Libri per combattere la paura (immotivata) della Cina

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Da settimane l’ondata di paranoia legata al coronavirus porta con sé un’altra triste epidemia, quella degli atti di intolleranza e xenofobia nei confronti della popolazione cinese. Spesso le vittime sono nostri connazionali di origine cinese, bambini e bambine italiane che subiscono contro di sé l’ignoranza e la violenza verbale degli adulti. Tra le paure del diverso c’è sempre stata d’altronde la paura nei confronti della Cina, e le comunità cinesi italiane – si pensi a quella famosa di Prato – hanno più volte organizzato iniziative (come le parate del Capodanno cinese) che favorissero integrazione e conoscenza approfondita. Oggi vogliamo consigliarvi un po’ di libri (e una rivista) che potrebbero essere utili a dire basta alla sinofobia.

E chi l’ha detto che dobbiamo partire da una versione edulcorata della Cina, però? Per iniziare, un vademecum divertente e utile a un tempo è quello offerto dallo scrittore Yu Hua – l’autore di Brothers – che si intitola La Cina in dieci parole, uscito per Feltrinelli. È un affresco tragicomico della Cina post-rivoluzione culturale ma anche post-Tienanmen, quello offerto dallo scrittore, che non si risparmia nella critica la retorica della grandeur di una paese che avanza economicamente anche a discapito della sua popolazione di diseredati, che mostra un futuro scintillante e nasconde spesso la povertà endemica. Un racconto per dieci parole, alcune polemicamente classiche come “popolo” – la prima parola che l’autore dice d’aver imparato a scrivere – “rivoluzione, leader” – con il divertente aneddoto di un rimpianto Mao Zedong clonato e impersonificato da un famoso attore braccato dai turisti per un autografo. Tutto parte dall’osservare “la vita di tutti i giorni… banale e scontata”, ma che “contiene ogni cosa: è ricca, grandiosa, commovente”. Il libro ha un carattere fortemente autobiografico e traccia un affresco puntuale dell’evoluzione vertiginosa che dalla Rivoluzione ha portato la Cina allo status di potenza economica mondiale che è anche un paese per certi versi arretrato, dove la vita dei cittadini, dice l’autore, “è una guerra” giornaliera e dove bisogna imbrogliare in ogni modo per sopravvivere. E infatti una delle parole più belle raccontate per descrivere la Cina di Yu Hua è proprio huyou, che significa “intortare”.

Se il libro di Yu Hua aiuterebbe i più pigri a capirci qualcosa più di Cina, non possiamo dire che ultimamente gli editori italiani non si siano impegnati a portare i libri degli autori cinesi sugli scaffali. Al di là del caso unico del Nobel a Mo Yan (in Italia per Einaudi), che l’ha sicuramente aiutato nelle vendite, tanti sono gli autori giovani e meno giovani che editori come Nottetempo, Sellerio e Elliott stanno portando da noi. Per Sellerio è recentemente uscito un romanzo di Chen He, A modo nostro, che vi aiuterà a considerare la vera e propria epopea dei cinesi in Europa.

Mescolando il noir al picaresco, il racconto segue e intreccia la vita di due personaggi: da un lato un uomo, Xie Qing, costretto a viaggiare da Wenzhou a Parigi per riconoscere il cadavere della moglie Yang Hong – residente da anni in Francia e morta in modo sospetto – dall’altro le traversie stesse della moglie che attraversa l’Europa partendo dalla Cina, il suo passato di cinese figlia di un uomo influente della Rivoluzione suicidatosi per circostante altrettanto misteriose e il suo presente da emigrata. Fin dal titolo si può comprendere che l’intenzione di Chen He è quella di regalarci in modo ben orchestrato lo sguardo dell’altro, di come cioè il cinese ci osserva, assapora la nostra cultura, venendone sorpreso, sbalestrato e a volte violentato: Xie Qing affronterà infatti la sua nuova vita europea incaricato dalla potente boss Qiumei di seguire il traffico illegale dei clandestini cinesi tra l’Albania e la Francia, passando per terribili eventi anche nell’Est Europa, annegamenti nel Mediterraneo – ahinoi non solo prerogativa dei migranti che vengono dall’Africa – e ritornando da potente e ricco nella terra natale. Raccontato con una narrazione onnisciente spietata (Francesco Pacifico l’ha paragonata a Stendhal), è un bel romanzo che aiuta a capire e relativizzare i pregiudizi anti-cinesi.

Proseguendo negli editori italiani attenti alla letteratura cinese, ci sono alcuni piccoli e coraggiosi editori indipendenti che hanno portato da noi autentici gioielli degli ultimi enfant prodige del Dragone. Uno di questi – dovendo però menzionare anche la romana Atmosphere libri – è il milanese Metropoli D’Asiache ha pubblicato in Italia uno degli autori cinesi sicuramente più innovativi e chiacchierati degli ultimi anni, A Yi, che come il precedente Chen He ha avuto una vita precedente particolarmente interessante (ha fatto per anni il poliziotto a contatto con la malavita locale). L’ultimo romanzo uscito in Italia, Svegliami alle nove domattina, rappresenta bene il suo stile a un tempo ricercato e crudo, spesso immerso in storie criminali – anche qui chiara vocazione legata alla biografia dell’autore. Qualcuno ha detto che ci troviamo di fronte a un Mentre morivo cinese e per certi versi la definizione potrebbe essere azzeccata: l’ambiguo boss malavitoso Hongyang viene trovato morto, e la sua storia a ritroso, in attesa del seppellimento, viene raccontata da diversi punti di vista, tra famigliari, nemici, amici d’infanzia… in modo cinico e complesso, così come lo è la società che A Yi racconta. Un racconto corale ingigantito da parecchi e lunghe parentesi e incisi, a volte lirico altre molto diretto, che racconta bene anche la complessità e le differenti voci della Cina contemporanea benché partendo da un contesto rurale.

