L’uscita di scena di Bugo è la cosa più bella mai vista a Sanremo

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Il momento del fattaccio

E all’improvviso, come capitano tutte le cose più belle, all’una e cinquanta di una sonnolenta penultima serata di Sanremo gli dei dello spettacolo hanno baciato il teatro Ariston, fino ad allora assopito da un infinito pastone di Nuove proposte moralisteggianti, cantanti stonati, vallette anonime, Fiorello che fa battute sulla sua prostata e comparsate mordi e fuggi. Sul palco il conduttore Amadeus chiama il duetto della categoria maggiore composto da Marco ‘Morgan’ Castoldi, 47 anni da Milano, già fondatore dei Bluvertigo, e Cristian ‘Bugo’ Bugatti, 46 anni da Trecate (Novara), già cantautore che ha pensato che portarsi dietro Morgan a Sanremo fosse una buona idea.

I fatti sono già arcinoti, ma vale la pena ripercorrerli con la ieraticità del sacerdote di un mistero sacro: Morgan scende le scale per primo a passo deciso, distanziando Bugo di qualche secondo e facendo suonare un primo ovattato campanello d’allarme. Poi scende anche Bugatti; Amadeus annuncia la canzone, il maestro è chiamato a dirigerla, parte la musichetta da Depeche Mode de noantri: pare tutto a posto. Qui, però, qualcosa si innesca, il prima sta per diventare dopo, il magico incontra il mondo fenomenico: nessuno se ne accorge per via della sonnolenza indotta da ora tarda e volontà di autoconservazione che ha da tempo rimpiazzato l’interesse per la competizione, ma Morgan ha cambiato il testo della canzone (la canzone di Bugo: il suo è un featuring) per insultare il compagno, direttamente sul palco dell’Ariston.

Io stesso faccio fatica a rileggere queste frasi senza sentirmi pervadere da un senso di infinito, il Weltgeist hegeliano che si manifesta in Bugo che ascolta due strofe riviste da Morgan ( “Le brutte intenzioni, la maleducazione, la tua brutta figura di ieri sera, la tua ingratitudine, la tua arroganza, fai ciò che vuoi mettendo i piedi in testa / Certo il disordine è una forma d’arte, ma tu sai solo coltivare invidia / Ringrazia il cielo sei su questo palco, rispetta chi ti ci ha portato dentro… Ma questo sono io”) e poi se ne va, allontandosi dietro le quinte con nonchalance e senza guardarsi indietro. Se ne va con una camminata degna e rilassata, Bugatti, ma si immagina che se prendesse il microfono ora potrebbe realizzare una bellissima cover dell’“io non ci sto“ scalfariano. Lo vanno a cercare, ma giustamente si rifiuta di avere ancora a che fare con The Artist Formerly Known as Morgan, e la joint venture finisce eliminata.

Delle ragioni dietro i dissapori fra i due (sappiamo, ad esempio, che Morgan nella serata delle cover si era fissato col dirigere anche l’orchestra durante un suo arrangiamento di Canzone per te di Sergio Endrigo, giudicato dalla suddetta orchestra una prova di “scarsa conoscenza della musica”) ci interessa il giusto, al momento: la Bughexit è stata un momento di televisione altissimo, più bello e sincero di qualsiasi gag e più a effetto di qualsiasi performance studiata (tanto che ci si dispera un po’ per Achille Lauro, che ora per épater le bourgeois sarà forse costretto a vestirsi da Bugo).

Sottraendosi al delirio creativo – pur obiettivamente geniale – di Morgan, col suo abbandono in polemica Cristian Bugatti ha inventato un genere scardinando il sacro codice sanremese più di chiunque altro prima di lui: l’inviolabilità del palco, sancita dagli ascolti e dalle liturgie, da oggi a Sanremo è un ricordo. Ne ho parlato con Luca Barra, docente e studioso di televisione e fresco autore del saggio La sitcom, il quale mi ha spiegato: “Un momento come questo è formidabile perché ci ricorda che il motivo per cui ti troviamo in tanti davanti agli eventi televisivi non è soltanto la cerimonia, collettiva e sincronizzata, ma anche l’imprevisto, profondamente connaturato alla messa in onda live, alla diretta. La spada di Damocle di qualcosa di sbagliato, di inatteso, di fuori dai binari che può capitare ogni volta: di solito non succede, ma se succede…”.

Forse si fa presto a parlare di entrata diretta nel Pantheon della storia televisiva, ha obiettato Barra, “ma di certo è già un momento entrato nella storia del Festival”, che grazie a quanto accaduto si conferma “l’evento nazionalpopolare italiano per eccellenza anche e soprattutto per mille cose che vanno oltre le canzoni: gli scandali, gli scazzi, gli errori, le irruzioni sul palco, eccetera”.

C’è però che Cavallo Pazzo al secolo Mario Appignani aveva già la nomea di disturbatore seriale, quando nel 1992 salì sul palco denunciando il famigerato complotto per far vincere Fausto Leali: anche la sua era, insomma, una particina attendibile nel grande e sconclusionato kolossal sanremese. Morgan e Bugo invece hanno dato alla kermesse un cambio di passo deciso, plasmandola attorno all’atto performativo più impensabile: Castoldi che gracchia leggendo i suoi fogli di ingiurie all’ex sodale, come un fidanzato che snocciola adirato i suoi supposti gesti d’altruismo alla fine di una storia, rimarrà una delle scene più lunari e spettacolari mai trasmesse da Rai 1, una Marina Abramovic che irrompe nelle case assonate degli italiani. Il bravissimo Giuseppe Pastore ieri, a Bughexit appena avvenuta, scriveva: “Parafrasando Brian Clough, forse l’esibizione di Bugo e Morgan non è il miglior momento della storia di Sanremo, ma certamente è tra i primi uno”.

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