne non pone solo questioni etiche (e salutari): il suo eccessivo consumo contribuisce pesantemente al cambiamento climatico. Considerando che tra circa venticinque anni la popolazione mondiale salirà a 9 miliardi di abitanti (e che nazioni come la Cina consumano sempre più carne), è evidente che mangiare bistecche e hamburger diventerà a breve ecologicamente insostenibile.

Ed è proprio per questo che nasce Impossibile Burger, una startup che punta a trasformare in vegetariano anche chi vegetariano proprio non se la sente di diventare. Impossible Burger – e i suoi concorrenti come Beyond Meat e Incredible Burger – è un alimento che ha in tutto e per tutto l’aspetto della carne, sanguinolenza compresa, ma è al 100% di origine vegetariana. Per raggiungere questo obiettivo, Impossible Burger utilizza l’eme, la molecola ferrosa parte dell’emoglobina, oltre a soia e patate per la consistenza e olio di girasole e cocco per imitare il grasso di un normale hamburger.

Ma come fa chi invece non vuole proprio rinunciare alla carne? Un modo per renderne il consumo più sostenibile ed etico, in verità, è in sperimentazione da un sacco di tempo: la ormai nota carne in provetta prodotta in vitro a partire dalle cellule animali. Senza quindi bisogno di ucciderli e senza impatto sull’ambiente. A differenza delle soluzioni in stile Huel e Impossible Burger, la carne da laboratorio è qualcosa di cui si parla da anni, senza che mai si sia riusciti a diffonderla effettivamente sul mercato. In un futuro poco distante, però, anche questa soluzione potrebbe diventare realtà.

A molti tutto ciò potrebbe sembrare terrificante: perché dovremmo smettere di mangiare ciò che la natura ci offre? In verità, ciò che mangiamo già oggi ha ben poco di naturale. E non mi riferisco solo agli animali accatastati senza dignità negli allevamenti intensivi e imbottiti di antibiotici, ma anche alla normale verdura.

“Praticamente nessuno dei prodotti che acquistiamo oggi esisteva nel mondo naturale”, si legge infatti su Bbc Science. “I frutti e la verdura che gustiamo sono stati coltivati selettivamente nel corso di migliaia di anni, mutando spesso così tanto che oggi sono irriconoscibili dal raccolto selvatico originale. Le carote in origine non erano arancioni, ma bianche e molto più sottili. Le pesche assomigliavano alle ciliegie ed erano salate, le angurie erano piccole, rotonde, dure e amare; le prugne erano simili a delle uova bianche.

Se non bastasse, la frutta e la verdura che mangiamo oggi hanno circa il 30% in meno di vitamine (e anche calcio, ferro, proteine e fosforo) rispetto alle varietà selvatiche originali. E quindi, che cos’è naturale? E se sono migliaia di anni che modifichiamo il cibo, perché non dovremmo continuare a farlo anche oggi?

E infatti, in futuro, l’ingegnerizzazione del cibo non farà che aumentare. Le scienze biomolecolari e genetiche potrebbero restituire alle verdure che mangiamo oggi le loro proprietà nutrizionali originarie, o arricchirle di ciò che più ci serve. Nel 2018, dei ricercatori australiani hanno creato una banana con livelli particolarmente alti di provitamina A, un elemento solitamente assente in questo frutto. Per crearlo, i ricercatori hanno estratto i geni di un tipo preciso di banana (proveniente dalla Papua Nuova Guinea) che naturalmente possiede un’elevata quantità di provitamina A, e poi l’hanno inserito nella normale banana. A cosa serve una cosa del genere? Per esempio, a migliorare le condizioni nutrizionali di un paese come l’Uganda, dove questo frutto costituisce una parte molto importante della dieta quotidiana.

L’editing genetico delle piante – anche attraverso la tecnica del Crispr – permette già oggi di alterarne il DNA con un’accuratezza senza precedenti. Se tutto andrà come previsto, potremo mangiare mele dolci come quelle di oggi ma con le stesse proprietà delle loro antenate selvatiche, nocciole che non causano allergie e lenticchie che hanno la stessa quantità di proteine della carne.

Difficilmente – e per fortuna – ci nutriremo davvero solo attraverso beveroni chimici o addirittura ingoiando delle pillole. La speranza è invece di riuscire a consumare alimenti sempre più nutrienti, riducendo allo stesso tempo il nostro impatto sull’ambiente. Considerando quanto è già avanzata l’ingegnerizzazione del cibo, scopriremo a breve se tutto ciò diventerà davvero realtà.

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