Paolo Sorrentino: “Dopo aver incontrato Malkovich, ho riscritto The New Pope”

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Alla fine di The Young Pope, avevamo lasciato il giovane papa Pio XIII, interpretato da Jude Law, colto da un malore. Ora, a distanza di due anni, il regista premio Oscar Paolo Sorrentino torna a scrivere e dirigere The New Pope, la serie-continuazione che Sky Atlantic manda in onda a partire dal 10 gennaio. In questa nuova produzione originale, coprodotta dalla stessa Sky con Hbo e Canal+, ritroviamo proprio quel pontefice in un coma che sembra irreversibile. E mentre le folle lo idolatrano, la Chiesa, mossa dalle sapienti ma non più così salde mani del segretario di Stato, il cardinale Voiello (un’insuperabile, qui perfino doppiamente, Silvio Orlando), si trova costretta a scegliere un nuovo papa, appunto: toccherà all’inglese sir John Brannox, che ha tutto il fascino ambiguo e aristocratico di John Malkovich.

Dopo aver incontrato Malkovich ho riscritto tutto, non solo la sua parte, ma l’intera serie”, confessa Sorrentino, che abbiamo incontrato a Roma. “Mi sono reso conto che la mia fantasia sul suo personaggio era più debole di quanto lui già non fosse”. Proprio su questo magnetismo mai completamente afferrabile si gioca la sua figura: “È molto affascinante la sua ambiguità e al contempo il suo modo di essere rassicurante: in fondo nelle persone ci attraggono le contraddizioni, quando ci spiazzano. Lui è così: leggero ma capace di dare importanza alle cose, ironico ma molto serio. E poi, ha un’eleganza naturale”. Brannox, che vive in una reclusione dorata e dolorosa nella campagna inglese, accetterà con riluttanza il soglio pontificio, per poi ottemperare al suo incarico con piglio rivoluzionario.

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(Foto di Gianni Fiorito/Wildside/Sky)

Uno dei concetti chiave della predicazione del nuovo papa Giovanni Paolo III è la fragilità, un tema che ricorre in tutta la stagione: “Il tema della fragilità mi commuove, così come mi commuove un uomo che rivendica per sé e per gli altri il diritto di non farcela rispetto alle aspettative. Penso che sia una cosa profondamente cattolica”, continua il regista: “C’è bisogno di queste figure: autorevoli ma in grado di mostrare vulnerabilità e disagio. Molti politici, invece, non sanno capire l’esigenza di fare un passo indietro”. Fragile è anche la Chiesa, attraversata da debolezze di vario tipo, non da ultimi gli scandali sulla pedofilia, che in alcuni episodi vengono affrontati di petto, come già era accaduto in The Young Pope. In generale, qui c’è più un ricorso ai temi dell’attualità: dalla ricchezza del tesoro vaticano alla sessualità dei prelati passando per le connivenze con la politica e l’ambivalente posizione sui migranti: “La prima stagione era autosufficiente, c’era un papa che predicava la chiusura e bastava a raccontare il Vaticano dall’interno, senza relazioni con l’esterno. La nuova serie, invece, inizia con un papa che dice: apriamo le porte.

Sembra un Sorrentino liberato quello che si vede in The New Pope: se già nella prima stagione c’era tutta la sua carica estetica, qui raggiunge picchi di fascinazione e dissacrazione ulteriori (“Non sono interessato a fare qualcosa di provocatorio, non voglio essere irriverente o trasgressivo”, precisa comunque). La costruzione scenografica e teatrale delle scene, la poesia delle ambientazioni architettoniche, il cortocircuito di certi passaggi o di certe sottolineature musicali danno vita – ancora una volta – a un Vaticano ricco di lirismo, ma anche di idiosincrasie. Anche l’erotismo è più esplicito e marcato, che si sostituisce alla sensualità più materna e delicata dei primi episodi: “Sarebbe ipocrita pensare che il sesso non sia presente anche in Vaticano, fa parte della vita degli individui e quindi deve far parte di una narrazione che vuole riprodurre le cose della vita”, commenta il premio Oscar.

Parlando proprio di erotismo, entrano in gioco le figure femminili, che in The New Pope sono sia comparse conturbanti protagoniste di siparietti scenici accattivanti sia personaggi forti, sfaccettati, che tengono testa a un mondo irrimediabilmente maschile (pensiamo alla responsabile marketing interpretata da Cécile de France, alla madre miracolata e sovversiva di Ludivine Sagnier o alla new entry Yuliya Snigir nei panni di una mater dolorosa consunta dalla disperazione): “Ovviamente il Vaticano è un mondo chiuso e maschile, allora ogni volta che mi sono potuto aggrappare al femminile l’ho fatto”, dice Sorrentino. “C’è anche tutta una serie di richieste e rivendicazioni da parte delle suore per una maggiore parità, uno scenario non molto realistico ma verosimile: sono sicuro che sarà la prossima grande questione all’interno della Chiesa”.

Le donne non sono le uniche portatrici di sensualità: il Lenny Belardo di Jude Law tornerà prepotente in scena, anche lui in qualche modo liberato dalle pesanti vesti di papa-re rinascimentale e qui ricondotto alla doppiezza di umano troppo umano: sia uomo seducente e spogliato di tutto (lo si vede in una sigla che già ha scatenato parecchie reazioni bollenti) sia come persona che mette in discussione il sistema e la propria fede, soprattutto in un’episodio di un’intensità drammatica e struggente. La dinamica della compresenza dei due papi è un pretesto anomalo e fantasioso, ma non così lontano della realtà (basti pensare al recente film Netflix I due papi di Fernando Meirelles, su Ratzinger e Bergoglio, che ai pontefici di Sorrentino è in qualche modo debitore e col quale condivide non poche scelte stilistiche, compresa una fedelissima ricostruzione del conclave): “Il fatto che ci siano in contemporanea due papi è una cosa inedita, che sicuramente ha stimolato l’immaginazione di molti sceneggiatori. Prima ce n’era uno e poi improvvisamente due: un po’ come quando abbiamo visto la pecora Dolly”, ironizza Sorrentino.

Lungi da ogni spirito provocatorio fine a se stesso, il Vaticano di The New Pope (che per stessa ammissione di Sorrentino è “inventato: ci sono stato mezza volta”) è una specie di rapsodia pop che dissacra e al tempo stesso celebra un luogo fin troppo pervasivo del nostro immaginario. Addentrandosi nelle stanze chiuse del potere papale, il regista fa un’operazione di grande suggestione, perché condensa in essa tutte le fantasie più o meno ammissibili che elaboriamo nei confronti di questo contesto, e la sua fondamentalmente è un’operazione di liberazione appunto. Antidogmatici, fallibili e contraddittori, visivamente irresistibili, i papi di Sorrentino sono tutto ciò che vorremmo la Chiesa fosse e al contempo tutto quello che temiamo diventi: profondamente umana. Ma ci sarà un altro, ultimo papa? “Chi lo sa! Non vorrei dare risposte definitive per poi essere smentito. Certo non lo farei domani, ma magari in futuro mi verrà voglia di nuovo”.

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