Gli anni più belli di Muccino: tre amici, una donna e il tempo che passa

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È curioso che per il suo primo grande romanzo popolare generazionale Gabriele Muccino abbia scelto il cast di Romanzo criminale. Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart e Claudio Santamaria (Libano, Freddo e Dandy) si ritrovano qui nei panni di tre amici e li seguiamo da quando si conoscono da ragazzi fino all’età adulta, fino a quando non hanno dei figli della medesima età che avevano loro quando li abbiamo incontrati. È il racconto di una generazione che passa per una serie di periodi precisi dell’Italia, in cui la politica è solo uno sfondo, non è mai ingombrante, non è mai il fulcro attorno a cui gira tutto ma un elemento come gli altri. Come nei migliori melodrammi (perché questo è in ultima analisi il film) sarà l’ascesa sociale o la velleità di ascesa sociale a separare gli amici per mezzo di una donna.

Tutto portato con lo stile che conosciamo e riconosciamo a Muccino. Anzi di più. Per la prima metà Gli anni più belli è Gabriele Muccino al quadrato, è furioso, carico e dinamico oltre ogni modo sia nel bene che nel male. Spesso infatti non riesce a contenere se stesso, gli sfugge il sentimentalismo da tutte le parti e il film sfocia nell’apertamente melodrammatico (rompendo quella patina di romanzo popolare che gli serve per essere coerente) senza un vero perché. Sono stonature che non capitano di rado ma sulle quali si passa sopra più che volentieri, un po’ perché il film è talmente rapido che non c’è tempo di badarci, e un po’ perché poi la stessa foga da elefante che balla la tecno in una cristalleria è anche quella che regala i molti momenti migliori, che avvolge in un tornado dove stonature e momenti fantastici si mescolano fino a che non ha più senso stare a discriminare tra i due, conta solo il grande fiume del racconto.

Paolo è innamorato di Gemma, Gemma è attratta da Giulio, Riccardo sembra però capire Gemma più degli altri. Allora Paolo non parla più con Giulio e Giulio si separa dagli altri fino a che Riccardo non lo incontra anni dopo. I grandi intrecci delle vite comuni sono i veri protagonisti di un film che non sembra avere un’idea chiara da esprimere riguardo il rapporto tra individuo e società (nonostante il film come detto attraversi i mutamenti del paese dagli anni ‘70 ad oggi) ma ne ha una cristallina del rapporto tra esseri umani e soprattutto come il tempo influisca su di esso. Questi ragazzi apolitici in un mondo politico (esemplare la scena in cui fuggono da una manifestazione di cui sono vittime), vivono per sé e lo faranno anche da adulti, mai associati agli altri sempre soli nella ricerca di un benessere o della sola sopravvivenza. Se una considerazione esce da questi anni visti attraverso il film è che l’associazionismo non è una risposta per nessuno.

Come spesso accade in Muccino poi le famiglie non aiutano, anzi. Quando va bene i genitori non ci sono, se ci sono invece sono invisibili, menano, insultano o sono dei generici bastardi. L’amicizia è tutto quel che conta, l’unico legame serio. Per tutte queste ragioni è interessantissimo leggere il film accanto a C’eravamo tanto amati di Scola, di cui è evidentemente un aggiornamento e dichiaratamente un omaggio (tantissime le aderenze, i temi e gli svolgimenti che riprende per attualizzarli o non attualizzarli). Lì la politica era il perno di tutto, qui l’individualismo e le diverse maniere in cui i tre amici diventano tre segmenti più o meno frustrati della società è il cuore. Nulla cambia e anche se ci sembra che il passato sia sempre migliore, in realtà è una deformazione del pensiero, lo credevano già gli antichi. Lo spiega Kim Rossi Stuart agli amici a cena, ma il discorso si applica bene al confronto tra questo film e quello di Scola, le cui italie in fondo non sono così diverse.

Certo, come sempre può far sorridere o suonare un po’ faticoso per lo spettatore la maniera in cui ogni scena sia girata per essere una scena madre, ma è anche vero che questo fuoco che alimenta il film poi paga più ci si avvicina al finale e racconta di un mondo apertamente di finzione, mai realistico e sempre cinematografico (si vedano le ricostruzioni dei matrimoni, pura estasi della fotografia e della scenografia, stilizzati e non concreti) in cui l’enfasi è tutta sulle passioni. In cui non è difficile commuoversi per una corsa verso il proprio amore in una Roma deserta per i mondiali di calcio. Sarebbe insomma difficile da digerire Gli anni più belli qualora l’avesse girato chiunque altro, se non fosse così impeccabile, se non fosse montato e girato in questo modo, se non avesse questa forma che gli viene dalla mano di Muccino, se non avesse questa maniera incalzante di procedere affastellando tutto e trovando senso nel vortice degli eventi. Unico in Italia Gabriele Muccino vive di ritmo e utilizza i momenti di calma nella maniera in cui qualunque altro filmmaker usa quelli di foga, cioè dosandoli e sfruttandoli come un cambio di passo che dà senso ad una svolta o un passaggio chiave.

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