Il bullismo da social di Salvini e il coraggio senza filtri di Sergio Echamanov

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Interrogati da una recente indagine sul bullismo e il cyberbullismo, i ragazzi delle scuole secondarie hanno dichiarato di essere spaventati in particolare dalla possibilità che un loro gesto venisse filmato dai coetanei, per poi essere utilizzato in maniera strumentale allo scopo di prenderli in giro. È una buona sintesi del potere aggressivo dei social: a tutti i ragazzi di ogni generazione è capitato di inciampare, di addormentarsi, di fare una brutta figura, di mettersi un dito nel naso. A tutti, però, era concesso l’oblio: passata la presa in giro, il gruppo passava ad occuparsi di altro.
Il congelamento di un singolo momento, la rapida trasformazione di una defaillance passeggera in un video virale sono tra gli strumenti più aggressivi, in questa fase storica, in mano ai bulli e ai cyberbulli.

Le vittime di questi attacchi possono essere, e di fatto sono, davvero tutti. Perché un inciampo può sempre capitare.
Ma è evidente che sono i più fragili e i più insicuri quelli che rischiano di finire più facilmente nel tritacarne emotivo.
Un problema generazionale? Decisamente no, se è vero che le logiche su cui si fonda la perniciosità e la pericolosità del cyberbullismo sono le stesse utilizzate dai social media manager del principale partito italiano, che si rivolge in particolare ad elettori della stessa fascia d’età del suo leader: tra i quaranta e i sessant’anni. È di ieri, infatti, l’attacco social di Matteo Salvini contro Sergio Echamanov: un ventunenne emiliano che, salito sul palco alla manifestazione delle sardine di San Pietro in Casale, provincia di Bologna, si è emozionato e non è riuscito ad esprimere al meglio quello che voleva dire.

La Bestia ha ripreso il video della manifestazione, tagliandolo e montandolo ad uso e consumo della presa in giro, con l’obiettivo di convincere gli elettori che la battaglia elettorale sia ad armi impari: da una parte la perfezione comunicativa della Lega, dall’altra l’insicurezza del palco di San Pietro in Casale. Probabilmente tutta la faccenda sarebbe rapidamente ( e colpevolmente ) finita nel dimenticatoio, se Sergio Echamanov non fosse un ragazzo dislessico.
L’ennesimo gesto da bullo di Salvini attraverso i suoi social sembra quindi aver superato il limite: non è un ragazzo insicuro – hanno subito detto molti – è un ragazzo dislessico, e prenderlo in giro significa aggredire la diversità e la disabilità.

Ma la questione centrale non è affatto la dislessia della giovane sardina emiliana. Come i ragazzi delle medie e delle superiori coinvolte dalle ricerche sul cyberbullismo sanno benissimo, per finire alla gogna non è necessario essere portatori di differenze accertate: nel tritacarne possono finire i disabili come i ragazzi in sovrappeso, quelli che non studiano mai e quelli che studiano troppo, chi porta l’apparecchio e chi inciampa su un gradino, chi mette le scarpe fuori moda e chi traballa sui tacchi.

Nessuno è davvero al sicuro, a meno che non sparisca, che non si nasconda nell’anonimato più completo, nell’adesione pedissequa ai voleri di chi possiede il potere mediatico e quello regalato dai follower.
Certo, il fatto che una disabilità evidente – e non è il caso della dislessia che, tra le altre cose, non è un deficit riconosciuto dall’Inps come handicap e non è certamente individuabile sulla base di un discorso pubblico di qualche minuto – non rappresenti una barriera di difesa dall’attacco dei sovranisti, è di per sé un elemento estremamente inquietante. Donald Trump, in corsa per le primarie repubblicane, prese pubblicamente in giro un giornalista disabile. E, nonostante lo scandalo, venne eletto alla Presidenza degli Stati Uniti.

Ma il dato non deve stupire, perché nel cyberbullismo non esiste un limite, e non esiste il pudore. Tutti possono essere messi sotto attacco, perché l’obiettivo del bullo è uno solo: sentirsi migliore degli altri, e circondarsi di adoratori che lo elevino dalla massa anonima.
I bulli combattono una guerra senza quartiere perché l’obiettivo ha a che fare con la loro stessa identità, con la loro stessa esistenza. Il vero bullo pensa solo a sé stesso, e non ha alcun riguardo per chi lo circonda: gli altri sono funzionali esclusivamente al suo successo. O nel ruolo di supporter, o in quello di carne da macello.

A fronte di questa realtà edi questi metodi, bisogna affermare con forza che Sergio Echamanov è stato un ragazzo estremamente coraggioso. E come lui lo sono stati tutti quei ragazzi che, in questi anni, sono finiti per qualche giorno nel tritacarne di matrice salviniana, come Erika Labbe – la ragazza del dito medio – o Gaia e Matilde – che si baciarono in un selfie con l’allora Ministro dell’Interno . Scegliere di non restare nell’ombra davanti al più potente dei bulli italiani è un atto di coraggio, indipendentemente dalle proprie caratteristiche fisiche e cognitive.

Il tema, quindi, non è la dislessia di Sergio, ma il suo coraggio: quello che gli ha permesso di portare la sua insicurezza su un palco per affermare le sue idee, ricevendo l’abbraccio dei presenti, ma soprattutto gli insulti dei sovranisti. Come in una classe oppressa dalla presenza di un bullo, anche in Italia in questo momento c’è chi segue il leader – applaudendo la sua sbruffonaggine o girandosi dall’altra parte – e chi, come Sergio, sceglie di non stare zitto.

Scriveva De Amicis: “È malvagio. Quando uno piange, egli ride. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male. Non teme nulla, ride in faccia al maestro, ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno”.
Parlava di Franti, e di tutti quelli come lui.

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