Le 10 parole del decennio (questo e il prossimo)

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Quando un’epoca si chiude, è inevitabile tracciarne i famigerati bilanci. Non è detto che il passaggio dal 2019 al 2020 sarà traumatico – anzi, tutto fa presagire che sarà fondamentalmente impercettibile – ma molti dei temi in cima all’agenda del discorso pubblico di questo decennio segneranno anche le evoluzioni degli anni a venire. Per salutare i prossimi nascituri 10 anni, abbiamo messo insieme le parole chiave del nostro presente e passato prossimo – che, mirabile dictu, saranno con ogni probabilità anche quelle del nostro futuro.

Il celeberrimo Hide the Pain Harold

10. Meme

Il decennio si apre con le trollface e il trololo, culmina nella magia caotica di Pepe the Frog (2016) e nel successo interplanetario del distracted boyfriend (2017), e si chiude con stanchissimi elenchi di migliori meme dell’anno indecifrabili. Sic transit gloria memi. Nel frattempo abbiamo riso, abbiamo photoshoppato, abbiamo teorizzato. Oggi la parola meme la usano anche i boomer per descrivere qualsiasi cosa che faccia ridere in rete, mentre una schiera di seriosissimi shitposter si è convinta di fare Arte con la A maiuscola o Politica con la P maiuscola a forza di fotomontaggi. Ma interpretare un meme è ormai diventato complesso come fare le parole crociate, e stressante come non sfigurare alla prima della Scala. La sfida del prossimo decennio sarà inventare una nuova forma espressiva per non dovere ammettere che è stato proprio un Lolcat l’ultimo momento della storia dello spirito.

 

9. Selfie

Parola dell’anno nel 2013 e parola del decennio per qualsiasi giornalista in crisi d’ispirazione, bisogna riconoscere al selfie di averci rappresentati piuttosto bene — o meglio, come fanno appunto i selfie, di averci rappresentati precisamente come volevamo essere rappresentati: egocentrici e ossessionati dallo sguardo degli altri. Ma se fosse anche questo un filtro? In un decennio che segna la progressiva presa di coscienza che stiamo vivendo in una fase catastrofica della nostra storia — crisi ecologica, crisi economica, crisi sociale, crisi culturale, ci torneremo — fa riflettere la quantità di energie che abbiamo sprecato sulle stronzate. Ma in fondo è proprio questo che servono i selfie: a dimenticare la realtà e a simulare un mondo ideale, o come dicono gli americani fake it till you make it. La sfida del prossimo decennio sarà smettere di sprecare tante energie in una guerra di tutti contro tutti per il riconoscimento sociale, e farle convergere in qualcosa di un po’ più produttivo che le nostre duckface vere o metaforiche.

 

8. Populismo

Facendo la tara di tutte le oscillazioni di significato, che mostrano che il termine di fatto non denota nulla, bisogna ammettere che negli anni del Movimento 5 stelle, di Trump e della Brexit la parola ha connotato qualcosa: populismo è la democrazia di quelli che non ci piacciono. L’implicita dipendenza del concetto dalla sua indessicalità — ovvero la dimensione soggettiva del giudizio — ne fa meno un segno significante quanto una funzione del linguaggio politico. Per qualcuno, almeno dalla riscoperta dell’opera di Chantal Mouffe ed Ernesto Laclau, in senso addirittura positivo. Fatto sta che erano decenni che non si sentiva tirare per la giacchetta con tanta insistenza il popolo per legittimare le pulsioni autoritarie di grandi minoranze o maggioranze relative.

In Europa il concetto di populismo si è legato indissolubilmente a quello di sovranismo, parola che si comincia a usare nella seconda metà del decennio, facendo un calco dal termine francese equivalente che serviva a indicare le forze politiche, di destra o di sinistra, contrarie all’integrazione europea. Il termine verrà poi usato in accezioni diverse, servendo talvolta da sinonimo per nazionalista o antieuropeista, se non da eufemismo per fascista, indicando più in generale una visione protezionista in economia. Forse populismo e sovranismo meritavano una posizione più alta in questa classifica, ma è probabile che ci sarà occasione nel prossimo decennio per dar loro maggiore importanza. La sfida a quel punto sarà di evitare che eventuali guerre commerciali si trasformino in guerre guerreggiate, nonché di prendere atto che la società multiculturale necessita di miti politici più fini rispetto ai vecchi popolo e nazione.

