Cattive acque, un uomo perso nel labrinto delle scartoffie alla ricerca della verità

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Cosa richiede la lotta contro i giganti, le corporation e le megasocietà potenti e influenti? Prima dei soldi, prima della tenacia, prima della costanza, tempo. Tantissimo tempo. È questo che racconta Todd Haynes nel momento in cui prende in consegna la vera storia di Roberto Bilott, l’avvocato difensore delle aziende chimiche che decise di schierarsi dall’altra parte e attaccare una delle più grosse, nel nome della povera gente del paese da cui veniva: un uomo che ha dedicato tutto il suo tempo, cioè la sua vita, ad incastrare una società chimica. È un pensiero al tempo stesso sconfortante (che per vincere e dimostrare la malafede di una corporation occorra dedicare una vita) e positivo (c’è sempre qualcuno disposto a farlo).

La storia di Cattive acque è ovviamente nel segno di Erin Brockovich, è quel tipo di cinema in cui i piccoli possono distruggere i grandi, in cui un singolo è in grado di raddrizzare un torto. Una revisione del grande mito individualistico hollywoodiano: l’eroe solitario che si schiera con i deboli, il pistolero solitario che arriva nella valle e caccia via i cattivi. Non ci sono pistole ma carte, non ci sono scontri diretti ma interrogatori e soprattutto c’è il terribile passaggio del tempo, gli anni e le ore. Le caratteristiche dell’eroe non sono lo sprezzo del pericolo e la destrezza nell’agire ma la competenza, la testardaggine e la fiducia nel sistema.

Bilott ha inseguito per più di un decennio l’azienda chimica che era riuscita a riversare un composto nelle falde acquifere della sua comunità senza incorrere in sanzioni, perché quel composto non era mai stato dichiarato quindi lo stato non conoscendolo non poteva ritenerlo illegale. Le mucche intanto morivano a grappoli, i bambini nascevano deformati (nel film ci sono i veri bambini nati deformi, oggi adulti, che recitano nella parte di se stessi), i residenti hanno i denti marci.

Per riuscirci non si batte contro una serie di cattivi ma contro la carta. Quello che Todd Haynes vuole raccontare qui è uno scontro fatto di tonnellate e tonnellate di scartoffie, intere stanze piene zeppe di fogli da esaminare uno ad uno lungo mesi che poi diventano anni. L’arma dei giganti è l’informazione annacquata, il fatto che la verità si nasconda in un milione di documenti non ordinati, l’arma dei piccoli è la tenacia. I figli nascono e crescono, le malattie personali si acuiscono ma lo scontro non cessa per anni e anni e anni.

Al centro di tutto c’è Mark Ruffalo, più bolso e grosso del solito, un uomo palesemente goffo e poco appariscente che tuttavia è uno schiacciasassi inarrestabile, l’unico disposto a sentire un contadino disperato, il primo a rendersi conto dell’incredibile truffa omicida perpetrata dalla compagnia. Ruffalo è grandissimo, ha una maniera di intendere la recitazione che parte da come cammina e finisce a come parla, le battute le carica con la postura e le lancia già nei piani di ascolto, cioè in quelle inquadrature in cui lo vediamo ascoltare qualcun altro.

Era già il segreto del suo fantastico personaggio in Il caso Spotlight, una persona dotata di un modo tutto suo e unico di ascoltare gli altri che lo caratterizza come l’unica speranza delle vittime. Questo personaggio non ha la stessa velocità e lo stesso dinamismo inarrestabile, è lento ma inesorabile, tuttavia ha quella luce negli occhi quando non parla e ascolta, ha la stessa invincibile determinazione quando pensa. E per quanto Cattive acque sia un film diretto con grande sapienza, scorrevole e capace di raccontare a tutti con parole semplici e un ottimo ritmo una questione complicata tra regolamentazione americana, truffe e insabbiamenti, lo stesso alla fine lascia la sensazione che a fronte di tutto quest’ottimo cinema messo sullo schermo manchi una vera grande lettura della storia. Ci rimarranno impressi i fatti (forse) ma difficilmente rimarrà impresso il film.

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