Far cadere il governo sulla prescrizione sarebbe cosa buona e giusta

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(foto: Roberto Monaldo / LaPresse)

La prescrizione del Movimento 5 stelle in vigore dal primo gennaio è un obbrobrio giuridico, che va oltre il dettato costituzionale. Per una quantità di ragioni già molto discusse: su tutte, perché in fondo vuole correggere demagogicamente un falso problema (secondo alcuni dati, una quota fra il 60 e il 75% delle prescrizioni avviene ancora in fase di indagine: i tempi processuali non c’entrano nulla) e perché invece di accorciare i procedimenti li allungherebbe a dismisura, in una sorta di ergastolo processuale. E, com’è noto, è l’art. 111 della Costituzione a spiegare che il processo debba avere una “ragionevole durata”.

Senza contare, nell’ordine che già in precedenza i tempi venivano sospesi in ogni occasione di richiesta di rinvio da parte degli avvocati difensori di un imputato; che i reati più odiosi hanno tempi molto lunghi di prescrizione e che è oggettivamente illogico bloccarli anche in caso di assoluzione. Sembra insomma che si vada alla ricerca di una presunzione di colpevolezza oggettivamente inaccettabile per un paese civile, comunque funzioni all’estero. Discorso diverso, ovviamente, è contrastare lo stratagemma di allungare i tempi, confidando sull’inefficienza del sistema per esempio su notifiche e testi, nella rincorsa alla prescrizione e in definitiva dell’impunità. Ma per evitare i furbetti del foro bisognerebbe far girare meglio i tribunali in tutt’altro modo, piuttosto che far accomodare le corti sulla certezza che avranno tutto il tempo del mondo per concludere un procedimento.

Il tutto per dire che non sarebbe dunque un caso se il governo saltasse, o quanto meno andasse in minoranza, su un qualche provvedimento pensato per neutralizzare la nuova prescrizione infilato da Italia Viva o da qualche altro parlamentare – come il forzista Enzo Costa, già stoppato in dicembre con una manovra simile – per esempio nel decreto milleproroghe fra Camera e Senato (dove ci sono già gli emendamenti dello stesso Costa e di Lucia Annibali) o in quello sulle intercettazioni in discussione in commissione Giustizia al Senato.

Il rischio passa dalle scelte sul tema e più in generale dall’autorevolezza del Partito democratico: se non dimostrerà la capacità di trovare una soluzione, una sintesi intermedia, che a un’interruzione sensata della prescrizione sposi una riforma del processo penale in grado di velocizzare il sistema, renderlo più efficiente dalle indagini alla sentenza, riformandolo anche per quanto riguarda i riti alternativi, sarebbe non solo sensato, ma anche giusto che il governo cadesse. Non c’è nulla sui decreti sicurezza di Salvini, non c’è nulla sulla prescrizione, c’è poco sull’ambiente: che ci stanno a fare i dem al governo se non riescono neanche a difendere un principio sacrosanto sancito nella Costituzione?

Il fatto è che anche il Movimento 5 stelle rischia di rimanere a pancia vuota, nell’immediato. La revoca delle concessioni autostradali ad Atlantia sembra ormai impossibile e, dopo l’annus horribilis 2019 e i primi schiaffi del 2020 alle regionali in Emilia-Romagna e Calabria alla fine di gennaio, per i pentastellati orfani di Luigi Di Maio rimangono ben pochi salvagenti a cui attaccarsi. Una è, appunto, l’irremovibilità sulla prescrizione.

Renzi sostiene stavolta una posizione giusta, pur coi soliti metodi incendiari, e con la minaccia latente di costruire una maggioranza alternativa con Salvini e Berlusconi (non sarebbe una sorpresa, almeno nel secondo caso); il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, forse in vista di una sua investitura a nuovo capo politico grillino ai futuri Stati generali, tiene il punto in modo irragionevole; Giuseppe Conte non sa che pesci pigliare e stavolta sembra davvero alle strette, dopo aver spostato la patata bollente della prescrizione al periodo dopo le feste: forse alla fine troverà una soluzione in pieno stile azzeccagarbugli, preparando bivi e controbivi che non modifichino la forma della norma ma ne leniscano gli effetti sulle persone sottoposte a giudizio, in particolare dopo il secondo grado di giudizio.

Ne esce insomma un quadro disarmante: un esecutivo ingessato, frutto dell’abbraccio di due oggettive fragilità che cercano di non inferire troppo l’una contro l’altra ma che si rendono conto di dover disperatamente portare ai propri elettori qualche provvedimento-bandiera. Peccato che il pastrocchio in questione sia un bel problema per la tenuta democratica del sistema di garanzie. A questo punto, dovendo scegliere, se a non tenere dovesse essere il governo, vorrà dire che ce ne faremo una ragione.

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