In Friuli-Venezia Giulia la Lega vuole usare fototrappole per gli animali contro i migranti

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Un orsacchiotto smarrito lungo la rotta balcanica, al confine tra Grecia e Macedonia (foto: NurPhoto/NurPhoto via Getty Images)

Si usano per gli orsi, i lupi e i cinghiali, ma per l’assessore regionale alla Sicurezza e politiche dell’immigrazione del Friuli-Venezia Giulia dovremmo usarle anche per i migranti. Parliamo delle fototrappole, dispositivi capaci di attivarsi e immortalare attraverso sensori di movimento il passaggio degli animali selvatici (o al massimo dei bracconieri nelle aree soggette a rischio): la Lega della regione del Nord-Est vorrebbe usarle per rintracciare le persone che attraverso la rotta balcanica giungono al confine con la Slovenia, con particolare attenzione alla zona di Trieste. Così facendo, argomenta il partito di Matteo Salvini, si potrebbe individuare in tempo reale i transiti di immigrati irregolari, trasmettere i dati raccolti alle forze dell’ordine e incentivare le riammissioni, in particolare verso la Slovenia.

Un esempio di fotorappola per animali (foto: iStock / Getty Images Plus)

“La regione è pronta” recita la proposta, a firma dell’esponente della Lega Pierpaolo Roberti e riportata sul sito della Regione. Ma siamo davvero dinanzi a un detto-fatto? Non proprio. Al di là del (mancato) buon senso, l’idea di mettere gli occhi agli alberi dei sentieri lungo il confine, intercettare chi di passaggio per rispedirlo al mittente ha non uno, bensì svariati motivi per risultare inammissibile anche dal punto di vista della legalità. Ne abbiamo discusso con Gianfranco Schiavone, esperto di diritto d’asilo e presidente del Consorzio italiano di solidarietà – Ufficio rifugiati (Ics). 

Un confine che non è più un confine

“Quello tra Italia e Slovenia è un confine interno, che non prevede controlli se non di natura episodica”, spiega Schiavone: “Ignorarlo, come fa intendere l’ipotesi dell’assessore Roberti, è ignorare l’evoluzione ormai ventennale del diritto europeo. Così come la normativa dell’Unione Europea impedisce lo stanziamento di barriere fisiche lungo la linea confinaria (sì, non è mancata in passato anche l’idea di muri in stile Trump, reti e altri ostacoli), di fatto anche i controlli non possono essere che leggeri – e certo non invasivi come l’installazione di fototrappole. 

Un piano che presuppone un passato che non esiste più, nonché la violazione della legge europea, dunque. Ma c’è dell’altro. 

Il (non) potere della Regione

Un altro motivo, ancor più basilare, per cui la proposta è del tutto infondata è che la gestione dell’ex linea confinaria non può affatto essere materia di un organo come la Regione. Pur presupponendo un vero confine,“i controlli di frontiera e la gestione delle dinamiche migratorie restano competenza esclusiva dello stato, spiega Schiavone, “in linea con il nostro ordinamento costituzionale” (si vedano gli articoli 117 e 118). 

L’operazione sarebbe quindi un’invasione di potere dal punto di vista operativo, e idem sul piano finanziario: la Regione non è autorizzata a utilizzare i fondi dei cittadini per acquistare alcun sistema che esuli dalle proprie competenze – come in questo caso – neppure indirettamente, fornendoli in dotazione allo stato. “Operazioni di questo tipo dovrebbero inoltre appartenere a un quadro di garanzie che qui viene ignorato, come quello del trattamento dei dati, puntualizza Schiavone. 

La questione delle riammissioni

“Aumentare il numero di riammissioni, in particolare verso la Slovenia”, recita la proposta. Ma anche su questo punto la visione di Roberti è priva di consistenza e la legge funziona in modo ben diverso. 

I migranti che richiedono protezione internazionale sono soggetti unicamente alla Convenzione di Dublino, che non prevede alcuna riammissione nel paese adiacente: anzi, vuole la formalizzazione, caso per caso, della domanda di asilo in Italia e conseguenti verifiche, “non di certo un’automatica inversione di marcia in direzione Slovenia come qui si propone”, chiude Schiavone. 

Sempre ammesso che si possa continuare a ignorare ciò che succede poco più in là.

L’esempio da non seguire

Per l’assessore triestino il progetto “favorirebbe in maniera rilevante il lavoro degli agenti di pattuglia sui confini”: a quali esperienze (o addirittura casi di successo) si faccia riferimento, non è dato sapere. 

Guardandoci intorno, l’unico caso lampante è quello della gestione dei migranti al confine tra Ungheria e Serbia, dove le fototrappole trovano sì ampio impiego. Assieme ai muri, e a tante altre cose che sarebbe del tutto folle pensare di imitare, o solo usare come clava propagandistica.

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