Come informarsi (e informare) sul coronavirus

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(foto: Miguel Candela/Echoes Wire/Barcroft Media/Getty Images)

Sui giornali gli articoli sul coronavirus. Sui social i post sul coronavirus. In tv i servizi sul coronavirus. Ovunque gli speciali sul coronavirus. Non si può certo dire che i media – giornalistici o meno che siano – abbiano ignorato l’epidemia di 2019-nCov, ma anzi negli ultimi giorni si è creata una bulimia informativa (o infodemia) che ci espone a continue informazioni e aggiornamenti non appena apriamo un giornale, prendiamo in mano lo smartphone o accendiamo radio o televisione.

In questo dedalo di canali e di fonti, che a seconda dei casi hanno dimostrato più o meno attendibilità, è facile perdersi. O confondersi. Tra la smania di urlare al mondo l’ultimo presunto scoop prima di chiunque altro e la necessaria incertezza che in queste giornate caratterizza anche l’attività di medici e scienziati, percepire contraddizioni, cadere vittima di fraintendimenti e farsi pigliare per il naso da qualche bufala è più che probabile.

Certo, si potrebbero additare come presunti colpevoli tantissime categorie, dai viralizzatori seriali da social ai giornalisti grossolani e fino agli scienziati poco abituati a occuparsi di comunicazione del rischio. Ma forse è più saggio cercare anzitutto di discriminare tra informazioni attendibili e sparate campate in aria, tra fonti autorevoli e chiacchiere da bar, cercando di confinare la cattiva informazione al rango di urla nel deserto.

Va detto, in ogni caso, che nel contesto nebbioso in cui attualmente ci troviamo (sia in termini di informazioni sul coronavirus e sull’epidemia, sia per le previsioni di ciò che potrebbe accadere) le parole d’ordine dovrebbero essere cautela, pacatezza ed equilibrio, tanto nella scelta dei termini quanto nell’indicazione delle stime numeriche. Atteggiamenti che, dalla bacheca di Facebook ai titoli di giornale e alle chiacchiere da metropolitana, sembrano essere merce rara.

Ma quindi, dove informarsi?

Il consiglio numero uno non può che essere di consultare le fonti primarie dell’informazione, o di dare fiducia a chi ha dimostrato di saper trasformare fedelmente le informazioni ufficiali in prodotti giornalistici o divulgativi di qualità. Il portale epidemiologico dell’Istituto superiore di sanità, Epicentro, ha un’intera sezione dedicata agli aggiornamenti sul contagio e a quel che sappiamo di 2019-nCov. Lo stesso (in inglese e in altre lingue, ma non in italiano) sta facendo l’Organizzazione mondiale della sanità, con sezioni dedicate agli aggiornamenti, al debunking e alle domande più frequenti. Anche il Ministero della salute ha attivato una sezione Nuovo coronavirus, e per chi ha più dimestichezza con la letteratura scientifica c’è la possibilità di consultare su PubMed gli ultimi paper a tema coronavirusInfine, in termini statistici è molto utile la mappa, in continuo aggiornamento, della Johns Hopkins University & Medicine.

Naturalmente non finisce qui: sempre in inglese, e per chi è interessato alla parte più prettamente scientifica, ci sono ad esempio due interessanti sezioni nei portali online di Science e Nature, così come su molte altre riviste specialistiche.

Poco sensato, invece, proporre una netta separazione in termini di affidabilità tra testate giornalistiche e social network. Le testate, che come ha ricordato l’Ordine dei giornalisti dovrebbero sempre basarsi sul criterio della verifica delle fonti e dell’evitare i titoli strillati, hanno più volte negli ultimi giorni rilanciato inutili allarmismi, imprecisioni grossolane e vere e proprie fake news. E sui social, da Twitter a Fecebook e Instagram, c’è chi sta offrendo un ottimo servizio di informazione, sia quando si tratta dei canali ufficiali delle istituzioni sia nel caso di giornalisti e divulgatori scientifici dediti a pubblicare e ricondividere contenuti dai propri canali personali. Esistono anche liste di profili ufficiali (o comunque affidabili) da seguire.

Naturalmente è vero anche il contrario, ossia che ci sono giornali capaci di fare ottima informazione, e una pletora di leoni da tastiera che rilanciano in rete qualsivoglia panzana. Pure gli stessi scienziati a volte hanno sbagliato, come nel caso dello studio sulla trasmissione asintomatica rivelatosi errato, a testimonianza di quanto la situazione sia complessa e in continua evoluzione. In generale andrebbe tenuta a mente la distinzione tra informazioni confermate e sentito dire, così come tra conoscenze preliminari e informazioni assodate. E pure gli esponenti politici, forse in nome di chissà quale corsa a salire sul carro dei vincitori o al dare contro all’avversario di turno, hanno dimostrato sui social un’affidabilità in generale decisamente scarsa.

Quali informazioni cercare in caso di epidemia

Altro grande equivoco che si rischia di creare in situazioni come quella attuale è il concentrarsi su informazioni tutto sommato poco utili, perdendo di vista gli aspetti che meritano più attenzione. Senza nemmeno commentare sessismo e superficialità con cui è stata data la notizia dell’isolamento del coronavirus anche in Italia, spesso la principale distorsione informativa è che ci si concentra sul sensazionalismo anziché sulle notizie rilevanti. Il decorso della malattia di un singolo paziente, il volo di rientro degli italiani che erano rimasti a Wuhan, il diciassettenne trattenuto in Cina perché febbricitante e articoli come il dove sono stati i due cinesi affetti dal virus” sono solo alcuni esempi di come la comunicazione si avvicini più al gossip che a un servizio di informazione, talvolta sfociata anche in indebite violazioni della privacy.

