Come la blockchain può aiutare la lotta all’inquinamento

0
109
Questo post è stato pubblicato qui
(foto: Pixabay)

È una delle tecnologie più promettenti del futuro e non passa giorno che qualcuno ne segnali un uso inedito, col risultato che la blockchain, nata come rete di sicurezza dei bitcoin, è ormai una sorta di passepartout tecnologico. Dalla tracciatura degli alimenti alla possibilità di usarla per stipulare contratti intelligenti, l’elenco delle funzioni già accreditate a questa tecnologia è lungo. E da qualche tempo si parla anche di usarla per combattere l’inquinamento atmosferico. Recentemente l’ha fatto Arun Ghosh, esperto di blockchain di Kpmg, colosso statunitense della contabilità, secondo cui la blockchain assieme all’internet of things potrebbe finalmente mettere ordine nella macchinosa gestione della compensazione delle emissioni di CO2. L’argomento, ha spiegato in un’intervista, aveva tutte le carte in regola per far breccia anche all’ultimo forum di Davos.

La blockchain – che, va ricordato, è un database distribuito continuamente aggiornato e verificato dai suoi utenti, dunque a prova di manomissione – sarebbe utile a immagazzinare i dati raccolti dai sensori che monitorano l’inquinamento atmosferico o idrico, gestendone al tempo stesso la compensazione automatica attraverso gli smart contract: a tot emissioni tot compensazione, senza possibilità che intervenga un manina a cambiare le carte in tavola. Interessante, e non solo sulla carta: progetti simili, che prevedono l’uso della blockchain per migliorare il sistema delle cosiddette transazioni di crediti di carbonio, vedono infatti al lavoro dai colossi del settore alle start-up innovative.

Il caso forse più noto è quello di Ibm, che con Energy Blockchain Labs ha creato una piattaforma blockchain efficiente e trasparente che consente alle organizzazioni ad alte emissioni di monitorare la propria impronta di carbonio e acquistare i crediti che servono a bilanciare le emissioni. Secondo Ibm, la sua adozione potrebbe portare in 10 mesi a una riduzione del 20-50% delle emissioni. L’esperimento per ora è in corso in Cina, responsabile di circa un quarto delle emissioni mondiali di biossido di carbonio. Ma Cao Yin, fondatore di Energy Lab, spiega che potrebbe essere presto estesa al resto del mondo: “Vogliamo creare un nuovo ecosistema energetico per le persone che parte dalle persone. Vogliamo produrre un diverso tipo di energia verde, molto più economica in tutto il mondo, non solo in Cina”.

Un altro progetto innovativo vede in campo la startup americana Nori, in procinto di lanciare una piattaforma aperta basata sulla blockchain per compensare le emissioni di CO2. In questo caso, la novità è che le aziende che la adotteranno potranno azzerare la loro impronta di carbonio acquistando crediti di compensazione delle emissioni usando una criptovaluta: a ogni tonnellata di CO2 rimossa verrà assegnato un Nori, cioè una sorta di bitcoin destinata ad aumentare di valore nel mercato futuro del carbonio in base alla domanda-offerta di certificati.

Così secondo gli sviluppatori sarà facile stabilire un prezzo di riferimento unico globale per l’anidride carbonica: una tonnellata varrebbe sempre e comunque un Nori. E, per soprammercato, l’anidride carbonica da prodotto di scarto diventerebbe generatore di valore. I proventi – tolta la commissione del 10% – verrebbero infatti usati per finanziare gli agricoltori che aderiscono a programmi di agricoltura rigenerativa, volta a incrementare la capacità del terreno di trattenere la CO2.

Funzionerà? Come tecnologia emergente e disruptive, il pieno potenziale della blockchain non può essere previsto con certezza. Ma è chiaro che, in un mondo disordinato in cui varie parti – nord e sud, finanzieri e attuatori, inquinatori e coloro che subiscono i danni del cambiamento climatico – sono in lotta tra loro, solo i sistemi che generano fiducia, come la blockchain, possono porre le basi per una soluzione condivisa.

The post Come la blockchain può aiutare la lotta all’inquinamento appeared first on Wired.