Perché il cinema coreano è il migliore del mondo

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La Corea del Sud è un paese tutto sommato piccolo (con 50 milioni di abitanti, meno popoloso dell’Italia); toccato da qualche tensione con il Giappone, vive costantemente nel timore dell’invasione da parte della Corea del Nord (tanto che la leva obbligatoria dura due anni ed è durissima). Fino a un ventennio fa la sua influenza sul panorama cinematografico mondiale era trascurabile, oggi un film coreano, Parasite di Bong Joon-ho, è entrato nella storia vincendo come miglior film, miglior film straniero, migliore regia e migliore sceneggiatura agli Oscar. Chi scrive, che di Parasite vi aveva già parlato esaustivamente e che per il cinema, le serie e la musica coreane ha un debole, non è del tutto sorpresa: la cinematografia coreana è tra le più belle e prolifiche del mondo. Il cinema d’autore, i k-drama e quel k-pop che ha conquistato gli Usa grazie ai BTS fanno parte della Hallyu, la nouvelle vague coreana che costituisce la potente renaissance artistica del paese.

Se vi è capitato di vedere serie come Mr Sunshine e film come Age of Shadows, Taegukgi, A Taxi Driver, sapete già che la storia della Corea dell’ultimo secolo e mezzo è piuttosto tormentata: vittima delle mira di colonizzazione degli Usa prima, occupata dal Giappone poi, in guerra con la Corea del Nord dopo, infine soffocata della legge marziale; i suoi cittadini hanno potuto trarre un sospiro di sollievo solo al volgere del millennio, quando la censura ha cessato di limitare la creatività degli artisti locali e la fioritura del cinema coreano è stata prodigiosa e spettacolare. Naturalmente la fine di un periodo buio e la libertà artistica sono fattori fondamentali, ma altri hanno contribuito allo sviluppo miracoloso dell’industria cinematografica coreana, non ultima la restituzione di Hong Kong, colonia britannica fino al 1997, alla Cina.

Il cinema di Hong Kong è stato uno dei più belli e originali del mondo, ma gli è toccato il destino sofferto in precedenza a quello coreano. I film della Hallyu sono concepiti e realizzati da due generazioni di cineasti cresciuti a pane e cinema di Hong Kong: la sua influenza è fortissima (basti vedere le centinaia di volte in cui A Better Tomorrow di John Woo viene citato in lungometraggi e serie), tanto che generi e tematiche sono stati in parte ereditati proprio da quella cinematografia e ispirate da registi come John Woo, Tsui Hark, Ringo Lam, Wong Jin etc… L’heroic bloodshed (i meravigliosi film sui gangster onorevoli pieni di sangue e violenza come The Killer) in particolare ha ispirato i gangster movie e i revenge movie coreani come Man from Nowhere, Bittersweet Life, No Tears for the Dead, Dirty Carnival che per primi hanno attirato l’attenzione di critica e pubblico sulla Korean wave, film che in Italia gli spettatori hanno potuto conoscere grazie alla programmazione in tardissima serata di Rai 3, le rassegne di cinema asiatica di Rai 4, nonché ai festival, come il prestigioso Far East di Udine e il Korea Film Festival di Firenze.

Le pellicole coreane che esplorano il mondo della criminalità e i suoi codici sono tra le più belle mai prodotte, così come i film che indagano l’altra parte della barricata – quella della polizia (Nowhere to Hide, Memorie di un assassino, Man in High Heels e così via) spesso corrotta o inetta – o della procura (come The King). Il tema della corruzione delle istituzioni è un altro dei favoriti del cinema coreano, basti vedere film come Ordinary Person o Silenced (o la serie Designated Survivor): è un segno dei tempi, visto che la Corea, come il Giappone, è particolarmente sensibile a un tema che nella realtà quotidiana è all’ordine del giorno.

