La polizia italiana sta per dotarsi del taser, ma l’arma ha ancora tanti punti critici

0
153
Questo post è stato pubblicato qui
(Foto: Claudio Furlan/Lapresse)

Dunque il taser, la pistola elettrica, è stata promossa. La sperimentazione avviata nel 2018, e conclusasi lo scorso giugno, sembra aver dato i suoi frutti. Tanto per cominciare, sarebbe interessante sapere quali siano effettivamente le evidenze raccolte nelle 12 città in cui è stata svolta la prova. Il regolamento che disciplina l’arma a impulsi elettrici per polizia, carabinieri e guardia di finanza è quindi in calendario per l’approvazione preliminare nel Consiglio dei ministri di oggi, 17 gennaio. Il passaggio successivo sarà al Consiglio di stato per un parere non vincolante, infine il testo tornerà in Consiglio per via libera definitivo. A quel punto potrà entrare in dotazione su tutto il territorio, a uso di agenti abilitati e addestrati dall’azienda produttrice nel Centro nazionale di sperimentazione di Nettuno. La china all’americana, insomma, sembra definitiva.

Peccato restino molti problemi legati a questa “arma propria” – così viene definita dalle stesse linee guida del dipartimento della Pubblica sicurezza – che lancia due elettrodi legati da fili elettrici di massimo 8 metri al dispositivo in grado di penetrare i vestiti e, a contatto con il soggetto, trasferire una scarica ad alto voltaggio (50mila volt) ma basso amperaggio. Una scarica che di solito dura qualche secondo e che – lo ha denunciato in passato Amnesty International – potrebbe avere conseguenze a volte anche gravi. Avevamo già fatto il punto sui pochi studi realizzati, da cui si ricavavano evidenze perlopiù aneddotiche legate a problemi cardiaci per soggetti a rischio.

Ma c’è altro: sembra che gli agenti debbano considerare davvero troppi elementi, nell’uso della pistola. Per esempio, secondo le linee guida un colpo efficace dev’essere sparato dai tre ai sette metri. Il taserva mostrato senza essere impugnato per far desistere il soggetto dalla condotta in atto”. Se quest’ultimo non molla, allora si può sparare ma considerando “per quanto possibile il contesto dell’intervento e i rischi associati con la caduta della persona dopo che la stessa è stata attinta”. Cioè l’agente deve valutare – magari in pochi secondi – distanza, eventuale traiettoria di caduta del soggetto nonché, dice il regolamento, anche la “visibile condizione di vulnerabilità” della persone (come nel caso di una donna incinta. Un cardiopatico, invece, che non è in alcun modo esteriormente riconoscibile e sul quale la scarica potrebbe produrre le peggiori conseguenze, potrebbe riceverlo come chiunque altro). E occorre anche fare attenzione alle condizioni dell’ambiente, per evitare esplosioni o incendi.

C’è poco da aggiungere: è evidente che il taser rischia di essere uno strumento tecnicamente inutile e che pretenda un’analisi troppo circostanziata e al contempo clamorosamente soggettiva da parte degli operatori. Un giocattolone da usare con cautela, che però rimane dipendente dal buonsenso e la capacità di calcolo del singolo.

Secondo punto: col taser si sposta un po’ di più la bilancia a sfavore dei cittadini, visto che stiamo sempre aspettando il codice identificativo attraverso il quale poter identificare, in caso di abusi, gli agenti. Lo stato avrebbe dovuto proporre un patto del tipo: introduciamo un’arma in più – utile a nostro avviso a sfoderare meno di frequente quella da fuoco ben più letale – ma in cambio concediamo alla democrazia la possibilità di capire chi abbiamo di fronte in caso di problemi con le forze dell’ordine. Nulla di tutto questo è avvenuto. Non è un caso che lo stesso Garante dei detenuti, Mauro Palma, sostenga che il taser sarebbe “giustificato solo in un ambito limitatissimo di casi”.

Terzo punto: le volanti che ospitano agenti dotati di taser saranno equipaggiate con defibrillatori mobili? Se si sceglie di usare il taser si dovrebbe mettere in conto l’eventualità di arresti cardiocircolatori o di altre conseguenze cardiache per i soggetti a cui è stato sparato il colpo: un Dae semiautomatico esterno consentirebbe agli agenti di intervenire entro i primi 5 minuti da un terribile evento critico. La stessa Taser International, o Axon, elenca categorie a rischio: se alcune, come abbiamo visto, possono forse essere (non sempre, a dire il vero) identificabili dagli agenti prima di un colpo – donne incinte, bambini o anziani – su altre (soggetti debilitati, persone che soffrono di problemi cardiaci, tossicodipendenti) non si può avere certezza da un’analisi sommaria. La domanda rimane una, e non è di semplice soluzione: ce la sentiamo di prenderci un rischio del genere?

The post La polizia italiana sta per dotarsi del taser, ma l’arma ha ancora tanti punti critici appeared first on Wired.