In Georgia, il principale paese produttore di alberi di Natale, un abete costa tantissimo

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(foto: Patrick Pleul/Getty Images)

L’albero di Natale più apprezzato e diffuso in Europa è l’abete del Caucaso che rappresenta, come riporta la Bbc, il 60 per cento del totale del mercato della flora natalizia. Verrebbe da pensare che in Georgia – dove ci sono vaste foreste di questi abeti – si possa comprare a buon mercato, ma niente di tutto ciò. Anzi, lì questi alberi costano quattro volte tanto il loro prezzo di vendita in altri paesi – come, ad esempio, il Regno Unito.

Un vero e proprio paradosso dell’albero di Natale, che è presto spiegato: se un tempo i costi di non erano elevati, era soprattutto perché molte foreste venivano prese di mira dai taglialegna che commerciavano illegalmente gli abeti (soprattutto nel periodo di Natale, quando la domanda cresceva). La rapida deforestazione che ne conseguiva ha portato all’emissione di nuove norme all’istituzione di multe elevate che possono raggiungere 1200 lari (ovvero circa 370 euro). Il personale di sorveglianza del parco nazionale vicino ad Abastumani, nel sud del paese, ad esempio, è passato in cinque anni da otto a più di 60 dipendenti proprio per contrastare queste operazioni illegali.

La diminuzione del disboscamento illegale ha portato però un aumento di prezzo interno dell’albero. In alcuni vivai della capitale gli abeti arrivano a costare una cifra compresa fra l’equivalente di 260-460 euro, un dato che si avvicina allo stipendio medio del paese. La conifera – che impiega circa dieci anni a raggiungere i due metri – al momento è poco reperibile in Georgia, visto che molti esemplari sono stati piantati dopo la stretta sull’illegalità. I georgiani si trovano nella situazione kafkiana di trovarsi obbligati a ricomprare gli alberi importandoli dai paesi a cui hanno venduto i semi, come la Polonia.

Il ritorno del chichilaki

Non tutto il male vien per nuocere: perché molti georgiani si oppongono all’abbattimento degli alberi per una maggior tutela delle foreste. E i prezzi così alti hanno portato alla diffusione, ormai da qualche anno, di una vecchia tradizione: il chichilaki. Si tratta di un albero – sia di grandi che di piccole dimensioni – fatto sfogliando i rami di nocciolo o noce e mettendo insieme le fronde arricciate che si ottengono. A queste verranno appesi frutti secchi e le sue fronde, conosciute come Barba di San Basilio, vengono bruciate per scacciare i vecchi ricordi il giorno dopo l’Epifania, quando si celebra il Natale ortodosso. La tradizione è stata riscoperta, si diceva, perché era vietata durante il dominio sovietico.

Perché preferire un abete vero?

In generale, se si vuole optare per un opzione sostenibile e non si abita in Georgia, conviene puntare su un albero vero. Anche secondo Confagricoltura, la principale organizzazione di agricoltori italiana, comprare alberi veri che non provengono da deforestazioni “fa bene all’ambiente, alla salute ed è di sostegno ai comparti florovivaistico e boschivo, essenziali per l’economia nazionale”. In Italia, questo dicembre si stima una crescita del 10 per cento per l’acquisto degli alberi di Natale naturali, con un giro d’affari complessivo di 30 milioni di euro, riporta appunto l’Associazione florovivaisti italiana, specificando però che ancora sette italiani su dieci predeligono gli abeti sintetici, danneggiando l’ambiente. Anche perché il costo ambientale di un albero di Natale sintetico è molto ingente: 20 chilogrammi di petrolio e 23 chilogrammi di CO2 emessi nell’atmosfera, secondo le stime riportate dall’associazione.

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