Cosa non torna con Ripple e la sua Xrp, la criptovaluta che piace alle banche

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Filtrando la retorica e al netto di considerazioni accessorie, il sistema Ripple nasce per far piacere la blockchain alle banche. La tecnologia dei ledger distribuiti, la stessa che muove, per intenderci, il bitcoin, nel caso di Ripple è gestita non solo da una comunità libera ma anche da una società privata. E questo scardina buona parte dei concetti per cui sono nate le criptomonete, facendo imbestialire i sostenitori di questo mondo. D’altro canto il sistema, proprio per via di una gestione un po’ più centralizzata, piace agli istituti bancari più tradizionali. Sono quattro i pilastri su cui si fonda la filosofia Ripple: everywhere (ovunque), reliable (affidabile), instant (istantaneo) e low cost (economico). Niente più e niente meno che le caratteristiche tipiche di una criptomoneta, ma col vantaggio, a detta di Ripple, di un interlocutore riconducibile a un’azienda struttura.

C’è chi, per questo, vede in Ripple una via di mezzo tra due mondi sempre più distanti tra loro, un modo per farli comunicare. E chi, al contrario, teme che una soluzione di questo tipo sia una forma di lotta intestina a criptovalute più “libere”. E poi c’è chi pensa che Ripple sia un’enorme fregatura, basandosi sulle notizie che trapelano dall’azienda che la gestisce. Come vedremo, in effetti, qualche dubbio viene.

I rapporti tra Ripple e Xrp

Ripple, innanzitutto, e come i più esperti si saranno già affrettati a sottolineare leggendo fin qui, non è una moneta. È il nome di una società, Ripple Inc., dopo che si decise di cambiare il nome originario di Ripple Labs Inc., il 6 ottobre del 2015. Ora, quando ci si riferisce a Ripple, si considera proprio la creatura fondata in origine da Jed McCaleb, Arthur Bitto e David Schwartz, vale a dire un protocollo distribuito e open source per che mira, tra le altre cose, a garantire transazioni prive di commissioni.

Alla tecnologia, ovviamente, i suoi creatori hanno ben pensato di affiancare anche una moneta vera e propria (un token, per la precisione), chiamata Xrp, ma la stessa Ripple Inc., anche a livello comunicativo, si è più volte guardata bene dal legare a doppio filo le due realtà. E questo, a ben vedere, soprattutto per una questione di immagine e di profitti. Non ci sono dubbi sul fatto che Ripple sia una buona idea e che goda anche di un discreto successo, ma i suoi detrattori sono piuttosto convinti che, alle sue spalle, si muovano meccanismi poco chiari e pericolosi. Il primo e principale è, di fatto, quello che ha consacrato questo marchio, se così possiamo definirlo (e possiamo).

Un “giro” un po’ strano

Di base, dicevamo, Xrp è disgiunta da Ripple, tanto da essere open source a tutti gli effetti. All’inizio, si sono letteralmente regalate grosse quantità di Xrp a diversi utenti, per diffonderne il verbo e il valore. Caso vuole che tra i maggiori beneficiari di questa specie di donazione vi siano proprio i fondatori di Ripple. Interrogato sulla questione, Ryan Zagone, uno dei manager di Ripple, ha risposto che la grossa quantità di Xrp incamerati è frutto di una semplice donazione ai fondatori da parte degli sviluppatori open source della criptomoneta.

Peccato che la gestione della stessa sia proprio nelle mani di Ripple, secondo un sistema che, invece, è tutt’altro che open source. È un po’ come giocare al Monopoly. Con un’aggravante mica da poco. In un gioco da tavolo, per lo meno quelli a cui gioco io, si partecipa in modo libero, senza condizionamenti. Invece a quello messo in piedi da Ripple Inc. molti partecipano perché pagati. Risale all’ottobre 2017 il lancio del RippleNet Accelerator Program, un fondo da 300 milioni di dollari che premia, con denaro, quelle istituzioni che per prime adottano il sistema Ripple.

Ovviamente, ça va sans dire, il denaro non è in dollari ma in Xrp. Quindi, riassumiamo: Ripple Inc. si vede regalare tanti Xrp validi in un sistema di transazioni sviluppato e gestito direttamente e poi reinveste gli Xrp donandoli a istituzioni che fa apparire come partner del suo progetto. Il giro a prima vista funziona e ovviamente, per quanto furbo, è del tutto legale, ma somiglia molto all’economia di un piccolo stato che si stampa la propria moneta. E questo spiega, in fondo, l’enorme volatilità di Xrp.

Che questo sia un problema tipico delle criptomonete più giovani è un dato di fatto, ma per Ripple diventa ancora più grosso, perché l’estrema aleatorietà di una moneta non si sposa benissimo con un sistema che vorrebbe far dialogare banche ai quattro angoli del pianeta. Del resto, gli esperimenti fatti finora da vere banche con il sistema Ripple non sono andati benissimo. Un colosso come Santander ha dovuto affrettarsi a chiarire che One Pay, la sua soluzione basata su Ripple, consente di effettuare transazioni internazionali in modo veloce, ma può impiegare fino a due giorni per essere portata a termine. Non proprio veloce, a ben vedere.

Quindi: non è così veloce, il suo schema non è molto chiaro e sulla diffusione, e dunque sul concetto di everywhere al momento c’è ancora molto da lavorare. Perché la sua capitalizzazione, che ora oscilla nell’intorno dei 10 milioni di dollari, è in mano a ben pochi attori. Del resto, a Ripple Inc. sembra interessare più questo aspetto, che la reale diffusione della tecnologia: aumentare il valore di Xrp, e quindi del generoso gruzzolo in suo possesso. E a chi ancora credesse alla storia che Ripple Inc. e Xrp son due mondi distinti, poniamo all’attenzione un documento della Bureau of Consumer Financial Protection americana, che inserisce proprio Xrp come esempio di valuta da utilizzare nei trasferimenti elettronici.

Al punto 3 si legge: “La continua crescita e l’espansione delle partnership delle aziende di valute virtuali, come Ripple, che offre sia una piattaforma di messaggistica per i pagamenti per supportare trasferimenti monetari trans-frontalieri sia una moneta virtuale proprietaria, Xrp […]”.

Viene confermato, in modo chiaro se ce ne fosse ancora bisogno, il legame diretto tra Ripple Inc. e Xrp. Ripetiamo: di per sé non è un fattore negativo, lo è sostenere, in modo goffo, che non è vero. Come lo è verificare, al netto di dichiarazioni grossolane, che il valore di Ripple Inc. non deriva dalla tecnologia che vorrebbe diffondere, ma dall’essere proprietaria di una grossa fetta degli Xrp in circolazione. Uno schema che gli esperti chiamano “pump and dump“, alimentato più da notizie che muovono l’hype che da effettivi meriti.

La scorsa estate è bastata la pubblicazione di un post nel blog di American Express per risollevare le quotazioni di Xrp dopo un periodo di ribassi. Peccato che si trattasse di un post di un utente come i tanti altri che pubblicano in quel blog, e riportasse una notizia risalente, in realtà, al settembre dell’anno precedente. La sensazione è che, senza altre grosse notizie, il giochetto durerà ancora per poco: a oggi, Xrp è crollato solo gli 0,22 dollari.

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