Dopo Hammamet non ci sono più dubbi che Favino sia un grande attore

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Quanto ci mette un attore italiano per raggiungere la consacrazione a livello di pubblico e di critica nell’Italia che invecchia ogni giorno un po’ di più? La risposta sta tutta nel consenso generale che, dai social fino al botteghino sta – giustamente – circondando Pierfrancesco Favino, che a 50 anni raccoglie finalmente gli applausi che ha sempre meritato. Vanta vent’anni di carriera a perdifiato, spesi a raccontare storie e personaggi in cui ha creduto fortemente e follemente, tra palcoscenico, piccolo e grande schermo. Non tutti i progetti a cui ha preso parte hanno avuto successo, ma non ce n’è stato uno solo in cui non si sia tuffato a capofitto, lavorando tanto e con rispetto. Per se stesso, ma soprattutto per il personaggio da interpretare, specie se realmente esistito.

La sfida, in certi casi, è puntualmente immensa e spaventosa: evitare come la peste la tentazione dell’imitazione e tuttavia essere chiamato a ricordare una persona in carne ed ossa nei suoi gesti, nei movimenti anche oculari, nella voce. Ci è riuscito anche stavolta Picchio, in quell’Hammamet che ha rivisto l’Italia andare al cinema per seguire un film d’autore incentrato su una figura politica di spicco, pertanto teso a far discutere, confrontarsi, riflettere. Già solo questo, nell’era dei talk show urlanti e dell’esplosione di film e serie godibili direttamente da casa propria, è un piccolo miracolo. Sbaglia chi pensa che lo star system in Italia non esista: Favino ha appena dimostrato che c’è un modo, non semplice ma di certo longevo, per fidelizzare il pubblico senza ricorrere a YouTube o al film comico ridanciano di sorta: dimostrare, passo dopo passo, il proprio impegno e la propria serietà. Come a dire a chi guarda: sono sempre lo stesso, di me ti puoi fidare. È il patto sacro che ogni attore di talento dovrebbe arrivare a stringere con il suo spettatore, costi quel che costi: 5000 chilometri in bicicletta per raccontare Gino Bartali (era il 2005) come 5 ore e mezza in sala trucco ogni giorno per poi fare il salto mortale oltre la maschera per diventare Bettino Craxi. Ricordando, nel frattempo, a se stesso e a chi guarda, che sotto la coltre di artifici di make up e narrativi, palpita sempre e comunque il cuore di un uomo che merita di essere rispettato e raccontato, tanto più interessante quanto più restituito in maniera credibile e autentica.

C’è solo una via, in sostanza: la preparazione, questa sconosciuta nell’era degli improvvisati che fanno fortuna, in politica come sui social network. Eppure soltanto lo studio appassionato al limite del maniacale di un personaggio può portare a risultati tanto sorprendenti, questa è e resterà sempre la grande lezione di un interprete come Favino, capace di accettare l’azzardo per scrollarsi di dosso l’etichetta di attore impegnato. È, sì, in grado di reggere un monologo da brivido di 75 minuti da solo su un palco con una sola sedia come in La notte poco prima delle foreste. Ma è anche capacissimo di diventare il re del “cazzeggio”, per usare le sue stesse parole, ballando, cantando o esibendosi nelle simpatiche gag accanto a Hunziker e Baglioni sul Palco dell’Ariston con rara disinvoltura. In Italia è sembrato un caso, un fenomeno, per attori oltre Oceano come –uno su tutti – Hugh Jackman è la norma.

Per questo Favino è un attore internazionale, nel suo essere fortemente italiano. Non è un caso se Hollywood lo ha notato, scegliendolo per Rush di Ron Howard o Miracolo a Sant’Anna di Spike Lee, senza contare quel World War Z in cui tiene testa a Brad Pitt.  La versatilità di un attore è tutto, la capacità di potersi prendere il palcoscenico e fare qualsiasi cosa, intrattenere il pubblico in maniera leggera e scanzonata come inchiodarlo a riflettere su temi urgentemente attuali fa la differenza. E Favino ha dimostrato di saperla fare, usando la sua popolarità solo per rafforzare il suo legame con il pubblico, come hanno provato gli intelligenti videodiari dal set di Hammamet in cui raccontava, in pochi minuti, il suo lavoro di ogni giorno. E’ la forza dei grandi: mostrarsi, e prima ancora sentirsi, uomini comuni. Provate a fare un complimento a Favino: nel ringraziarvi, vi risponderà come vent’anni fa. “Ho fatto solo il mio lavoro”.

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