Come Libero nega il cambiamento climatico con errori logici e scientifici

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(foto: MyLoupe/Universal Images Group/Getty Images)

Trent’anni fa faceva più caldo: così le statistiche smentiscono i seguaci di Greta. Sono questi il titolo e l’occhiello di un articolo uscito su Libero nell’edizione cartacea del 13 febbraio, riproposto anche in prima pagina con il lancio “la balla del clima che cambia”. Di fatto basterebbe conoscere il parere pressoché unanime della comunità scientifica sul cambiamento climatico effettivamente in atto per relegare i contenuti del pezzo giornalistico al rango di fantasiose elucubrazioni, ma è interessante analizzare quali sono le argomentazioni e le informazioni portate a sostegno di una tesi così forte.

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L’articolo uscito il 13 febbraio 2020 sull’edizione cartacea di Libero

Lo strano caso del 1990

Il primo dato che, secondo Libero, basterebbe a mandare in crisi tutto l’impianto scientifico degli studi sul riscaldamento globale è che “nel 1990 ci furono 7-8 gradi sopra la media”. Di conseguenza, si legge, visto che “tre decenni orsono il tepore era quanto quello odierno, come si fa a dire che il clima oggi è mutato?.

Qui il problema è duplice. Anzitutto, come è stato ribadito più volte, si fa una gran confusione tra il concetto di meteo e quello di clima, spacciando singoli fenomeni meteorologici anomali come sufficienti a descrivere l’andamento su scale temporali più lunghe. Non basta una temperatura discostata rispetto alla media per trarne considerazioni generali, a maggior ragione se quel dato sballato viene accuratamente scelto con un’attività di cherry picking all’interno di un trend che invece indica tutt’altro. È esattamente come quando si vuole negare il riscaldamento globale perché una perturbazione estiva ha fatto abbassare le temperature: né un dato anomalo odierno né uno del passato possono essere considerati di per sé utili a trarre conclusioni climatiche, ma occorre analizzare l’andamento tendenziale su periodi di decenni.

L’altro aspetto è che pure il dato di per sé è quantomeno fumoso. Il testo parla di “inverno mite” per il 2019-2020, di “temperatura media” e quantifica il tutto nei già citati “7 o 8 gradi”, ma non è chiaro a quali dati si faccia appello. A che periodo ci stiamo riferendo? Per quale territorio? Difficile credere che la quantificazione numerica sia frutto di un’accurata valutazione sistematica, impossibile che sia in generale su tutta la stagione invernale dato che non si è ancora conclusa (solitamente per temperatura invernale si intende quella di dicembre, gennaio e febbraio), e il fatto che sia un dato grossolano appare evidente anche dal modo stesso in cui è stato presentato.

Ma se anche a fine inverno scoprissimo che davvero le temperature medie stagionali italiane del 2020 sono state molto prossime a quelle del 1990, o fossero anche inferiori, il dato è di per sé irrilevante dal punto di vista climatico, soprattutto se si osserva l’andamento generale in termini geografici e temporali. Anche perché, come ben noto, il cambiamento climatico in atto non sempre e non ovunque si manifesta con un aumento delle temperature, e localmente o occasionalmente può anche concretizzarsi nell’effetto opposto.

Il periodo caldo medievale

L’argomentazione che occupa più spazio dell’articolo di Libero, nel tentativo di screditare l’esistenza del riscaldamento globale, è il paragone qualitativo tra ciò che successe tra il Nono e il Quattordicesimo secolo e la situazione degli ultimi 150 anni. In pratica si sostiene che “è provato che nei secoli caldo e freddo intensi si sono succeduti”, raccontando i noti andamenti climatici medievali e poi della successiva “piccola era glaciale”, per arrivare a sostenere che l’attuale incontestabile aumento delle temperature medie mondiali faccia parte di una delle inevitabili fluttuazioni climatiche.

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Il grafico pubblicato da Libero in accompagnamento al testo dell’articolo

Ciò che viene del tutto ignorato, come spesso accade per chi intende sostenere tesi antiscientifiche, è la componente numerica e quantitativa. Nel grafico che lo stesso giornale ha pubblicato a corredo del testo, infatti, si nota sì uno scostamento delle temperature in positivo nel periodo medievale dell’ordine degli 0,2-0,3°C, ma è palese che il riscaldamento registrato negli ultimi anni è decisamente più intenso e rapido, con un incremento di circa un grado nell’ultimo secolo. Peraltro, per qualche strano motivo, il grafico mette in evidenza come ultimo dato quello del 2016, quando invece è uscita proprio il mese scorso la notizia che l’ultimo lustro è stato il più caldo da 140 anni a questa parte.

Contraddizioni e religioni

Accanto alle omissioni quantitative, ci sono altri aspetti decisamente grotteschi nel modo in cui il problema viene presentato. Come prima cosa, di fatto contraddicendo il lancio in prima pagina “la balla del clima che cambia”, l’ultimo paragrafo dell’articolo esordisce ammettendo che “è da circa 150 anni che ci stiamo riscaldando”. A quel punto quindi, con un salto carpiato triplo, l’argomentazione di fondo dell’articolo passa dal negazionismo del riscaldamento globale al negazionismo del ruolo antropico in questo riscaldamento, ma in versione mitigata perché a un certo punto si legge che “l’azione dell’uomo sull’ambiente accentua il fenomeno, eppure non ne è la causa”. Di fronte all’evidenza dei dati mostrati graficamente, rinnegare l’incipit era probabilmente l’unica opzione possibile. E alla fine dell’articolo, dunque, non è affatto chiaro che cosa se ne debba dedurre, visto che in parti diverse del testo si stanno sostenendo tesi sostanzialmente opposte (a parte quella della fluttuazione che, seppur così generica da non significare granché, rimane sempre).

Molto significativa è anche la chiusura dell’articolo: rispetto ai Romani nel Medioevo “a noi va meglio”, si legge, “perché almeno abbiamo il condizionatore, e pure il frigorifero. In pratica, con un riduzionismo degno di Donald Trump, il tema del cambiamento climatico viene banalizzato al problema di qualche grado in più nella propria cameretta nei mesi estivi, risolvibile con un click del telecomando o una bibita fresca. Come se tutto il resto – desertificazione, innalzamento del livello del mare, migrazioni climatiche, intensificarsi dei fenomeni meteorologici estremi e perdita delle biodiversità, tanto per citarne alcuni – non fossero temi di cui occuparsi.

Da ultimo, ma non per importanza, le persone preoccupate per il futuro del nostro pianeta (di nuovo definite gretini, tra l’altro) vengono tacciate di “credere in qualcosa di trascendente”, al pari di un fanatismo religioso. Oltre all’irricevibilità della frase stessa, perché semmai sono le posizioni antiscientifiche a essere basate su rigide convinzioni ideologiche, ci troviamo di fronte a una ulteriore contraddizione“I fattori umani stanno influenzando l’ecosistema, pure abbastanza negativamente”, è scritto appena una decina di righe sotto, dove però si ribadisce pure che “il clima varia a prescindere dai fattori umani”. Insomma, gli specchi stridono.

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