Naturalmente è importante restare aggiornati sulle cifre e sulla distribuzione geografica dei contagiati, sulle eventuali allerte diramate dagli organi competenti e sulle novità relative a blocchi, permessi e provvedimenti. Ma soprattutto può essere utile sapere come comportarsi se l’epidemia raggiungesse anche il nostro Paese (per ora, pochi casi non fanno certo un’epidemia), quali azioni compiere per proteggere se stessi e gli altri dal contagio e come riconoscere e gestire i sintomi legati alla malattia. Gli aggiornamenti scientifici riguardo al coronavirus – dall’isolamento al sequenziamento del suo rna ai tentativi di sviluppare farmaci antivirali e vaccini – sono certamente fondamentali sul lungo periodo, ma all’atto pratico della quotidianità hanno una ricaduta quasi nulla, se parliamo dei non addetti ai lavori.

Cosa non scrivere, a parole

L’elenco delle brutture giornalistiche e comunicative lette e sentite in questi giorni sarebbe parecchio lungo, tanto che ci possiamo limitare a ricapitolare le pratiche discutibili distinguendole per tipologia.

Un primo tema riguarda l’uso di tutte le parole che fanno riferimento all’area semantica relativa alla Cina. Nonostante a livello di contenuti tutto possa essere ineccepibile, infatti, la comunicazione dovrebbe tenere in considerazione pure come i destinatari creino propri significati ulteriori dalle informazioni che ricevono. Definire il virus come un coronavirus cinese, i due casi italiani di contagio come i due cinesi (e così via) sta alimentando una crescente sinofobia, al momento del tutto irragionevole in Italia visto che il numero di casi è fermo a 2.

Al secondo posto ci sono gli al-lupo-al-lupo e le enfatizzazioni: termini come allarme, panico e emergenza andrebbero centellinati o perlomeno spiegati dettagliatamente, perché lasciano intendere un livello di drammaticità sproporzionato rispetto a quanto stia accadendo, almeno in Italia. Questo non vuol dire negare il problema, ma affrontarlo con pacatezza e razionalità.

Forse meno impattanti sulla percezione generale, ma strambi da leggere e indicatori di scarsa qualità comunicativa sono poi gli strafalcioni scientifici. Confusione tra virus e batteri quando si parla di antibiotici, strane promesse sull’arrivo imminente di cure basate su previsioni irragionevolmente ottimiste e presunte conoscenze scientifiche date per assodate quando sono ancora al vaglio della comunità degli scienziati sono esempi di informazioni che nulla hanno a che fare con il metodo scientifico e le basi delle discipline sanitarie. Qualche esempio di studi in divenire? La trasmissione asintomatica del virus, le ricadute pratiche del sequenziamento del virus e l’efficacia delle mascherine sulla popolazione generale.

Cosa non scrivere, in cifre

Quella della quantificazione numerica dei rischi è tutt’ora una questione non risolta, dunque non esiste in assoluto un giusto e uno sbagliato ma solo una serie di criteri generalmente ritenuti buone linee guida sull’impostazione di una comunicazione equilibrata. Il primo passo, naturalmente, è fornire solo numeri giusti o intervalli numerici fedeli alla realtà dei fatti, perché l’idea stessa di dare quantificazioni implica che ci sia una certa accuratezza in ciò che si comunica. Piuttosto che fornire una valutazione numerica sbagliata, o un range di incertezza enorme, tanto vale astenersi dal fornire cifre e ammettere quello che non si sa.

Si leggono in questi giorni stime ufficiali del numero di contagiati e di vittime, accanto a cui poi vengono fornite stime correttive – basate sui presunti casi non registrati – che però rendono tutto così grossolano da essere sostanzialmente inutile. Alcuni dicono che i casi reali sono il doppio di quelli accertati (dunque 40mila), chi 10 volte tanto (quindi 200mila) e chi 20 (quindi 400mila), facendo somigliare le stime più a una lotteria e ottenendo un risultato ben più confuso di un generico “i casi reali sono molti di più di quelli accertati, ma proprio perché parliamo di casi fantasma non sappiamo quanti siano”.

Altrettanto vale per il tasso di letalità del coronavirus. Al momento, infatti, è presto per fare delle stime percentuali accurate, tanto che si leggono valori che oscillano tra il 4% e lo 0,1%, ossia con una forbice gigantesca tra il limite superiore e inferiore. I numeri più tonanti in assoluto sono quelli che riguardano le previsioni sulla diffusione del virus. Accanto a simulazioni epidemiche basate su modelli matematici, si leggono previsioni di “milioni di morti” o addirittura con numeri più precisi (“65 milioni di morti”), a metà tra la previsione campata in aria e la vera e propria bufala.

Un po’ come nel caso di una calamità naturale o di un attentato terroristico, infine, sarebbe sempre opportuno distinguere chiaramente tra dati reali e dati stimati, tra ciò che è stato accertato e verificato rispetto alle informazioni basate su supposizioni, estrapolazioni o calcoli teorici. Evitando anche, nel goffo tentativo di quantificare anche ciò che non può essere quantificato, di definire delle disuguaglianze rispetto ad altre situazioni: “Meno della Sars e più dell’influenza H1N1”, si legge spesso in questi giorni.

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