Come gli autori italiani hanno raccontato il loro rapporto con la cultura cinese? Quali ponti hanno tracciato? Almeno tre esempi serviranno a comprendere questo tentativo d’ascolto. Il più recente è sicuramente un’antologia programmatica, Gli Insaziabili. Dieci racconti tra Italia e Cina uscito per Nottetempo – che pubblica anche uno dei maestri della Cina di oggi, Yan Lianke – è un’interessante operazione transculturale che coinvolge otto autori italiani e otto autori cinesi, tra i quali ritroviamo anche il summenzionato A Yi. Per gli italiani si tratta di Milena Agus, Alessandro Bertante, Paolo Colagrande, Gabriele Di Fronzo, Giorgio Ghiotti, Ginevra Lamberti, Laura Pugno e Mirko Sabatino, che sono stati chiamati a raccontare un doppio fil rouge tra le culture: il cibo e l’eros, declinato anche in senso di relazione amorosa, come nei primi due racconti della raccolta. Di connessioni e contrasti, tra corpi desideranti – spesso pornografici o ricondotti al marketing sul lato, cinese oppure seviziati come nel racconto italiano di Di Fronzo, ma anche migranti di Ge Liang o nella Milano di Bertante – e corpi degustanti – o disgustati dal cibo, come nella bulimica Cati raccontata da Laura Pugno – si trovano nel libro, a dimostrazione di una distanza tra Occidente e Oriente che il libro cerca di colmare attraverso il contatto, la sottomissione e il palato, disposto ad assaporare anche cose spiacevoli.

Un po’ di anni fa un altro dei nostri narratori più talentuosi, Tommaso Pincio, ha sperimentato con il legame Italia-Cina attraverso la distopia noir di Cinacittà (Einaudi). “Tutti andavano via, ma io sono rimasto qui, nell’eterna canicola, come un animale raro in mezzo a migliaia di bestie cinesi tutte uguali, abbrutendomi nelle cavità della notte… portando alla morte di chi non lo meritava”, così si legge nelle prime pagine del romanzo, che parte con la confessione di un uomo in carcere a Regine Coeli, “l’Ultimo dei Romani” di una Roma del futuro (prossimo?) dove il Sud del mondo è inabitabile e dove appunto solo i cinesi si sono arrangiati, e tutti gli altri sono spariti per via delle temperature estremo. È un uomo che maledice la stessa Roma e il suo passato, ma che dichiara di aver imparato dal signor Wang – esperto di Roma antica e uomo che lo mette nei guai – a capire la città, che lui si dedicava a vivere come un reietto solo nei suoi bassifondi, nel go-go bar in cui si innamora della fascinosa Yin… Il romanzo di Pincio descriveva una Roma perversa del futuro per criticare lo stesso spirito della romanità, tutt’altro che descritta in modo positivo. Non è affatto intollerante della nuova invasione cinese, ma anzi la vede in fondo come l’unica capace di amministrare un mondo al collasso – un collasso prevedibile, visto il carattere malavitoso di fondo dello spirito decadente romano descritto nel libro.

Dalla distopia di Roma cinesizzata potremmo passare con un bel salto al saggio sotto forma di fumetto Chinamen. Un secolo di cinesi a Milano uscito per Becco Giallo e realizzato da Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, che segue l’avvento dei cinesi nella città lombarda (ma anche a Bologna) dai primi del Novecento ai giorni nostri, nelle differenti modalità, alcune tragiche (come quelli relativi ai campi di concentramento durante il Fascismo) altre più positive, come le vicende degli imprenditori italo-cinesi del Secondo dopoguerra (ricordate i prodotti di cancelleria Osama?) e durante il Boom economico italiano,  oppure quella di Mario Tschang, primo italo-cinese a registrarsi all’anagrafe milanese. Il fumetto gioca molto con l’iconografia cinese, con illustrazioni a tutta pagina che paiono ricalcare lo stile dalla propaganda e della stampa, e approfondisce le esperienze italiane di integrazione come quella emblematica di via Sarpi a Milano.

Infine, chiudiamo con consiglio da sfogliare e toccare: si tratta della rivista di fotografia tra Italia e Cina chiamata Genda Magazine. Sperimentando con usi di carte alternative Favini e coniugando bene il testo con le fotografie di fotografi alternativamente italiani o cinesi – la redazione stessa è divisa tra Italia e Cina – è l’ennesimo esempio di come uno studio sullo sguardo su di noi e sull’altro possa contribuire a farci meno intolleranti e chissà meno stupidi.

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