 

(foto: David McNew/Getty Images)

7. Gamification

Nel 2007 Steve Jobs presentava il primo iPhone, dando avvio — come ha felicemente intuito Alessandro Baricco — a una mutazione antropologica che ci avrebbe trasformati tutti quanti in giocatori attraverso un’interfaccia frapposta tra noi e la vita. Quello che Baricco non ammette, però, è che questa mutazione non ha necessariamente migliorato tutte le vite. Nel 2010 venne introdotto il termine gamification per descrivere le strategie messe in atto dalle aziende per progettare in maniera ludica non solo la user experience dei loro clienti, ma anche le forme e i modi della nuova divisione del lavoro: due dimensioni che l’economia delle piattaforme ha peraltro reso sempre più indistinguibili. La sfida del prossimo decennio sarà riuscire a liberarci dalla necessità di giocare sempre e ovunque, per continuare a esistere.

 

6. Ineguaglianze

Il calcolo delle ineguaglianze è stato uno dei grandi cantieri di ricerca socio-economica che ha raggiunto il pubblico generalista in questo decennio, con lavori come Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty o gli studi di Branko Milanovic. Ma se è chiaro a tutti che la distribuzione della ricchezza ha subito grandi sconvolgimenti, con conseguenze macroeconomiche dirompenti, non tutti concordano sul modo corretto di interpretare i dati: se i ricchissimi sono diventati ancora più ricchi grazie soprattutto all’esplosione del valore nominale degli attivi finanziari e immobiliari, e quindi governano il mondo appollaiati su una bolla pronta a esplodere, i poverissimi sono diventati un po’ meno miserabili e le classi medie dei paesi in via di sviluppo si stanno arricchendo rapidamente. Chi è rimasto col cerino in mano sono soprattutto le classi medie occidentali, che subiscono in una botta sola la realizzazione di quasi tutte le profezie del marxismo crollista, a partire dall’esplosione della miseria relativa. Dietro le ineguaglianze, insomma, ci sono sia uno spostamento del baricentro mondiale che l’alimentazione di una gigantesca bolla speculativa, sintomo della patologica dipendenza del sistema capitalistico dalla macchina finanziaria. La sfida del prossimo decennio sarà, per noi, di gestire questo declino nel modo meno doloroso possibile e, per chi verrà dopo, di capire come regolare l’accesso ai mercati del credito senza sacrificare lo sviluppo.

 

5. Deep learning

Arriverà davvero la piena automazione? Difficile crederlo per chi sa quanto lavoro umano, spesso faticoso, sottoqualificato e nascosto, sia ancora necessario per far funzionare le macchine. Permetterà a tutti di godere di un reddito di base? Molto difficile anche questo, per chi ricorda che il progresso tecnologico in regime di concorrenza ostacola — più che servire — l’estrazione del saggio di profitto. Eppure è un dato di fatto che le macchine, per citare Terminator, “stanno imparando a un ritmo esponenziale”. È la magia del deep learning, la rivoluzione che ha messo in pensione la vecchia Intelligenza artificiale sostituendola con la forza bruta del data crunching. Qualcuno, fin dalla fine dello scorso decennio, ha annunciato la “fine della teoria” e il prepensionamento di tutti i teorici. La sfida del prossimo decennio sarà mostrare che gli uomini servono ancora a qualcosa: se non c’è più bisogno di teoria per svolgere molte mansioni ripetitive, questa continuerà a restare abbastanza necessaria per dare al mondo un senso — merce sempre più rara di questi tempi.

