Tutto quello che c’è da sapere della cultura coreana per capire Parasite (e non solo)

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Parasite, che ha trionfato agli Oscar 2020 ed è diventato un fenomeno mediatico (avrà addirittura una versione televisiva su Hbo) è incentrato sul divario sociale tra due famiglie, una poverissima e una ricchissima. Buona parta del pubblico occidentale, che ha apprezzato questo capolavoro del regista Bong Joon-ho, prima e dopo la vittoria, non aveva dimestichezza con la cinematografia asiatica né tantomeno con la cultura coreana. Questo ricorda a noi della generazione cresciuta a pane e cartoni animati anni ’80 quanto fosse difficile per i nostri genitori comprendere l’iperbolico senso del dovere e del sacrificio nipponico, così come usanze bizzarre come farsi sanguinare il naso in presenza di una bella ragazza o essere ossessionati dalle mutande femminili. Per noi era tutto normale, i manga ci avevano reso gli elementi di quella cultura normali e comprensibili. Con Parasite il discorso è analogo: ci sono cose della cultura coreana che a chi non frequenta kermesse cinematografiche come il Far East Film Festival di Udine o il Korea Film Fest di Firenze (o che non bazzica i k-drama su Netflix e Viki) possono risultare aliene o poco incomprensibili. Un articolo del foodblogger sudcoreano ZenKimchi ci ha dato lo spunto per questa guida che mira a decifrarne alcune per voi.

Il cibo

Il cibo in Parasite (e in generale) viene utilizzato come indicatore sociale. Tutti mangiano riso e kimchi (le verdure fermentate), ramyeon (il ramen), teokbokki (gli gnocchi di riso) e jjajangmyeon (gli spaghetti con la salsa di fagioli) – questi ultimi tanto popolari da essere i protagonisti del film vincitore al Far East Castaway on the Moon e della serie Wok of Love) – e bevono soju (la bevanda distillata dai cereali nella bottiglia verde che pare birra ma ha 20 gradi, di cui i coreani bevono litri). Lo street food è ovunque e i coreani mangiano a qualsiasi ora del giorno, quasi in continuazione. In Parasite è significativo come i Kim si nutrano di riso, uova e kimchi e bevano bevande nazionali economiche; non possono permettersi cibi stranieri come i ricchi Park o bere alcolici d’importazione. Con il miglioramento della loro situazione finanziaria le cose cambiano, e a un certo punto li vedremo bere la birra giapponese Sapporo.

Fumigatori, (de)umidificatori e mascherine per tutti

La celebre scena durante la quale la famiglia Kim affronta il passaggio dei fumigatori per strada si rifà a un fenomeno diffuso per cacciare gli insetti. Nella Corea del Sud esiste la paranoia – in parte giustificata – per la qualità dell’aria e per quello che contiene, che siano le creature fastidiose e svolazzanti di cui sopra oppure le famigerate polveri sottili che infestano Seoul costringendo la popolazione e chiudersi in casa oppure a girare con la mascherina. Nel paese c’è anche la fissa degli umidificatori, che sono per esempio immancabili in qualsiasi scena di film e serie in cui un personaggio giace in un letto d’ospedale. Li troverete lì, proprio accanto al poveraccio, a prescindere dalla gravità delle sue condizioni.

Registri (iper) formali

In Parasite, come in qualsiasi altra produzione coreana, avrete notato che in presenza di persone di rango superiore oppure più anziani ci si profonde in inchini. Più la persona è importante, più ci si piega in avanti. In questo paese non importa se, per esempio, sei una donna: quando passa il capo, ti inchinerai e magari gli terrai anche la porta o gli cederai il passo. In Parasite è molto evidente come ci si rivolga a chi appartiene all’alta società con rigore, evitando di guardare negli occhi, mantenendo un atteggiamento quasi servile e soprattutto usando un registro formale, difficilmente traducibile in italiano, che trasforma completamente le frasi per renderle più rispettose. Tutto questo è legato all’ossessione del biglietto da visita: se non ce l’hai sei un poveraccio e non troverai mai il successo o una moglie (il signor Park, un dirigente, li ha e si vanta, un po’ come in American Psycho…).

Sns: i social local(i)

Molto spesso, se deciderete di avventurarvi nel meraviglioso mondo della Hallyu (la Korean Wave artistica), sentirete parlare di Sns. Questo termine indica i social media. Nel Corea del Sud il portale di ricerca prediletto – il Google locale – è Naver. Tutto quello che ti serve sapere se vai in vacanza a Seul lo trovi interpellandolo; per comunicare con i propri amici si ricorre a Kakao Talk, come si vede proprio durante alcune scene di Parasite: è il Whatsapp – anzi, il Telegram – locale, deliziosamente corredato di sticker (come Telegram, appunto) e graziose emoji a forma di cartone animato.

Misteri della sociolinguistica

Parasite è un film che va visto e rivisto in lingua originale, per sentire in continuazione i seguenti intercalari: “Omo”, “Aigoo”, “Aish” e simili (vogliono più o meno tutti dire “Caspita”). Ogni volta che si vuole dare un incoraggiamento, si dice “Fighting!”. In Corea, inoltre, esiste un sistema di deissi sociale molto rigido che in Parasite è riportato, ma risulta difficilmente traducibile: per esempio, il fratello maggiore di una ragazza (o anche un amico piacente) è oppa; il contrario (sorella maggiore di un ragazzo) è noona. Una sorella maggiore (o amica più grande) di una ragazza è unni, in versione maschile è hyung. Un signore è ahjussi (lo sentirete mille volte in Man From Nowhere e Goblin), al femminile è ahjumma. Dopo Parasite e altri due o tre film, vi usciranno dalle orecchie (perché voi vorrete guardarli in coreano con i sottotitoli, come ha consigliato il regista stesso Bong Joon-ho).

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