Per capire i film della Hallyu che indagano la società come quelli menzionati sopra e come Parasite occorre sapere che la società coreana si trova più o meno dove si trova quella italiana mezzo secolo fa: la diffusione della religione cristiana (metà popolazione è atea, l’altra si divide in cristiani e buddisti) li ha resi un po’ più bigotti, tanto che parlare di sesso prematrimoniale o di omosessualità è considerato ancora delicato (e alle figure in vista dell’industria dell’intrattenimento basta un divorzio o una gravidanza fuori dal vincolo matrimoniale per minarne la carriera); la disparità sociale tra ricchi e poveri è ancora molto marcata, tanto che i chaebol (gli eredi dei grandi conglomerati aziendali a gestione familiare, quelli che in Giappone si chiamano zaibatsu) sono mostrati in film e serie come intoccabili dalla legge.

La piccole storie quotidiane narrate in film come Parasite – questa seppure virata sui toni del grottesco – restituiscono un’immagine di classismo crudo e disarmante, e sono la testimonianza e lo specchio di una società che ha subito immani cambiamenti in pochissimi anni. La Corea del Sud è tuttora un paese maschilista, tanto che vale la pena menzionare film di registe donne come il recentissimo (e da noi ancora inedito) Kim Ji-young – Born 1982 che illustra le prevaricazioni subite da una giovane madre casalinga e che in patria ha scatenato la rivolta degli uomini che si sentono “accusati” con tanto di petizioni (gli stessi uomini che in Corea vengono puntualmente denunciati per fotografare di nascosto le mutande sotto le gonne delle donne in metro).

La Corea del Sud sforna centinaia di produzioni all’anno, e naturalmente non si divide nei pochi generi citati: dalla Cina ha ereditato la passione per i film in costume (in coreano si chiamano sageuk): dopo l’esordio non proprio acclamato del bellico eroico Sword in the Moon, period come il bellissimo The King and the Clown hanno dimostrato il talento dei registi coreani di cimentarsi anche con questo genere nonché la versatilità della produzione della Hallyu. Ottime anche le produzioni di genere, dall’horror (autoriale e a sfondo sociale) come Thirst di Park Chan-wook, The Host di Bong Joon-ho, Train to Busan, Goksung (The Wailing) oppure l’inedito e recentissimo Divine Fury e quelle di fantascienza come l’ucronia 2009: Lost Memories. In questo senso il 2020 è particolarmente promettente: usciranno Sae Bok con una storia sulla clonazione e Spaceship Victory, ambientata su un’astronave che nel cast vede pure Richard Armitage. Tuttavia, più che un cinema dei generi, il cinema coreano resta un cinema d’autore: i festival di Cannes, Venezia e Berlino osannano da sempre nomi come quello del Park Chan-wook di Old Boy e Thirst, il Jang Jin di Guns & Talks e Man in High Heels, il Kim Jee-woon di A Bittersweet Life e del western Il buono, il matto e il cattivo, l’osannato Kim Ki-duk di Pietà e Bad Guy e ovviamente il Bong Joon-ho di Madre e di quel Parasite che ha stravinto agli ultimi Oscar.

Questi sono i nomi che fanno quel cinema parte della Hallyu e che stanno, letteralmente, cambiando il panorama cinematografico mondiale e quello hollywoodiano: lo dimostra il fatto che Parasite non abbia vinto un’edizione degli Academy Award anonima ma abbia asfaltato grandissimi del cinema americano come Martin Scorsese e Quentin Tarantino. Bong Joon-ho aveva già trionfato al Festival di Cannes e ai Golden Globes, dove aveva ironizzato sul fatto che fosse ora per il pubblico statunitense e non solo di abbandonare la grettezza mentale propria di chi si rifiuta di vedere film in lingua originale per scoprire una realtà meravigliosa fatti di film provenienti da tutti i mondo. Il cinema coreano può davvero contrastare l’appiattimento creativo determinato dallo strapotere dei blockbuster e dei cinecomic in serie hollywoodiani.

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