 

(foto: Mario Tama/Getty Images)

4. Clima

Il 10 per cento più ricco della popolazione mondiale produce la metà dell’inquinamento del pianeta: il problema è che quel 10 per cento siamo noi. Posto di fronte a un dilemma esistenziale, l’Occidente tentenna nel prendere decisioni. Se il clima non raggiunge il podio di questa classifica è soltanto perché la sua capacità di influenzare concretamente la vita politica resta di molto inferiore all’importanza del tema. L’espressione global warming era già stata identificata come parola più importante degli anni Duemilazero, e non sarà il revival dell’ultimo anno a illuderci che abbiamo effettivamente vissuto un decennio verde. Gli accordi di Parigi del 2015 hanno segnato un passo importante, sebbene azzoppato dall’uscita degli Stati Uniti per volontà di Donald Trump. Ma la ricetta per conciliare sviluppo economico e sostenibilità sembra ancora lontana: la sfida del prossimo decennio sarà inventare qualche soluzione, foss’anche per attutire la caduta.

 

3. Genere

Che il genere sia una costruzione sociale è noto pressapoco fin dai tempi della disputa sugli universali; la novità del decennio è semmai che discutere di come questa costruzione influenzi i rapporti di potere è diventato di moda anche fuori dalle accademie, fin nelle riviste di moda e nelle pubblicità. Tutta una serie di necessarie battaglie — più culturali che politiche: sul matrimonio omosessuale, sui diritti delle persone transessuali, sugli scarti di remunerazione tra uomini e donne — hanno così potuto essere concatenate tra loro mediante un unico concetto, scatenando fenomeni di panico morale presso alcune minoranze conservatrici. Ma la fortuna di questa parola nel dibattito pubblico nascondeva un’ambiguità fondamentale, che riemerge continuamente. Da una parte si è diffusa la convinzione che il genere in quanto costruzione sociale sia storicamente destinato a scomparire come criterio di differenziazione tra gli individui, a favore di un’ontologia flessibile e soggettiva: tanto bastava ad alcune icone pop, dalla metà del decennio, per autocertificare la propria fluidità sessuale. D’altra parte si è ribadita la consapevolezza, diametralmente opposta ed erede del femminismo della differenza, che il mondo sociale sia fatto di rapporti irriducibilmente reali (e non facilmente reversibili) in quanto producono effetti concreti: il movimento #MeToo ha ratificato il ritorno del vissuto autobiografico e dello sguardo degli altri nella costruzione, tutt’altro che soggettiva, dell’identità di genere. La sfida del prossimo decennio sarà impedire che queste contraddizioni, esplodendo, sfocino in nuovi conflitti interni alle minoranze.

 

2. Identità

I conflitti sul genere si inseriscono nella più ampia questione dell’identità. Un ventennio di politiche dell’identità, sostenute dalla sinistra americana per risolvere il problema del riconoscimento sociale delle minoranze, per reazione è sfociato nell’ultimo decennio in un altro identitarismo: quello della destra, dei bianchi e dei maschi, talvolta anche dei maschi che non riescono a scopare (i cosiddetti incel). La politica è diventata in maniera sempre più evidente un terreno di scontro tra codici differenti, memorie in conflitto, vittime di ogni sorta di ingiustizia strutturale. E la violenza non è già più simbolica: è la violenza dei terroristi islamici che rifiutano l’assimilazione, la violenza dei suprematisti bianchi che riscoprono le loro radici immaginarie, ma anche la violenza di una politica messa al servizio della dittatura delle maggioranze (relative) che sognano di chiudere frontiere e affondare barconi. La sfida del prossimo decennio sarà sottrarre la politica a ogni tentativo di essere presa in ostaggio dalle identità. 

 

(foto: China Photos/Getty Images)

1. Cina

Il risveglio della Cina ha colto l’Occidente come un asteroide, di sorpresa. Ancora fino a pochissimo tempo fa qualcuno ne parlava come di un paese in via di sviluppo, senza accorgersi che il pulpito dal quale si esprimeva era quello di un paese già in via di sottosviluppo, ridotto a svendere squadre di calcio e porti strategici. Eppure nel corso degli anni si erano già accumulati un bel po’ di indizi della straordinaria potenza industriale, commerciale, finanziaria e politica del paese del Sol Levante. La sfida del prossimo decennio sarà di costruire un dialogo proficuo con i nuovi padroni del mondo, facendo il possibile per calibrare le loro ambizioni egemoniche con le poche forze che ci restano: quelle della cultura, merce particolarmente preziosa in ogni translatio imperii.

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