Depurare il sangue per evitare effetti collaterali. Un primato italiano contro la leucemia

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Car-T
(immagine: Getty Images)

I medici dell’ospedale Bambino Gesù di Roma hanno salvato un paziente 14enne affetto da leucemia linfoblastica acuta dalle conseguenze della sindrome da rilascio di citochine, un pericoloso effetto avverso dell’immunoterapia con cellule Car-T. Come? Depurandogli il sangue. Si tratta del primo caso di successo al mondo, che i medici italiani hanno descritto sulle pagine della rivista Critical Care Exploration.

Per alcuni pazienti con tumore del sangue che non risponde alla chemioterapia le cellule Car-T sono una speranza concreta. Così era per Giacomo (nome di fantasia), 14 anni, che qualche mese fa si è sottoposto all’immunoterapia per contrastare la leucemia acuta che lo ha colpito e che non risponde alle terapie di prima linea. Dopo 7 giorni dall’infusione delle sue cellule riprogrammate in laboratorio, però, il giovane paziente finisce in terapia intensiva all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma per insufficienza respiratoria e danno d’organo. Purtroppo ha sviluppato uno degli effetti avversi dell’immunoterapia Car-T, la cosiddetta sindrome da rilascio di citochine (Scr), ossia un’esagerata risposta infiammatoria che mette a repentaglio la sua vita.

La Src si presenta in circa un quarto dei casi. I metodi per provare a far rientrare l’emergenza ci sono, dagli anticorpi monoclonali per inibire le molecole dell’infiammazione fino all’attivazione di geni che inducono le cellule Car-T al suicidio. Gli anticorpi monoclonali, però, a volte non sono sufficienti a frenare la risposta infiammatoria incontrollata, altre volte i pazienti non rispondono proprio alla terapia. L’attivazione del gene suicida, invece, viene messa in pratica in casi gravissimi perché distruggendo i linfociti Car-T si vanifica l’azione contro il tumore.

Stavolta, però, Gabriella Bottari e gli staff della Terapia intensiva pediatrica Area Rossa e quelli dell’Oncoematologia pediatrica del Bambino Gesù vogliono sperimentare un nuovo approccio, uno che non comprometta l’efficacia dei linfociti Car-T. Si chiama aferesi del sangue ed in pratica consiste in una macchina a circuito che preleva il sangue del paziente, lo fa passare all’interno di colonne filtranti che trattengono le citochine ma non le Car-T per restituirlo pulito al legittimo proprietario.

Questa strategia, usata in combinazione con gli anticorpi monoclonali, ha pagato: i livelli dei biomarcatori dell’infiammazione – si legge nella descrizione del caso clinico pubblicata sulla rivista Critical Care Exploration – sono diminuiti nel giro di 96 ore, in una settimana la sindrome da distress respiratorio è migliorata, e dopo 15 giorni il ragazzino ha lasciato la terapia intensiva.

È la prima volta al mondo che un paziente pediatrico viene salvato in questo modo da uno degli effetti collaterali più comuni e gravi dell’immunoterapia Car-T, per cui c’è bisogno di trovare soluzioni efficaci. La sperimentazione andrà ampliata, ma per Bottari e colleghi si tratta di un importante passo che testimonia che la terapia combinata con anticorpi monoclonali contro le citochine e l’emoperfusione extracorporea è possibile e salvaguarda l’efficacia di Car-T contro il cancro.

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